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La ricerca della verità dopo il disastro di Brumadinho

Nel gennaio 2019 il cedimento di una diga nel Minas Gerais in Brasile ha causato la morte di 272 persone. Le indagini puntano ora anche verso la società di certificazione in Germania

Tratto da Altreconomia 225 — Aprile 2020
La catastrofe di Brumadinho del 25 gennaio 2019 vista dall’alto appena dopo il crollo della diga “1” della miniera del Córrego do Feijão - © Vinícius Mendonça/Ibama

Il 25 gennaio 2019 uno tsunami dalla portata di dodici milioni di metri cubi di fango cancellò la cittadina di Brumadinho, nello Stato del Minas Gerais in Brasile, 40mila abitanti. I detriti erano fuoriusciti in pochi istanti dalla diga “1” della miniera di ferro di Córrego do Feijão, di proprietà della compagnia brasiliana Vale. Ore 12.28, i morti furono 272. A poco più di un’anno della tragedia, una decina di loro è ancora sotto il fango e i parenti non hanno nemmeno un corpo da seppellire.

Mesi prima della rottura, nel 2018, la sicurezza della diga era stata confermata per ben due volte nonostante numerosi problemi emersi durante le valutazioni. La struttura sarebbe stata infatti “ben al di sotto” dei limiti di sicurezza raccomandati. I controlli erano stati fatti anche dalla società brasiliana Bureau de Projetos e Consultoria Ltda, succursale di uno dei più importanti enti di certificazione al mondo, la tedesca Tüv Süd. Con sede a Monaco di Baviera, Tüv Süd conta 23mila dipendenti in tutto il mondo. È specializzata nello svolgimento di attività di audit, ispezione e collaudo, consulenza e certificazione. Le origini dell’azienda risalgono al 1860, quando le industrie tedesche decisero di costituire un’entità indipendente per valutare la sicurezza delle loro strutture. Le aree di attività dell’azienda sono molteplici, dall’ispezione di condotte e miniere all’analisi di alimenti e protesi mammarie.

Brumadinho è un comune del Brasile nello Stato del Minas Gerais, parte della mesoregione “Metropolitana di Belo Horizonte” e della microregione di Belo Horizonte

Un anno dopo il peggior crimine ambientale della storia del Brasile, la giustizia brasiliana e quella tedesca stanno cercando di fare luce anche sulle responsabilità dell’azienda di certificazione, sia della sua filiale sia della “casa madre” domiciliata a Monaco. Il percorso dell’inchiesta non è stato agile. Dopo la tragedia, infatti, i giudici del Brasile hanno emesso diversi mandati di perquisizione e d’arresto per altrettanti dipendenti della Vale e della Tüv Süd di San Paolo.

Tra le carte dell’indagine della Procura di Belo Horizonte c’è un documento in cui Tüv Süd dichiara di avere perso fiducia nei propri criteri di certificazione delle dighe

La procura di Belo Horizonte aveva organizzato un pool di procuratori per portare avanti le indagini, concluse con accuse a vario titolo a partire dall’omicidio rivolte a cinque impiegati dell’azienda, tra direttore e tecnici, e contro l’azienda stessa per i crimini ambientali. Tra le carte dell’indagine della Procura c’è un documento in cui Tüv Süd dichiara di avere perso la “fede” nei propri criteri per certificare la sicurezza delle dighe. “Alla luce del disastro della rottura della diga numero uno della miniera di Córrego do Feijão, le notizie pubblicate e il fatto che la sua causa non sia ancora stata stabilita finora, dopo un’attenta considerazione, abbiamo perso la nostra fede nella struttura e nella pratica del mercato, in generale, attualmente adottate per accertare la sicurezza e la stabilità delle dighe”.

Danilo Chammas, avvocato, Marcela Rodrigues, figlia di una vittima della diga e Carolina de Moura, durante il Sinodo dell’Amazzonia in Vaticano nell’ottobre 2019 – © Janaina Cesar

“Di fronte alla morte di centinaia di persone è come dire: ‘Mi dispiace ma ce ne laviamo le mani, non abbiamo nulla a che vedere con il problema’”, afferma Carolina de Moura, ambientalista e coordinatrice dell’associazione comunitaria Jangada, partendo dal presupposto che l’azienda avrebbe dichiarato di lì in avanti lo stop alle certificazioni di sicurezza per le dighe. Secondo gli atti di indagine depositati lo scorso gennaio da Antonio Sergio Tonet, procuratore generale di Minas Gerais, le due società coinvolte avrebbero tenuto nascosta al governo, agli azionisti, agli investitori e all’opinione pubblica la reale situazione di insicurezza di diverse dighe minerarie in gestione alla Vale. Gli uomini della Tüv Süd denunciati in Brasile sono Chris Peter Mier, direttore generale della società di Monaco, Ansênio Júnior e André Juni Yassuda, consulenti tecnici; Makoto Namha, coordinatore e Marlúcio Oliveira Coelho, un tecnico. “Con il sostegno di Tüv Süd la Vale ha gestito una scatola nera dando una falsa idea di sicurezza della società mineraria, cercando in ogni modo di ottenere un impatto positivo sulla propria reputazione per poter raggiungere la leadership mondiale nel mercato”.

L’indagine tedesca può essere un importante tassello per ricostruire la responsabilità delle multinazionali, come conferma Cannelle Lavite, consulente legale dell’ECCHR

La Procura ha chiesto anche l’arresto di Meier, sostenendo che, “nonostante sia stato sistematicamente cercato non si è reso disponibile a collaborare alle indagini. Siccome la sua residenza è in un altro Paese lontano dal territorio nazionale esiste un evidente rischio che non venga applicato il diritto”. Se condannati dovranno scontare dai 12 ai 30 anni di carcere. “Nessuna società che dimentica l’arte di interrogare può sperare di trovare risposte ai problemi che l’affliggono”. Ed è proprio cercando quelle “risposte” cui si riferiva in passato il sociologo Zygmunt Bauman che un gruppo di brasiliani, vittime della tragedia di Brumadinho, ha deciso di attraversare l’oceano per presentare un’altra denuncia penale in Germania nei confronti della Tüv Süd e di due dipendenti di Monaco. L’hanno presentata in Baviera cinque donne che hanno perso il marito, il padre o il figlio nel disastro, insieme al Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR) e l’organizzazione cattolica di aiuto Misereor.

L’indagine tedesca può essere un importante tassello per ricostruire la responsabilità delle multinazionali in questo mondo globalizzato. Secondo Cannelle Lavite, consulente legale dell’ECCHR, “Anche se le aziende sono coinvolte nella seconda o terza fase della catena produttiva, sono responsabili per la violazione dei diritti umani. E quando agiscono in un Paese come ente certificatore ne deve rispondere anche la ‘casa madre’”, continua Lavite. “Ho perso mio padre. Me l’hanno restituito ma non era un corpo, erano pezzi della persona che un tempo ho tanto amato”, racconta Marcela Rodrigues, figlia di Denilson Rodrigues, morto nella tragedia. La voce è rotta e gli occhi bagnati dalle lacrime. “È ancora difficile parlare, mio padre era un eroe per me. Me l’hanno portato via e restituito frammenti. Vogliamo giustizia. Vale non ha agito sola. Tüv ha certificato quella diga”, dice. Josiana Mello, dell’associazione dei parenti delle vittime colpiti dal collasso della diga di Brumadinho, ha perso la sorella Eliane, un’ingegnere civile che lavorava nella Vale ed era incinta di cinque mesi. Per lei dopo tutto quello che è successo, l’immagine dell’azienda è ancora intatta. “Ci siamo resi conto che le persone sanno poco della responsabilità di Tüv Süd nel caso di Brumadinho. La gente deve sapere che cosa ha fatto. È la seconda più grande azienda di certificazione al mondo e la sua immagine è ancora immacolata. Vende fiducia, vende carta. Si deve sapere che, a quanto pare, avrebbero certificato la stabilità di una diga che stava per crollare”. L’indagine sulla certificazione della stabilità della diga di Brumadinho -che include accuse di corruzione in transazioni commerciali, omissione e omicidio colposo- è tuttora in corso (metà marzo 2020).

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