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Diritti / Opinioni

Le guerre sono un affare per pochi

La “Terza guerra mondiale a pezzi” segna drammaticamente la vita di milioni di persone. L’indifferenza non è concepibile. La rubrica di Pierpaolo Romani

Tratto da Altreconomia 267 — Febbraio 2024
Persone che fuggono dalla guerra in Ucraina - Unsplash

La fine del 2023 e l’inizio del 2024 sono stati caratterizzati dal fragore dei botti. Non solo quelli dei petardi ma, purtroppo e soprattutto, da quelli delle guerre, a partire da quelle più vicine a noi: il conflitto tra Ucraina e Russia e i bombardamenti della Striscia di Gaza da parte di Israele. Per la maggior parte degli abitanti della Terra, i conflitti producono effetti tragici: morti, feriti, devastazione fisica, economica, ambientale e, soprattutto, umana. Nel 2023 secondo l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite il numero di migranti forzati su scala globale ha raggiunto quota 117,2 milioni. Per noi occidentali le conseguenze sono soprattutto di tipo economico: aumento dell’inflazione, delle nostre spese per riempire un carrello al supermercato, per fare rifornimento all’auto, per riscaldare, raffreddare e illuminare le nostre case.

Le guerre rappresentano un affare particolarmente lucrativo solo per alcune realtà: le industrie degli armamenti, i signori delle guerre e la criminalità organizzata. Secondo l’Istituto indipendente di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri) dal 2010 al 2020 l’industria bellica ha fatturato cinquemila miliardi di dollari. E la tendenza è destinata ad aumentare considerando che diversi Stati (tra cui Stati Uniti, Cina e Germania) hanno deciso di aumentare i fondi destinati alle spese militari tagliando quelli per il welfare. Quindi più aerei, più missili, più droni e più carri armati; meno sanità, scuola e sussidi per i poveri e per coloro che vivono una vita sul filo della precarietà.

Le guerre producono tanto odio, un veleno destinato a peggiorare le relazioni umane sia all’interno di alcuni Paesi sia nei rapporti internazionali. Con la conseguenza che una coesistenza pacifica tra diverse culture, religioni ed etnie rischia di interrompersi o di farsi sempre più complicata sino a rischiare di spezzarsi. A quasi ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, si è tornati a parlare del possibile impiego delle armi nucleari, come se le tragedie causate dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki non avessero insegnato nulla. Come se non fossimo sufficientemente consapevoli che il loro impiego significherebbe la fine per il genere umano.

In questo contesto storico scoraggiante e disorientante, definito da papa Francesco come quello di una “terza guerra mondiale a pezzi”, la sensazione è che la storia abbia messo la retromarcia, che la politica della guerra abbia il sopravvento sulla politica della diplomazia e del dialogo, che la voglia di dominazione imperiale e dell’annientamento del nemico abbia più forza della democrazia, una forma di governo che si mostra sempre più fragile. L’impressione è che gli interessi economici di poche grandi imprese che operano nel sistema capitalistico neoliberista e “della sorveglianza”, a cui si somma la speculazione finanziaria, abbiano ottenuto il primato rispetto allo sviluppo di un’industria e di un mondo del lavoro in cui la dignità umana e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone e dell’ambiente siano posti, percepiti e praticati come pilastri basilari.

Sono 117,2 milioni le persone che nel 2023 sono state costrette ad abbandonare forzatamente la propria casa (Fonte: Unhcr)

Di fronte a questo scenario difficile e complicato, tutto possiamo fare tranne che essere indifferenti, rassegnati, cinici ed egoisti. Esiste un nesso fondamentale tra pace e democrazia, tra guerra e tirannia. Questo messaggio è stato ripetuto più volte durante il convegno “Guerra alla guerra” dedicato a don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, che si è svolto a Bozzolo (MN) il 13 gennaio scorso. E ci indica la strada: se vogliamo la pace dobbiamo organizzarla, dando la parola alle vittime e formando le coscienze con l’esempio, ovvero compiendo nella quotidianità del nostro vivere gesti che rifiutano la violenza e la sopraffazione.

Pierpaolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso Pubblico, enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie

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