Esteri / Reportage

La storia del veterinario che cura gli animali e difende la natura in Iraq

Trent’anni fa Sulaiman Tameer è stato il primo ad aprire una clinica veterinaria nel Paese, battendosi per una legge a tutela dei randagi, contro le gare clandestine di cani o i mercati di animali selvatici. Il suo impegno continua

Tratto da Altreconomia 248 — Maggio 2022
Il veterinario Sulaiman Tameer con un cammello arabo bianco di razza giordana scappato con una mandria da Sinjar nel 2013 e arrivato in Kurdistan, nel distretto di Zakho dove Sulaiman fu chiamato per curarne alcuni feriti©️Koarp

“Devo andare, domani ho una missione importante”. Quando a dicembre 2021 Sulaiman Tameer inviava questo messaggio ai suoi amici era difficile coglierne il senso profondo. Tre mesi dopo è chiaro invece che, in quei giorni, uno dei pochi veterinari e attivisti per i diritti degli animali della regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno (KR-I), stava scrivendo un’altra pagina importante per la salvaguardia dell’ambiente in Iraq. Per saperne di più, Altreconomia ha raccolto la sua storia.

Tutto ha inizio il 29 dicembre scorso. Sulaiman riceve una telefonata dal sindaco di Batifa, un villaggio nel distretto di Zakho, nella provincia di Duhok al confine con la Turchia. “Mi chiedevano aiuto per recuperare un leopardo persiano ferito da una trappola di un allevamento. Si aggirava tra le montagne e aveva ferito anche due persone”. Sulaiman comprende subito la gravità della situazione: non c’era solo da rassicurare gli abitanti della zona, ma bisognava salvare lo stesso leopardo, la cui specie persiana è considerata ad alto rischio di estinzione dalla International union for conservation of nature.

Secondo l’organizzazione resterebbero circa un migliaio di esemplari in tutto il mondo tra Turchia, Armenia, Iran, Georgia, Russia e Iraq. “Dalle segnalazioni ricevute della popolazione locale, presumiamo che tra le nostre montagne esistono soltanto 15 leopardi -precisa Sulaiman-. Per questo salvare Plinga Batifa (il nome curdo che gli è stato dato, ndr) era ancora più importante.” Mobilitate le varie autorità, il giorno dopo il veterinario guida una spedizione per trovare il leopardo, curarlo e portarlo in sicurezza altrove.

Occorreva far presto, erano almeno dieci giorni che l’animale si trascinava dietro la tagliola incagliata nell’arto e il freddo aggravava la situazione. Proprio le basse temperature, però, potrebbe averlo salvato, perché, l’animale è stato trovato “su un’altura, raggiunta probabilmente per ripararsi dall’umidità delle valli -continua-. Appena ci ha visto arrivare è scivolato, facendo un volo di 30 metri e finendo nell’acqua gelida di un fiume”. Esausto non ha reagito quando ha visto arrivare la spedizione che l’ha circondato. A quel punto Sulaiman gli ha sparato un dardo tranquillizzante per poi intervenire rimuovendogli la trappola e medicandogli la ferita. La gamba destra posteriore del leopardo era in condizioni critiche e, per salvargli la vita, la metà inferiore dell’arto andava amputata. Ma anche per un esperto veterinario come Sulaiman un’operazione del genere andava supportata con strumenti e conoscenze non presenti in Iraq. “Per fortuna l’Iucn ha risposto ai nostri appelli e ha inviato una missione internazionale a metà gennaio”.

La medicazione di un leopardo persiano presso lo zoo di Duhok, città nel Nord dell’Iraq, e con l’aiuto di un volontario ©️ Koarp

Con l’aiuto dei veterinari olandesi e iraniani, Sulaiman procede con la delicata operazione, ma per il leopardo il calvario non è finito. Senza un arto, Plinga Batifa non può essere rilasciato in libertà, perché ha perso la sua normale mobilità ed è molto vulnerabile. Al tempo stesso, la gabbia dello zoo di Duhok, in cui si trova tutt’ora, lo costringe ad uno stato permanente di stress. L’unica soluzione sarebbe un centro di riabilitazione specializzato, i cui più “vicini” sono in Olanda e in Romania. Ma sia il governo federale di Baghdad sia quello regionale di Erbil preferiscono tenerlo nel Paese per farlo riprodurre. “In principio non è una cattiva idea, e per una volta che i due governi vanno d’accordo -commenta sarcastico Sulaiman-. Ma serve essere pragmatici, qui non abbiamo le risorse e le capacità per prendersi cura di specie così a rischio. Riconosco però che questa storia ha mobilitato non solo le autorità, ma anche tanti cittadini comuni. Addirittura, ora al bazar (mercato in curdo, ndr) puoi trovare delle magliette con Plinga Batifa”.

A Sulaiman la speranza non è mai mancata e quando glielo si fa notare, risponde come al solito: “Gli animali, la natura sono la mia vita”. Cresciuto in una famiglia di contadini, ama spesso ripetere che la sua vita è cominciata “davvero” nel 1991. A Duhok, nel marzo di quell’anno, l’allora ventenne Sulaiman partecipò alla sollevazione curda contro il regime di Saddam Hussein, le cui forze di sicurezza spararono sulla folla per disperderla. Alcune schegge dei proiettili colpirono anche lui, che rimase gravemente ferito, e fu solo grazie alla sua famiglia e a un asino che si incaricò del suo trasporto che riuscì ad arrivare in Turchia insieme ad altri milioni di rifugiati. Una volta rientrato in Iraq, tra mille difficoltà e nonostante l’opposizione di famiglia e amici, Sulaiman si laurea alla scuola di veterinaria e nel 1992 vede il suo sogno realizzarsi: aprire la prima clinica veterinaria nella regione. “Mi schernivano in tutti i modi, mi chiamavano ‘il dottore degli asini’ -ricorda- ma non mi importava, avevo deciso di dedicare la mia vita a coloro che mi avevano salvato”.

Iniziando a lavorare capisce tuttavia che al ruolo di veterinario serve affiancare quello dell’attivista. Col passare degli anni comincia, da volontario, a dare lezioni nelle scuole primarie, scrivendo anche brevi storie per bambini per sensibilizzarli alla cura degli animali. Poco alla volta entra in contatto anche con altri attivisti e nel 2009 decide di fondare la Kurdistan organization for animal rights. Così Sulaiman cerca di riempire il vuoto legislativo circa l’esistenza di standard per qualsiasi struttura, pubblica o privata, che lavora con o ospita animali. Ad esempio, ancora oggi non vige alcun divieto per i combattimenti di cani, così come non ci sono regole per il mercato di animali selvatici. “Sono passati 12 anni da quando abbiamo presentato al Parlamento regionale curdo il primo progetto di legge per stabilire regole minime per la protezione degli animali e dell’ambiente, al fine di migliorare la vita degli esseri umani” ricorda Sulaiman che oltre al lavoro nelle scuole è conosciuto in Iraq per la sua regolare partecipazione a programmi culturali sulle tv locali. Inoltre è stato in prima linea per salvare gli animali dello zoo di Mosul dallo Stato Islamico nel 2017 ed è stato uno dei primi attivisti ambientali iracheni a partecipare ad un TedX. Nonostante il suo attivismo, il progetto di legge non ha ancora ottenuto il sostegno governativo.

Una baby gazzella “salvata” dalla casa di un miliardario curdo che l’aveva in casa. Si era rotta una zampa a forza di stare sempre in gabbia ©️ Koarp

Qualcosa è cambiato, tuttavia, due anni fa, quando alcuni politici hanno spinto affinché la legge arrivasse al ministero della Giustizia, che ha stabilito che il Parlamento avrebbe dovuto discuterla e votarla entro il dicembre scorso. “Non è successo ancora nulla, ma forse perché erano tutti impegnati a salvare il leopardo -ironizza Sulaiman-. Ma dopo tutti questi anni non perdo la speranza, soprattutto perché ogni giorno vedo molte più persone sensibili a ciò che le circonda”. Il cambiamento climatico in Iraq è una realtà di cui sempre più persone soffrono da anni, in particolare per la crisi idrica. Per questo per il veterinario casi come il salvataggio di una specie animale rara rappresentano un’opportunità per “parlare delle conseguenze della caccia, dell’importanza di non tagliare alberi prima di piantarne di nuovi, dell’investire nell’educazione e nell’informazione sul cambiamento climatico”. In Iraq quella ambientale non è l’unica crisi. Ad oggi, secondo dati delle Nazioni Unite, nel Paese vivono ancora milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria.

A questi si aggiungono la presenza di cellule dello Stato Islamico in diverse zone del Paese, e varie milizie sostenute dall’Iran che sfuggono al controllo governativo e che influiscono nelle divisioni politiche e comunitarie mai risolte dal periodo post-invasione statunitense del 2003. E come se non bastasse, negli ultimi anni la pandemia e le conseguenti ripercussioni economiche a livello globale non hanno fatto altro che esacerbare la vulnerabilità della popolazione. “Mi ripetono sempre: se noi umani siamo i primi a non avere pieni diritti, come è possibile occuparsi della natura? Se vado al bazar e dico ai mercanti di animali selvatici che ciò che fanno è sbagliato, mi chiederanno di che cosa devono campare”. Sulaiman conosce benissimo le contraddizioni del suo Paese, ma se c’è una caratteristica che lo distingue è la capacità di relazionarsi con tutti. Per essere in grado sia di spiegare a un pastore che non va bene tagliare le orecchie ai suoi cani ma anche di convincere un miliardario a non tenere delle gazzelle in gabbie “da abbellimento” in casa. Per lui, in entrambi i casi, la conclusione è la stessa: “Possiamo arrivarci prima o dopo, ma alla fine sarà chiaro a tutti che solo in armonia con la natura la vita umana può proliferare”.

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