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Bologna: in migliaia per Làbas e per il futuro delle città

“Gli sgomberi sono la risposta legalitaria al diritto alla città, all’abitare, al fare società: alla qualità della vita urbana, a cui non si sa provvedere se non eliminando gli spazi autonomia creativa”. Intervista alla professoressa Paola Bonora a pochi giorni dalla grande manifestazione del 9 settembre

Uno striscione a sostegno della riapertura di Làbas
Uno striscione a sostegno della riapertura di Làbas

Sabato 9 settembre quasi 20mila persone si sono date appuntamento a Bologna per chiedere all’amministrazione cittadina di garantire il diritto a una città a misura di residenti. La manifestazione è nata dallo sgombero del 9 agosto scorso dell’ex Caserma Masini di proprietà di Cassa depositi e prestiti Spa, abbandonata fino all’occupazione di un gruppo di ragazzi che lì fondarono il Làbas. Il Mercato contadino di Campi Aperti, la ludoteca del Làbimbi, la pizzeria, la sala prove, l’orto urbano, il progetto “Accoglienza degna” con 20 posti letto, e tante altre iniziative hanno animato lo stabile fino alla fine. A oggi è in corso una trattativa con il sindaco Virginio Merola per trovare un altro spazio. Ma quello che è successo a Bologna accade in tutta Italia, e capire quale sia le ragioni che determinano le politiche socio-urbane è quasi impossibile, anche secondo Paola Bonora, docente di Geografia all’Università di Bologna e membro del comitato scientifico della Società dei Territorialisti.

Professoressa Bonora, che cosa provoca questa situazione?
PB Alla base di questo fervore di sgomberi a Bologna, come in tutta Italia, c’è l’indeterminatezza delle politiche urbane, l’incapacità delle amministrazioni di prendere decisioni. E nonostante non manchino progetti interessanti, documenti di piano raffinati, che tuttavia rimangono il più delle volte retoriche astratte, e consapevolezza dei problemi, non c’è coraggio. Si procede a tentoni senza una visione d’insieme. Gli sgomberi sono la risposta legalitaria a questioni molto complesse relative al diritto alla città, all’abitare, al fare società, in sintesi alla qualità della vita urbana, a cui non si sa provvedere se non eliminando gli spazi di alterità e di autonomia creativa. Gli obiettivi dichiarati della riqualificazione e rigenerazione si traducono nella realtà in operazioni volte a ristabilire il decoro e rendere l’area più appetibile sotto il profilo speculativo, in questo modo innalzando i valori immobiliari. Il che implica gentrificazione, quindi una generale lievitazione del costo della vita per i residenti e come conseguenza l’allontanamento dei meno abbienti. Nel caso di Làbas significa sottrarre ai cittadini opportunità relazionali e una serie di attività artistiche, creative e di mutuo soccorso di grande valore sociale. Pensiamo al mercato contadino, alla ludoteca del Làbimbi utile per i bambini e le madri, ai concerti, agli incontri culturali, all’ospitalità ai migranti.

Che cosa ottengono privando i quartieri da spazi autogestiti come era il Làbas?
PB L’abbassamento della qualità della vita. Làbas ha ricevuto solidarietà da una trasversalità di cittadini e tra questi i residenti del quartiere Santo Stefano, una delle zone più agiate di Bologna; in cui però via Orfeo rappresenta una sorta di enclave, un tempo ricca di socialità. Credo che sia principalmente sotto questo profilo che Làbas manca agli abitanti, come luogo di incontro, di confronto, di proposta culturale. In altre parole come spazio pubblico. Làbas colmava il vuoto relazionale e l’anomia urbana.

Con l’inchiesta “Chiedi alla Polvere” di Zic, una testata Bolognese, ha dimostrato come molti degli stabili sgomberati negli ultimi 10 anni sono tornati allo stato di abbandono.
PB Sì, è una realtà amara e priva di logica, contenitori inutilizzati abbandonati al degrado mentre premono l’emergenza abitativa e il bisogno di spazi pubblici. È una pulizia preventiva per liberare “spicchi” di centro e sperare di aumentarne la rendita fondiaria.

Del Piano Operativo Comunale (POC) sulla rigenerazione dei patrimoni pubblici che cosa è stato fatto?
PB Molto poco, praticamente nulla, e per certi versi meglio così, perché le previsioni erano centri commerciali e abitazioni. Alla caserma occupata da Làbas è attribuita ad esempio destinazione d’uso di albergo, ristorante e qualche residenza, sicuramente lussuosi vista la localizzazione.

Anche in termini capitalistici l’assenza di progettualità è nociva.
PB Certamente, genera fallimenti che ricadono sia sui privati sia sulla collettività. Pensiamo ai casi Trilogia Navile a Bologna o City Life a Milano. I cantieri fermi e gli immobili invenduti sono numerosissimi in Italia. Scheletri della mancata pianificazione e di una politica urbanistica che ha sempre privilegiato l’edilizia, con scarsa lungimiranza sia economica, fino a produrre la crisi in cui siano caduti, sia ecosistemica, con danni ambientali catastrofici.

Che cosa si dovrebbe fare?
PB Concentrarsi sulla ristrutturazione, l’adeguamento antisismico e la conversione energetica del patrimonio immobiliare esistente. Deve innanzitutto cambiare la mentalità imprenditoriale: il processo produttivo delle maggiori imprese edili è impostato sulla costruzione di nuovi (e imponenti) complessi con destinazioni miste residenziali e commerciali. Grandi operazioni in grado di attrarre finanziamenti, in quel connubio tra immobiliare e finanza che continua nonostante abbia condotto a una crisi devastante, e già si avvertono anche i segnali del surplus di centri commerciali. Il settore edile va riconvertito sul restauro e la riqualificazione energetica e sismica dell’esistente, anche invogliando, con opportuni incentivi e sistemi di certificazione, i proprietari a investire per rivalutare la propria abitazione. Si metterebbe così in moto un meccanismo virtuoso capace di contribuire all’occupazione nel settore edile e nello stesso tempo rispondere a esigenze di sicurezza e ambientali.

Dall’Europa può arrivare un aiuto?
PB L’Europa ha una politica contraddittoria: da un canto suggerisce di non consumare suolo e rispettare i paesaggi, ma dall’altro finanzia le “grandi opere”. Bisogna imparare a sfruttarne le competenze analitiche e i contributi economici senza cadere nelle trappole della crescita illimitata. Mirando invece a uno sviluppo equo e durevole.

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