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La situazione dei dottorandi italiani è critica. E i problemi non sono solo economici

Il 14% non riesce ad arrivare a fine mese mentre il 52% non potrebbe sostenere una spesa imprevista di 400 euro. La metà di chi è impegnato in questo percorso accademico è ad alto rischio per quanto riguarda ansia, depressione e stress. L’indagine dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia

© Philippe Bout - Unsplash

Quella dei dottorandi italiani è una situazione critica: il 14% non riesce ad arrivare a fine mese mentre il 52% non potrebbe sostenere una spesa imprevista di 400 euro. Ma i problemi non sono solo economici. Anche la salute mentale di chi sta affrontando un dottorato è precaria: circa la metà di chi è impegnato in questo percorso accademico è ad alto rischio per quanto riguarda ansia, depressione e stress.

È a tinte fosche il quadro dipinto dall’undicesima indagine dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (Adi), volta a sondare lo stato di salute mentale e di benessere delle dottorande e dei dottorandi appartenenti ai cicli in corso nella primavera del 2022. Alla ricerca, pubblicata a metà gennaio, hanno partecipato settemila persone -circa un sesto della popolazione totale-, che hanno risposto a un questionario preparato dall’associazione e valutato attraverso una scala scientifica.

La precarietà e la bassa remunerazione, già messi in luce nell’indagine dell’anno scorso, sono state confermate nell’edizione attuale. È vero, infatti, che a luglio 2022 c’è stato un aumento di circa 65 euro mensili ma è anche vero che questo è stato annullato dall’inflazione e il numero di dottorandi e dottorande che non riesce ad arrivare a fine mese è in crescita (dall’11% al 14%). Questa situazione è aggravata anche dalla crisi abitativa, che ha portato a un aumento più o meno del 10% degli affitti nelle principali città universitarie italiane. “Questo trend non riguarda solo i dottorandi, ma anche gli studenti e i giovani professionisti -spiega Rosa Fioravante, segretaria nazionale di Adi-. C’è un problema nella gestione delle città e quindi una difficoltà negli alloggi soprattutto per chi ha un’età più alta come chi fa un dottorato o ha un assegno di ricerca: in questo caso la convivenza con altre sette persone diventa complicata. Significativo è poi anche il fatto che moltissimi tra coloro che sono alle prese con questo percorso di studi faticano a risparmiare più di 100 o 200 euro al mese, anche se con grandi sacrifici riescono ad arrivare a fine mese; si tratta di una grossa fascia che non riuscirebbe a far fronte a una spesa imprevista, come una visita dal dentista o un computer rotto”.

Questo si lega all’impossibilità di costruire una vita indipendente. “In un bando dell’università di Verona c’era scritto che la borsa basta solo a coprire le spese di sopravvivenza -continua Fioravante-, e che quindi servono anche risorse proprie. Noi citiamo sempre questo caso, non per condannare questo ateneo, che ha semplicemente detto la verità, ma per mostrare con un esempio pratico quello che i dati ci dicono nell’indagine”. Il quadro, quindi, è ancora una volta quello di una forte disuguaglianza, in cui un dottorando deve essere dipendente dalla famiglia, da un partner o avere anche un altro lavoro. Queste difficoltà non terminano con il dottorato, anzi. Chi intende continuare la carriera accademica con un assegno di ricerca non è pagato molto di più -1.200 circa prima, 1.400 circa poi-, ma affronta una situazione di grande precarietà in quanto la durata del contratto è solitamente di un anno.

Tutta questa indeterminatezza e insicurezza si riflette in maniera negativa sulla salute mentale di chi decide di affrontare un percorso accademico; il rischio di depressione, ansia e stress, misurato nell’indagine tramite il questionario scientificamente validato Dass-21, è molto alto. Il 27% di chi ha partecipato, infatti, riporta punteggi classificati come gravi o molto gravi rispetto all’ansia, il 36% presenta un quadro simile rispetto alla depressione e il 37% per lo stress. Il 19% ha punteggi gravi in tutte e tre le categorie, mentre solo il 52% non ne ha in nessuna delle tre. A contribuire alle difficoltà legate alla salute mentale dei dottorandi non è solo la bassa remunerazione e la precarietà. Nonostante l’ambiente di lavoro sia generalmente considerato positivo -in miglioramento rispetto al rapporto precedente-, soprattutto per quanto riguarda il rapporto di supervisione, alcuni aspetti messi in luce dall’indagine rappresentano una situazione problematica: il 28% dei partecipanti ha dichiarato di lavorare più di 45 ore a settimana, mentre il 57% ha affermato che i carichi di lavoro all’ordine del giorno sono eccessivi.

“Anche a livello internazionale si mette in luce come in accademia ci siano fenomeni di ansia e di depressione -spiega la segretaria nazionale di Adi- perché per come è costruito oggi questo percorso, con una dinamica publish or perish (pubblica o muori, ndr), porta a una iper-competizione e quindi a un auto-sfruttamento, anche col più bravo dei supervisor e nel migliore tra gli ambienti di lavoro. Si hanno delle scadenze molto ravvicinate, bisogna assicurare una quantità di articoli, pubblicazioni e partecipazioni a conferenze molto maggiore rispetto al tempo che viene effettivamente concesso. E, allargando lo spettro, anche questo è un fenomeno che non si risolve ma si aggrava andando avanti nel percorso accademico con un assegno di ricerca, in cui il rinnovo è tutto legato alla quantità di articoli prodotti in breve tempo”.

Nel generale quadro problematico dipinto dall’indagine di Adi, sono significative anche le differenze legate alle divisioni regionali, di genere e di disciplina accademica. Il gender gap rispetto alla capacità di affrontare spese impreviste è del 10% (il 56% delle dottorande contro il 45% dei colleghi maschi); simile è il gap per quanto riguarda la salute mentale, che oscilla tra il 10 e il 15% tra uomini e donne. Disparità si evidenziano anche tra discipline scientifiche e ingegneristiche e discipline umanistiche e tra Nord Italia e il resto della Penisola.

“Il mondo accademico è complicato e c’è un collo di bottiglia molto stretto, per cui dall’accademia viene espulso l’80% di chi inizia un percorso al suo interno -conclude Fioravante-. Dall’indagine emerge come tra l’inizio del dottorato e la sua fine il desiderio di rimanere all’interno dell’università diminuisca significativamente, proprio a causa delle problematiche legate alle condizioni di lavoro, alla precarietà e alla salute mentale”.

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