Una voce indipendente su economia, stili di vita, ambiente, cultura
Diritti / Attualità

La “tregua” tra Israele e Hamas e la situazione dei detenuti palestinesi

Per larga parte dell’opinione pubblica i quattro giorni di “tregua” nella Striscia di Gaza hanno significato anche sentir parlare per la prima volta dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Secondo la Ong Addameer si tratta attualmente di circa 7mila persone, 2.070 in detenzione amministrativa. Chi sono e di quali reati sono accusati

© ayrus-hill - Unsplash

Dopo 48 giorni la tregua tra Israele e Hamas è scattata e per molti questo ha significato anche sentire parlare per la prima volta dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Nei quattro giorni del cessate il fuoco, infatti, in cambio di 50 ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e altri gruppi paramilitari palestinesi, dovrebbero essere rilasciati 150 detenuti palestinesi, principalmente in entrambi i casi si dovrebbe trattare di donne e bambini.

Ma chi e quanti sono i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane? E di quali reati sono accusati? Secondo Addameer, organizzazione per i diritti umani che si occupa proprio di fornire supporto ai detenuti palestinesi, il numero totale nelle carceri israeliane è attualmente di circa 7mila persone: di queste, 62 sono donne, 200 minori e 2.070 detenuti amministrativi, cioè senza un capo di accusa noto e quindi nemmeno in diritto di avere un processo.

Ci sono gli attivisti per i diritti umani, i detenuti di Gaza, quelli di Gerusalemme Est, i prigionieri dei territori del 1948, quelli prima degli Accordi di Oslo, i membri del Consiglio legislativo palestinese, ovvero politici palestinesi, i condannati a oltre 20 o 25 anni e 559 ergastolani. Tra questi anche Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, che deve scontare ben cinque ergastoli in quanto considerato colpevole di attentati terroristici compiuti in Israele durante la seconda Intifada. Di sicuro non sarà tra i rilasciati, anche se potrebbe essere l’unico politico in grado di ricomporre le divisioni interne palestinesi.

A essere liberati, invece, dovrebbero essere donne e bambini. Secondo il terzo e più recente report di Francesca Albanese -Relatrice speciale delle Nazioni Unite per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati- dal 2000 circa 13 mila minori palestinesi sono stati detenuti, interrogati, perseguiti e imprigionati dalle forze di occupazione israeliane, con una media di 500-700 detenuti minori l’anno. Tra il 2022 e il 2023, il numero dei bambini detenuti senza accusa o processo è cresciuto, con una ventina di loro in detenzione amministrativa.

“Trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono largamente riportati -ha scritto Albanese-. I bambini palestinesi possono essere arrestati ovunque, ai checkpoint, mentre vanno a scuola, durante le operazioni nelle città e nei campi profughi, o anche nei loro letti”.

La maggior parte dei minori sono accusati di lancio di pietre contro veicoli blindati delle forze israeliane, il che può comportare condanne da 10 a 20 anni. Almeno 1.598 bambini palestinesi sono stati sottoposti a maltrattamenti in fase di arresto e detenzione. E accuse di tortura sono ampiamente documentate.

Come avviene a molti adulti, dopo l’arresto, al 77% dei minori viene negato l’accesso a un avvocato prima degli interrogatori e quasi il 60% di loro viene deportato in Israele. “Il trasferimento di detenuti al di fuori dei territori occupati costituisce un crimine di guerra”, ha sottolineato Albanese.

Spesso vengono ostacolate le visite dei familiari, a causa delle difficoltà nell’ottenimento dei permessi rilasciati da Israele, specialmente se si arriva da Gaza. In genere, un minore riceve solo una visita dei familiari, isolandolo così ulteriormente dalla famiglia e dalla comunità. Allo stesso modo i genitori sono raramente informati su dove si trovino i loro figli al momento dell’arresto.

Anche le detenzioni arbitrarie e gli arresti, per Albanese, vanno a determinare quella che ha definito come “unchilded”, una condizione in cui i bambini palestinesi sono privati di tutto quello che dovrebbe far parte del concetto e del diritto stesso all’infanzia.

Come abbiamo visto, all’ombra dell’operazione in corso a Gaza, anche in Cisgiordania si sta consumando una battaglia estremamente violenta contro i palestinesi, portata avanti da alcuni coloni, supportati da pezzi dell’esercito e del governo israeliano. E uno degli strumenti di questa battaglia è la campagna di arresti di massa in atto dal 7 ottobre, quando Hamas è penetrato nel Sud di Israele, provocando la morte di 1.200 persone, e in rappresaglia è stata lanciata l’operazione più mortale mai vista finora sulla Striscia di Gaza (15 mila le vittime palestinesi al 24 novembre 2023).

Gli arresti hanno colpito la maggior parte delle città, dei villaggi e dei campi profughi della Cisgiordania, ma anche Gerusalemme Est. Per le organizzazioni dei prigionieri palestinesi, sono stati circa 3mila gli arresti, portando il numero totale di prigionieri nelle carceri israeliane a ben oltre 7mila. Alcuni sono stati rilasciati nel giro di poco, mentre la maggioranza rimane in custodia, sottoposta a detenzione amministrativa. Le accuse sono soprattutto quelle di far parte di Hamas o del Jihad islamico, ma non solo.

Sempre secondo Addameer, infatti, le campagne di arresto hanno preso di mira prigionieri che erano stati rilasciati, attivisti per i diritti umani, oltre a decine di bambini, donne e giornalisti. Le organizzazioni per i diritti umani hanno registrato anche dozzine di casi di arresti di studenti e attivisti, a causa dei loro post sui social. Il Parlamento israeliano, infatti, ha approvato in seconda e terza lettura la proposta di legge che vieta il cosiddetto consumo di contenuti “che includono parole di lode, simpatia o incoraggiamento per atti di terrorismo”.

Ma c’è un altro disegno di legge che può essere molto più pericoloso: quello che prevede la pena di morte per i palestinesi giudicati colpevoli di terrorismo. La proposta di legge, voluta dall’estrema destra, ha ottenuto l’approvazione del Governo Netanyahu e definisce il terrorismo come “lo scopo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua patria”. Verrà quindi applicato ai palestinesi che commettono atti contro gli israeliani, ma non viceversa: leggi i coloni.

Il problema, oltre alla pena di morte, è la definizione stessa di terrorismo: basti ricordare quanto successo a sei Organizzazioni non governative palestinesi, accusate appunto di essere “terroristiche”, perché da sempre rivelano dati sulle violazioni dei diritti umani.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.