Diritti / Opinioni

La “democrazia immunitaria” e quel desiderio dello stato d’eccezione

Nell’emergenza sanitaria si sono rafforzate tendenze autoritarie già presenti. Obiettivo: depoliticizzare le persone. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 227 — Giugno 2020
© Lianhao Qu - Unsplash

La pandemia ha fermato il mondo e ora lo sta trasformando. Siamo passati dalla rinuncia ad alcune delle maggiori libertà individuali, a una “fase due” che potrebbe riservare brutte sorprese. Il confinamento domestico è stato un grande esperimento sociale e qualcuno potrebbe pensare di estrapolarne alcuni elementi utili alla costruzione di una nuova post democrazia, con la quale affrontare le tempeste che ancora ci attendono, fra convivenza forzata col virus, recessione economica, impoverimento di massa, panico sociale e le varie temute conseguenze della catastrofe climatica in corso (dalle migrazioni all’insorgenza di altre epidemie). Non è un pericolo nuovo. Lo stato d’eccezione motivato da eventi gravissimi e imprevisti, lo sappiamo, è sempre passibile di prolungamento: è accaduto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e all’indomani di altri episodi di terrorismo in Europa. Le misure speciali adottate nella concitazione del momento sono entrate stabilmente negli ordinamenti nazionali.

5,3 miliardi di dollari investiti in azioni Alphabet (casa madre di Google) dal suo ex presidente Eric Schmidt, ora consulente del Congresso Usa per l’intelligenza artificiale e del governatore di New York Mario Cuomo per il post pandemia

La pandemia ci ha sottoposti a uno stress diverso rispetto al terrorismo, ma per certi aspetti più pesante. Ci siamo trovati chiusi in casa, allontanati dal lavoro, privati delle normali libertà politiche e associative e inoltre inseguiti, tracciati, controllati. In Ungheria il premier Orbán ha approfittato della pandemia per farsi assegnare dal Parlamento pieni poteri, ma questo è un caso estremo. Sono più insidiose le apparenti vie di mezzo. La filosofa Donatella Di Cesare, nel suo pamphlet “Virus sovrano?” (Bollati Boringhieri), parla di “democrazia immunitaria”, un sistema nel quale si radicalizzano tendenze già esistenti: le politiche della paura (la “fobocrazia”), la distinzione fra gli immunizzati (un identitario “noi”) e gli altri, l’esclusione dello straniero in quanto potenzialmente contagioso. Il rischio è che la politica e la medicina formino una coalizione di potere in modo che la mano forte dell’autorità sia legittimata dalle “ragioni della scienza”.

Nella democrazia immunitaria il distanziamento è fisico ma anche sociale e politico: le piazze si svuotano, gli “assembramenti” (termine non a caso ripreso dal gergo poliziesco) sono proibiti o scoraggiati, la protesta è inibita dalle nuove regole “sanitarie” di convivenza, la logica della sicurezza (dell’immunità da garantire) viene estesa a tutti gli ambiti della vita. Naomi Klein aggiunge a questo quadro un ulteriore elemento: i giganti della Silicon Valley, dice l’autrice di “Shock economy”, sono pronti a un’alleanza coi governi per massimizzare l’uso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale. Non è un progetto innocente. Avere più smart working, più teledidattica, più telemedicina, più tracciamenti sanitari, implica avere meno investimenti pubblici nella scuola, nella sanità, nei servizi sociali. Meno aule e professori, meno relazioni fra studenti, e più conformismo nella formazione. Meno medici e ospedali e più repertori da cui pescare per diagnosi e cure informatizzate. È un progetto che aumenta i profitti dei “colossi digitali” e aiuta a depoliticizzare la popolazione. Sullo sfondo c’è anche una competizione geostrategica fra l’Occidente e la Cina sull’intelligenza artificiale, una sfida che potrebbe avere esiti imprevedibili, come la tendenziale convergenza dei rispettivi sistemi politici (la Cina è l’epicentro del capitalismo della sorveglianza e potrebbe rivelarsi un modello da imitare). La storia insegna che lo sviluppo tecnologico non porta necessariamente progresso. È una lezione particolarmente preziosa.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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