Economia / Approfondimento

La sofferenza delle banche italiane, in attesa del salvataggio pubblico

A più di un anno dalla “risoluzione” che ha interessato anche Banca Etruria, il comparto creditizio si ritrova ancora in emergenza. La “soluzione di mercato” non è arrivata e l’intervento dello Stato è ineludibile. Specie per Monte dei Paschi di Siena

Tratto da Altreconomia 189 — Gennaio 2017
Lo stemma del Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca del Paese - Marco Secchi/Getty Images
Lo stemma del Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca del Paese - Marco Secchi/Getty Images

Il signor Giampiero Maldini possiede 1.750 azioni della Cassa di risparmio di Cesena (CRC). Nell’inverno di un anno fa valevano circa 26.250 euro: oggi, se riuscisse a venderle, ma è improbabile, Maldini incasserebbe 875 euro, appena 50 centesimi per ogni titolo. È un effetto della crisi scolpita nel bilancio 2015 della Cassa, che si è chiuso in rosso per 252 milioni di euro. Il motivo? Banca d’Italia ha imposto di “riclassificare” prestiti per circa 390 milioni di euro, qualificandoli come “sofferenze” o “crediti deteriorati”. Anche a Cesena, così, si è reso necessario un intervento di salvataggio, con una ricapitalizzazione costata 280 milioni di euro. L’operazione si è chiusa il 23 settembre 2016, con l’ingresso nel capitale della Cassa del Fondo interbancario di tutela dei depositi, un consorzio obbligatorio tra le banche, il cui scopo è proprio quello di affrontare le situazioni di crisi (anche per garantire i correntisti). Sono state emesse nuove azioni, che hanno “diluito” fino a trenta volte il valore di quelle in mano a Maldini e ad altri 13.200 piccoli azionisti. Franco Faberi e Davide Fabbri sono tra i promotori del “Comitato difesa risparmiatori della Cassa di risparmio di Cesena”: il 1° febbraio di un anno fa volantinavano tra gli azionisti, “inascolati e derisi” sottolineano oggi. Dopo quattro incontri pubblici hanno raccolto l’adesione al Comitato di 400 azionisti, per circa 750mila azioni complessive. “Sulla base di un questionario, ognuno di loro sta producendo la documentazione relativa al proprio investimento, per capire se fosse stata realizzata in modo corretto l’analisi di propensione al rischio: molti hanno più di ottant’anni, e sono risparmiatori che nella Cassa avevano investito la propria liquidazione”.

A Cesena, il Comitato dei piccoli azionisti della Cassa di risparmio ha raccolto “evidenze” di crediti che sarebbero stati concessi anche a soggetti già a rischio insolvenza. A gennaio dovrebbe presentare un esposto in Procura

Il 6 settembre 2016, Banca d’Italia (che è organo di vigilanza) ha comminato sanzioni per 950mila euro a componenti ed ex componenti del consiglio d’amministrazione, collegio sindacale e direttore generale. Tra le irregolarità riscontrate ci sono “carenze nel processo del credito”, “nell’organizzazione e nei controlli”. “L’ex presidente Catia Tomasetti ha spiegato in assemblea che il 92% degli affidamenti che sono diventati crediti deteriorati è stato deciso dalla direzione centrale, e appena l’8% dai direttori di filiale” ricorda Franco Faberi. Questo significa che non riguardano il credito al consumo, o i mutui per l’acquisto di un’abitazione. Il timore del Comitato è però che nessuno paghi per una gestione “che sarebbe stata affidata a comitati d’affari, come evidenzia un’inchiesta della Procura di Forlì, che si è chiusa a luglio 2016 e vede 17 indagati tra gli ex vertici della Cassa, in particolare per la mancata svalutazione dei crediti per circa 40 milioni di euro concessi all’immobiliarista Pierino Isoldi e alla sua holding, poi dichiarata fallita” spiega Davide Fabbri. Il Comitato ha raccolto evidenze di crediti che sarebbero stati concessi anche ad altri soggetti già a rischio insolvenza, oltre ad affidamenti a favore di società partecipate o controllate dall’ex presidente, il commercialista Germano Lucchi, o da persone a lui riconducibili. E a gennaio 2017 dovrebbe presentare un esposto in Procura.

Il 23 settembre 2016 si è completato il salvataggio di Cesena. Dieci mesi prima era stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto-legge con cui il 22 novembre 2015, una domenica, il governo italiano aveva ufficialmente inaugurato la stagione del salvataggio delle banche, con gli interventi su Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria, Casse di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti.
In Romagna, il Fondo interbancario di tutela dei depositi è diventato il primo azionista della Cassa di risparmio di Cesena, che continua regolarmente la propria attività. Nei casi delle 4 banche, invece, la strada scelta è stata un’altra, la “risoluzione”: questo significa che i vecchi istituti di credito non esistono più, e sono stati creati enti-ponte, le cosiddette good bank, tutte con sede a Roma, presso la Banca d’Italia, e amministrate da un manager a lungo dirigente di Unicredit, Roberto Nicastro. L’intervento è costato 3,7 miliardi di euro, e il Fondo di risoluzione lo ha finanziato indebitandosi con i maggiori gruppi bancari italiani: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Monte dei Paschi di Siena (Mps) e Banco popolare.

Pier Carlo Padoan, attuale ministro dell’Economia. È nelle sue mani il delicato dossier sui salvataggi degli istituti di credito italiani - foto di Palazzo Chigi
Pier Carlo Padoan, attuale ministro dell’Economia. È nelle sue mani il delicato dossier sui salvataggi
degli istituti di credito italiani – foto di Palazzo Chigi

Le good bank sono enti-ponte perché proseguono l’attività ordinaria di Etruria e delle altre, ma la finalità è quella di venderle a soggetti industriali: a fine maggio 2016, intervistato dal Corriere della Sera, Nicastro assicurava di poter chiudere le cessioni entro il 30 settembre dell’anno scorso, ma a metà dicembre la soluzione non c’è ancora. Il nodo? Circa 4 miliardi di “sofferenze”, un pacchetto di crediti difficilmente recuperabili che UBI -terzo gruppo bancario italiano, interessato all’acquisto di 3 delle quattro good bank- vorrebbe che fosse ceduto prima di completare il proprio investimento.
Chi potrebbe comprarle? Il principale “indiziato” è il fondo Atlante 2, promosso dalla società di gestione del risparmio Quaestio, un’istituzione privata (il primo azionista è la Fondazione Cariplo, che è anche il secondo azionista di Intesa Sanpaolo, ma nel capitale ci sono anche i Salesiani, con la Direzione Generale Opere Don Bosco). Atlante 2 è operativo da settembre 2016, e ha una dotazione di circa 1,7 miliardi di euro. Nasce proprio per acquistare “sofferenze”, i non performing loans, che rappresentano il fardello delle banche italiane, su cui pesano per 360 miliardi di euro, secondo le stime del Fondo monetario internazionale.
Atlante 2 è “figlio” di Atlante, il fondo lanciato in aprile -con l’avallo dell’esecutivo: un comunicato campeggia sul sito della presidenza del Consiglio dei ministri, “Fondo Atlante: il Governo apprezza l’iniziativa e annuncia nuove misure per il recupero crediti”-. Atlante ha raccolto circa 4,3 miliardi di euro da 67 investitori istituzionali (banche, società di assicurazioni, Fondazioni bancarie e Cassa depositi e prestiti). Tra maggio e giugno 2016, il fondo ha investito circa 2,5 miliardi di euro per il salvataggio di altre due banche in difficoltà, Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca. Il meccanismo è, in questo caso, lo stesso utilizzato dal Fondo interbancario a Cesena: la sottoscrizione integrale delle nuove azioni emesse da istituti di credito bisognosi di una ri-capitalizzazione. A dicembre 2016, tuttavia, Veneto Banca e Popolare di Vicenza non sono in sicurezza, tanto che -forse già all’inizio del 2017- è prevista la loro aggregazione, prima di una nuova iniezione di capitale.

Il fondo Atlante 2, promosso dalla società di gestione del risparmio Quaestio, dovrebbe rilevare le sofferenze delle quattro banche “salvate” nel novembre 2015, circa 4 miliardi di euro

“Sembra che la politica italiana abbia scelto di affrontare le emergenze man mano che si presentano, senza un piano complessivo” spiega Mario Morroni, professore di Economia politica all’Università di Pisa e autore del libro “Nulla è come appare. Dialoghi sulle verità sommerse della crisi economica” (Imprimatur, 2016). “Il rischio di un ‘modello’ che prevede che consorzi di banche si facciano carico degli interventi sugli istituti in difficoltà -mediante un fondo come Atlante, il Fondo nazionale di risoluzione o il Fondo di tutela- è che per salvare le banche in crisi si mettano in difficoltà quelle che sono ancora in situazione relativamente buona e che sono chiamate a contribuire”. A metà dicembre 2016, il Consiglio di amministrazione di Unicredit ha deliberato un aumento di capitale da 13 miliardi di euro, nell’ambito di un Piano industriale che a gennaio verrà ratificato dai soci e che prevede entro il 2019 ben 6.500 esuberi, di cui 3.900 nel nostro Paese.

Mentre scriviamo, sono passati ben quattro mesi e mezzo dalla delibera di fine luglio 2016 con cui il consiglio d’amministrazione di Mps ha tracciato le linee guida del proprio salvataggio, un’operazione che avrebbe dovuto coinvolgere Atlante 2 e gli azionisti, chiamati a una ricapitalizzazione: il fondo è chiamato a partecipare all’operazione di cessione di un gigantesco portafoglio di crediti in sofferenza, del valore di oltre 27 miliardi di euro (per dare un’idea, le 23 operazioni sui non performing loans chiuse in Italia da gennaio a metà novembre 2016 riguardano posizioni per 19,7 miliardi, secondo il report “Filling the gap” di Banca IFIS, operatore specializzato nel comparto); a dicembre, però, la cessione non è ancora conclusa. E intanto la strada dell’aumento di capitale da 5 miliardi di euro, necessaria per migliorare il valore dei parametri “vitale” dell’istituto di credito è sbarrata. A meno che non decida di intervenire il primo azionista di Mps, che dall’agosto del 2016 è il ministero dell’Economia.

Che cosa avrebbe potuto fare, e non ha fatto, l’esecutivo italiano, a partire dal novembre del 2015? Secondo Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica all’Università del Sannio, “avrebbe dovuto procedere con la ricapitalizzazione pubblica della banca, come è già avvenuto in altri Paesi, e avrebbe anche dovuto trasferire il controllo dell’istituto allo Stato. Il tutto si doveva portare avanti rifiutando l’applicazione della Direttiva Ue sul bail-in”, quella in vigore dal gennaio 2016 che prevede il coinvolgimento nella risoluzione della crisi bancaria di azionisti e obbligazionisti. “Anche perché -continua Brancaccio- tra questi ci sono soggetti, piccoli e piccolissimi risparmiatori, che mai avrebbero dovuto acquistare quei titoli ‘rischiosi’. Per derogare al bail-in, il governo italiano avrebbe potuto ricordare che siamo di fronte a una crisi bancaria di tipo ‘sistemico’, ovvero capace di propagarsi a tutto il mercato”. È così, con quattordici mesi di ritardo, dopo aver insistito a lungo proponendo “perniciose soluzioni di mercato, ovvero evitando il più possibile un intervento pubblico nei capitali bancari”, sottolinea Brancaccio, che si affronta “l’ineludibile necessità di una ricapitalizzazione pubblica di Monte dei Paschi di Siena”.

BANCHE IN CRISI: LA CRONOLOGIA

18 novembre 2015
La  Banca  d’Italia istituisce il Fondo nazionale di risoluzione (FNR), finanziato da circa 600 soggetti, tra cui banche italiane, banche extra-UE e società di intermediazione mobiliare: nel 2015, incassa contributi per 2,4 miliardi di euro

22 novembre 2015
Con il decreto “Disposizioni urgenti per il settore creditizio” viene disposto il salvataggio di 4 istituti di credito -Banca delle Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio della provincia di Chieti- utilizzando le risorse del FNR

1 gennaio 2016
Entra in vigore nel nostro Paese la direttiva sul cosiddetto bail-in: prevede che il salvataggio di istituti in crisi o in fallimento avvenga senza l’intervento pubblico, aggredendo il capitale detenuto dagli azionisti, e -se questo non è sufficiente- quello degli obbligazionisti e infine i conti correnti superiori ai 100mila euro

29 aprile 2016
Nasce il fondo Atlante, gestito dalla società di gestione del risparmio Quaestio Capital Management. Raccoglie circa 4,25 miliardi

2 maggio 2016
Il Fondo Atlante diventa il primo azionista di Banca popolare di Vicenza, con un investimento di 1,5 miliardi di euro. Detiene il 99,33% del capitale della banca

17 giugno 2016
L’assemblea del Fondo interbancario di tutela dei depositi -un consorzio privato tra gli istituti di credito- rafforza la dotazione del proprio Schema volontario d’intervento per mettere in sicurezza situazioni di crisi e investe 280 milioni di euro nella Cassa di risparmio di Cesena, diventandone primo azionista

30 giugno 2016
Il Fondo Atlante diventa il primo azionista di Veneto Banca, con un investimento di 988,5 milioni di euro. Detiene il 97,64% del capitale

8 agosto 2016
È operativo anche il fondo Atlante II, con una dotazione di 1,71 miliardi di euro. Può investire solo in NPL, le “sofferenze” nei bilanci degli istituti di credito

12 agosto 2016
Il ministero dell’Economia diventa primo azionista di Monte dei Paschi di Siena, con il 4,024% del capitale

22 novembre 2016
A un anno dalla “risoluzione”, non è stata ancora completata la cessione delle 4 “good bank” nate dalle ceneri di Banca Marche, Etruria, Carife e CariChieti

Dicembre 2016
Difficoltà per un aumento di capitale da 5 miliardi di euro necessario per il Monte dei Paschi di Siena: appare plausibile la nazionalizzazione della banca

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