Diritti / Approfondimento

Sistemi di sorveglianza in Cina: gli affari delle aziende europee nonostante le violazioni dei diritti umani

Amnesty International ha ricostruito l’export europeo verso Pechino di dispositivi per il controllo digitale, tra cui software per il riconoscimento facciale, dove sono utilizzati in programmi di massa. Le conseguenze per le libertà personali e le minoranze sono drammatiche. Da Parlamento e Consiglio Ue arrivano i primi tentativi per regolamentare il settore

© Alan Hendry-Unsplash

Alcune aziende europee hanno venduto alla Cina sistemi di sorveglianza, tra cui software per il riconoscimento facciale, impiegati dagli uffici per la pubblica sicurezza del Paese in attività che hanno violato i diritti umani. A denunciare come non abbiano svolto “un’adeguata due diligence sull’uso finale dei loro prodotti”, in un Paese che abusa del suo sistema penale per limitare i diritti e le libertà personali, è stata Amnesty International nel rapporto “Out of control” pubblicato lo scorso settembre. L’organizzazione ha individuato almeno tre società con sede in Francia, Svezia e Paesi Bassi che dal 2015 al 2019 hanno esportato apparecchiature, software e tecnologia biometrica poi utilizzate in “indiscriminati programmi di sorveglianza di massa”. È il caso di “Skynet”: avviato dal governo nel 2005 per “prevenire il crimine”, ha previsto l’installazione di più di 20 milioni di telecamere in oltre 16 città e province della Cina. Amnesty International fa riferimento anche a “Sharp Eyes”, rete creata nel 2015 attraverso l’integrazione delle telecamere di sicurezza situate in spazi pubblici con quelle collocate in edifici privati. “Questi invasivi sistemi di sorveglianza digitale permettono ai governi di identificare le persone in base alle loro caratteristiche fisiologiche. Rappresentano una chiara minaccia alla privacy, alla libertà di espressione e di riunione”, si legge nel rapporto. Amnesty International ha inoltre ricostruito come le apparecchiature esportate siano state impiegate nella regione autonoma uigura dello Xinjiang dove è repressa la minoranza musulmana cinese degli Uiguri.

“L’industria europea delle tecnologie di sorveglianza biometrica è fuori controllo. E quello che abbiamo scoperto rappresenta solo la punta dell’iceberg di un settore che vende i suoi prodotti a chi viola i diritti umani”, ha dichiarato Merel Koning, la responsabile per le politiche e la tecnologia di Amnesty International. L’analisi dell’organizzazione si colloca in un momento cruciale per l’Unione europea: lo scorso 9 novembre i mediatori del Parlamento e del Consiglio dei ministri dell’Ue hanno trovato un primo accordo sulla revisione delle procedure che regolano l’esportazione dei sistemi di sicurezza in Paesi che possono usarli per attività repressive. L’obiettivo è costringere gli Stati membri a una maggiore trasparenza sulla destinazione ultima dei prodotti esportati. L’attuale sistema legislativo europeo, infatti, disciplina solo le tecnologie usate in ambito militare ed esclude quelle dual-use, ovvero i sistemi che, sebbene non indirizzati a uno specifico uso militare, possono essere impiegati in contesti civili repressivi. La bozza dell’accordo, che dovrà essere approvato dal Parlamento e dal Consiglio, prevede che i sistemi di sicurezza digitali siano sottoposti a specifiche licenze per l’esportazione.

I casi individuati da Amnesty International sono Morpho (ora Idemia, ndr), Axis Communications e Noldus Information Technology. Come ricostruito analizzando i documenti relativi alle gare di appalto, le tre società hanno venduto sistemi di sorveglianza agli uffici cinesi per la pubblica sicurezza e ad altri soggetti che vi collaborano. Idemia è una multinazionale francese specializzata nella produzione di tecnologie per il riconoscimento facciale biometrico, nata nel 2017 dopo la fusione tra Oberthur Technologies e Safran Identity&Security (ex Morpho, ndr). Secondo il documento relativo a una gara di appalto del 2015, Morpho ha venduto apparecchiature per il riconoscimento facciale automatico direttamente all’ufficio per la pubblica sicurezza di Shangai. In risposta al rapporto “Out of control”, Idemia ha specificato che l’apparato di sorveglianza esportato era un sistema “post-evento”, ovvero una tecnologia che permette di identificare i volti che appaiono in una registrazione. Per la società il software aveva il fine di supportare le forze di polizia nella conduzione delle indagini ma Amnesty International denuncia il mancato controllo sulle possibili violazioni dei diritti umani.

La società svedese Axis Communications, che produce telecamere e sistemi di controllo da remoto, ha venduto le sue apparecchiature ai dipartimenti di polizia cinesi in quattro occasioni dal 2012 al 2019. L’azienda ha due società di distribuzione in Cina: una a Shanghai -Shangai Axis Communications Equipment Trading Co. Ltd., detenuta dalla società madre- e una a Bejing -Beijing Axis Communications- che ne è una filiale. I prodotti esportati sono stati utilizzati nei progetti di sorveglianza Skynet e Sharp Eyes.
La società olandese Noldus Information Technology ha invece venduto “software per il riconoscimento delle emozioni” a istituzioni legate ai dipartimenti di polizia. Il software “FaceReader” è stato utilizzato tra il 2012 e il 2018 dalle università cinesi che collaborano con il ministero della Pubblica sicurezza. È il caso dell’Università di Shihezi, gestita dall’organizzazione governativa paramilitare Xinjiang Production and Construction Corps (XPCC) che svolge un ruolo centrale nella repressione della minoranza musulmana degli Uiguri.

Amnesty International chiede che le aziende siano obbligate a definire chiare due diligence sull’uso finale dei loro prodotti e sulle possibili violazioni dei diritti umani che ne possono derivare. Sottolinea inoltre la necessità di una normativa europea che sottoponga l’esportazione di apparecchiature digitali di sorveglianza al rilascio delle licenze. L’accordo annunciato a inizio novembre, ha dichiarato Merel Koning, è un primo passo. Necessario di fronte a un mercato in crescita che, secondo le stime dell’istituto di ricerca Grand View Reserch, varrà almeno 54 miliardi di euro entro il 2025.

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