Diritti / Opinioni

La resistenza è efficace se supera la stupidità della guerra

È oggi che dobbiamo operare per impedire le prossime guerre risanando le situazioni di conflitto. Prevenendo la disumanizzazione e assumendo la pace come metodo delle azioni giorno per giorno, non solo come meta ideale. È questo il senso della nonviolenza. Le “idee eretiche” di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 247 — Aprile 2022
© Markus Spiske, pexels

Sconfiggere la guerra, uscire dalla stupidità. Questo dovere s’impone di nuovo alla nostra attenzione, di solito molto distratta rispetto al mondo, per la sua urgenza a fronte dell’orribile invasione decisa dal governo di Putin contro il popolo dell’Ucraina. Anche stavolta la guerra è stata preparata a lungo: nei cuori, nelle menti, nelle scelte politiche. Dalla dittatura in Russia, dai nazionalismi incrociati, dal perdurare illegittimo della Nato dopo la fine del Patto di Varsavia e dalla sua politica aggressiva di espansione a Est, dal fiorire dell’industria bellica e dalla continua corsa al riarmo, dalle ideologie di divisione della famiglia umana, dall’abitudine di concepire l’economia come competizione, dalla perenne logica di potere che ovunque avvelena tutti i rapporti. 

La “geopolitica” è il campo di lotta tra le potenze più aggressive, lì dove la politica implode e diventa criminalità istituzionale. Chi gestisce questo potere militare, ideologico, economico e tecnologico è più pericoloso di un serial killer e meno sensibile di una macchina. Ha un livello di coscienza molto inferiore a quello di una pianta. La guerra è il sistema della stupidità. Infatti possiamo comprendere la vita e noi stessi solo con la nostra umanità, mentre la guerra è disumanizzazione e dunque è perdita della sensibilità e della ragione. 

La guerra è una delle istituzioni più antiche e perpetuate. Come dimenticare che oggi, insieme alla guerra in Ucraina, il mondo è lacerato da tanti altri conflitti in Yemen, in Siria, in Israele e Palestina, in Armenia e Azerbaijan, in Nigeria, nel Burkina Faso e pure altrove? La guerra è sempre preparata lungamente, poi alle fine esplode. Perciò è miope, una volta che sia scoppiata, affermare che è giusto fermare gli aggressori con le armi, cioè con una controguerra. Così il contagio della distruzione dilaga nel presente e prepara le guerre del futuro. Bisogna prevenire la disumanizzazione, assumendo la pace come metodo delle azioni giorno per giorno, non solo come una meta ideale. È oggi che dobbiamo operare per impedire le prossime guerre risanando le situazioni di conflitto. Questo è il senso della nonviolenza, che Gandhi e altri come lui hanno praticato in forma positiva come amore politico. 

Ma intanto che cosa fare per il popolo dell’Ucraina aggredito, bombardato, perseguitato? Chi si sta opponendo con le armi attua una reazione difensiva comprensibile. Il punto è che gli altri Paesi della Terra e i loro governi non devono agire per alimentare ulteriormente la guerra, ma devono spezzarne la spirale. Questo si può fare solo con la pressione diplomatica e la mediazione finalizzata a salvaguardare la sicurezza per entrambe le nazioni. Non è una lotta tra i due popoli, che in modo diverso sono vittime dei loro governi. Verso questi ultimi vanno messe in campo l’azione politica degli altri Stati, a partire da quelli “terzi” come la Cina, l’India, la Turchia, e l’invio di una forza di interposizione dei caschi blu dell’Onu. Per i popoli servono ospitalità, aiuti, sostegno alla resistenza nonviolenta. Non servono le sanzioni e tanto meno la scelta di inviare armi per una guerra che, con un rapporto di forze tra Ucraina e Russia di 1 a 50, porterebbe al genocidio del popolo ucraino. 

La resistenza al nazifascismo fu un fatto reso necessario dal grado generalizzato e radicale della minaccia; la resistenza alle truppe di Putin si realizza togliendosi dal piano del confronto armato e agendo sul piano politico, diplomatico e su quello dell’azione popolare nonviolenta. La resistenza è efficace se supera la stupidità della guerra con l’intelligenza di lavorare per la ricostruzione delle relazioni spezzate e per il futuro. Per chi ragiona secondo la logica di guerra, questa prospettiva è fuori dalla realtà. Ma per chi sa vedere le ragioni dell’umanità e del bene, sempre comune e indivisibile, il metodo della nonviolenza attiva resta l’unica via possibile. Non è un caso-limite delle possibilità umane, è l’essenza della politica.

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata; il suo libro più recente è “Gandhi. Al di là del principio di potere” (Feltrinelli, 2021)

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