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La storia di Emanuela

Nel Paese dall’immenso patrimonio culturale archeologi, dottori in beni culturali, paesaggisti e paesologi dovrebbero andare a ruba e non vedere sviliti i propri sogni. “Piano terra”, la rubrica di Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 192 — Aprile 2017
Manifestazione di archeologi contro il lavoro gratuito nel settore della tutela dei Beni culturali - foto dell’Associazione Nazionale Archeologi
Manifestazione di archeologi contro il lavoro gratuito nel settore della tutela dei Beni culturali - foto dell’Associazione Nazionale Archeologi

Emanuela lavora in una caffetteria nel centro di Ferrara. Davanti al castello estense. Un posto meraviglioso dove la bellezza prende la forma di bifore, torrette, merlature, archi e ponti levatoi. Davanti a quella bellezza, Emanuela raccoglie le ordinazioni con gentilezza. Nei suoi modi intuisco un’eleganza che mi insospettisce e, così, a bruciapelo le chiedo “Tu hai studiato altro, vero?”. Emanuela mi chiede perché quella domanda. Rincalzo chiedendo cosa ha studiato. “Archeologia preistorica. Qui a Ferrara”. Sono senza parole. Le chiedo di dov’è. “Trapani”. In un secondo mi scorre davanti un film fatto di sole, saline, origano e mare, ma anche di una famiglia del bel Sud d’Italia che si sacrifica, mette da parte soldi e stipendi per pagare gli studi di Emanuela, vitto e alloggio a Ferrara, i libri, i viaggi. Fa a meno di lei per offrirle il futuro che sogna: da archeologa. Chi non lo farebbe? E così Emanuela parte, forse una domenica mattina. Dopo cinque anni, però, eccola qua a scrostare tazzine anziché cocci e pietre trovate in una grotta.

22 aprile. È il giorno della Terra, l’unica che abbiamo. Bizzarro: dobbiamo aggrapparci alle ricorrenze per (fingere di) ricordare cose come suolo, terra, aria, acqua che dovremmo festeggiare e difendere ogni giorno

Quello di Emanuela è un mestiere che avrebbe a che fare con una delle qualità più cruciali del suolo: conservare le tracce della nostra storia antica e restituircele intatte per imparare chi siamo veramente. Avere un progetto-Paese di rispetto del suolo significa anche questo: investire per aprire spazi di occupazione che usano la terra non per massacrarla ma per accarezzarla e leggerne i suoi segreti. Ma Emanuela si è trovata in faccia una realtà molto più cruda: il 28% degli archeologi è disoccupato, solo il 17% è soddisfatto del proprio lavoro e il 63% vede male il proprio futuro (www.archeologi-italiani.it). E nessuno ne parla. Emanuela ha sbagliato tutto? No, lei ha fatto la cosa giusta. L’assurdo sta nel fatto che le cose stiano così proprio in Italia, con tutto il patrimonio che c’è e che possiamo ancora dissotterrare. È mai possibile che da noi il lavoro migliore per l’archeologa Emanuela sia un posto in una caffetteria?

Archeologi preistorici, dottori in beni culturali, esperti di recupero dei muri a secco, paesaggisti, paesologi e pure pedologi dovrebbero andare a ruba in questo Paese e non vedersi rubare il destino da tutt’altro, svilendo i loro sogni e offendendo i sacrifici di intere famiglie che ancora credono alla potenza salvifica della cultura (e fanno bene). Salutandomi Emanuela mi ha detto con gentilezza deferente “Grazie della considerazione”. Ma certo, la considerazione! Che poi, a pensarci, arriva dal latino cum-sidera, con le stelle. Ecco la chiave di tutto. Noi non fissiamo più i nostri occhi attentamente su casi e destini come quelli di Emanuela, come li fisseremmo guardando una stella. Non capiamo che loro sono le stelle, tanto siamo presi dal nostro particulare, dall’economia dell’egoismo. Non capiamo che dobbiamo fissare la nostra attenzione sui nostri patrimoni culturali, monumentali e sulla bellezza diffusa nei nostri territori. Se il nostro è un Paese civile, domani va a bussare alla porta delle tante Emanuela per portarle via da là, aprendo cantieri di archeologia, riaprendo musei, facendo visitare castelli chiusi.

Un Paese come l’Italia non può gettare al vento queste possibilità, ma deve elaborare un progetto pubblico e coraggioso per dare piena dignità a persone che vorrebbero impegnarsi per manutenere la sua bellezza. Non può prendere le centinaia di migliaia di giovani che hanno deciso di studiare nelle proprie università e beffarli riservando loro un lavoro in un bar con, se va bene, vista su un castello. Unica consolazione di Emanuela.

Paolo Pileri è professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il suolo sopra tutto” (con Matilde Casa, Altreconomia, 2017)

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