Diritti / Attualità

Lavoro per i detenuti, l’eredità di Carlo Smuraglia

L’ex senatore e partigiano scomparso il 30 maggio ha dato il nome a una legge fondamentale che agevola l’assunzione di persone ristrette da parte di aziende e cooperative, con l’obiettivo di facilitare il reinserimento sociale. Lo strumento è utilizzato ma resta una forte disomogeneità territoriale. Ecco perché

@ Bailey Alexander, unsplash

La legge che porta il nome dell’ex senatore e partigiano Carlo Smuraglia (la numero 193/2000) nasce da una constatazione: “Nonostante la chiara indicazione costituzionale, all’articolo 27, che la pena è finalizzata alla rieducazione del condannato e nonostante l’ordinamento penitenziario del 1975 dedicasse un intero capitolo al lavoro in carcere i risultati erano modesti -ricordava lo stesso Smuraglia durante un evento online organizzato dal Garante dei detenuti di Milano il 30 giugno 2020-. Di lavoro ce n’era poco e in questo modo veniva vanificato l’obiettivo della Costituzione”.

Carlo Smuraglia, che in quel periodo ricopriva la carica di presidente della commissione Lavoro al Senato, diede avvio all’iter legislativo che ha portato all’approvazione di una norma innovativa che prevede per le aziende e le cooperative che assumono detenuti la possibilità di usufruire di un credito d’imposta (pari a 520 euro mensili per ogni lavoratore assunto) per tutta la durata del contratto lavorativo sia per quanto riguarda i detenuti che non possono uscire dal carcere, sia quelli che hanno la possibilità di lavorare all’esterno. Inoltre, i datori di lavoro possono continuare a usufruire del credito d’imposta anche per i primi sei mesi successivi alla scarcerazione. Un ulteriore vantaggio per imprese private e cooperative è dato dall’utilizzo in comodato d’uso gratuito dei locali e delle attrezzature presenti nelle carceri.

“L’aspetto innovativo e geniale della ‘Legge Smuraglia’ è stato proprio la scelta di defiscalizzare gli oneri contributivi, in modo da abbassare il costo del lavoro in carcere incentivando così le imprese ad assumere i detenuti. E al tempo stesso garantendo ai ristretti uno stipendio equiparabile a quello di una persona che lavora all’esterno -spiega ad Altreconomia Lucia Castellano, che per vent’anni ha diretto carceri in diverse città d’Italia tra cui la casa di reclusione di Milano Bollate e oggi è Provveditore della Campania-. Con la Smuraglia si affronta in maniera assolutamente corretta un problema annoso del lavoro in carcere, ovvero la ridotta produttività”. Una condizione legata alle specificità e ai tempi della quotidianità dei penitenziari italiani: tutto ciò che entra ed esce dai cancelli -dalle merci ai macchinari- deve essere ispezionato, i detenuti periodicamente incontrano i propri familiari e gli avvocati o devono recarsi in udienza perdendo così giornate lavorative. Tutto questo determina rallentamenti e limita la produttività.

Secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 31 dicembre 2021, i cosiddetti “lavoranti non alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria” sono 2.305, pari all’11% del totale dei detenuti che svolgono attività lavorativa. Mentre poco meno di 17mila sono impiegati come cuochi, porta vitto, addetti alla pulizia o alla manutenzione degli edifici alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. “L’impressione generale è che la ‘Legge Smuraglia’ sia uno strumento piuttosto utilizzato, grazie a una copertura finanziaria che mette a disposizione risorse importanti -sottolinea Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio di Antigone-. C’è però un’enorme disomogeneità nella distribuzione: e questo ci dice che gli incentivi sono fondamentali per portare il lavoro in carcere, ma non bastano: serve un tessuto produttivo forte sui territori che sia disponibile a sfruttare questa possibilità”.

Per il 2020 il ministero della Giustizia ha stanziato 8,7 milioni di euro per il finanziamento della “Smuraglia”, che ha erogato sgravi contributivi a oltre 400 realtà tra imprese e cooperative sociali. A fare la parte del leone è il Provveditorato della Lombardia con oltre 3,2 milioni di euro distribuiti tra 109 attività nelle diverse carceri della Regione. Segue il Provveditorato che comprende Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige con 2,5 milioni e 38 attività lavorative. Da sole queste aree territoriali assorbono circa il 64% dei fondi messi a disposizione dal ministero. All’estremità opposta si collocano Regioni come la Calabria (che ha ottenuto circa 68mila euro e dove le attività presenti sono solo 11), la Sardegna (93mila euro e 19 attività), il provveditorato della Puglia-Basilicata (101mila euro e 14 attività).

“Questa disomogeneità di distribuzione dipende dalle risorse e dalle ricchezze dei territori -riflette Scandurra-. Poi dipende anche da quanto il singolo istituto è capace di aprirsi all’eterno e garantire una serie di servizi di cui l’azienda o la cooperativa ha bisogno. Nella mia esperienza posso dire che spesso questa ‘macchina’ si ferma ancora prima di essere messa in moto: quanto è facile per l’imprenditore fissare il primo appuntamento con il direttore? Ci sono istituti in cui noi, come Antigone, non riusciamo a parlare con il centralino anche per due o tre giorni”.

Per Francesca Valenzi, direttrice dell’Ufficio detenuti e trattamento del Provveditorato della Lombardia intervenuta in occasione del funerale dell’ex partigiano e senatore, la “Legge Smuraglia apre le porte alla speranza. Perché se è vero che l’articolo 27 della Costituzione punta alla rieducazione è vero che è difficile superare stigma e pregiudizi. Grazie a questa legge ogni giorno 130 persone del carcere di Bollate abbandonano lo status di detenuto per assumere quello di lavoratore e altri 60 nella casa di reclusione di Opera. Iniziare un vero percorso lavorativo durante l’esecuzione penale abbatte significativamente la recidiva e va a vantaggio di tutta la società”.

“La legge è uno strumento molto importante -aggiunge Castellano- poi sta all’amministrazione lavorare per cambiare la cultura e darle concretamente gambe. Servono campagne di comunicazione per farla conoscere sempre di più perché molti imprenditori non sanno di questa possibilità. Quando ero direttore nella casa di reclusione di Bollate abbiamo investito molto in questo senso e adesso sto provando a fare lo stesso qui in Campania: il lavoro è uno strumento potentissimo per il reinserimento sociale e per evitare che l’ex detenuto, una volta in libertà, torni a commettere reati”. Altro elemento di innovazione suggerito da Castellano è quello di “provare ad adeguare i tempi del carcere a quelli della società esterna: non è pensabile che i prodotti necessari per una lavorazione restino bloccati per ore all’ingresso -riflette-. Occorre iniziare a pensare a come organizzare il tempo del carcere attorno al lavoro, ad esempio organizzando i colloqui con i familiari durante i giorni festivi”.

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