Interni / Intervista

L’inganno della democrazia diretta nell’epoca della crisi della politica

Secondo il costituzionalista Francesco Pallante, l’autogoverno affascina ma contiene un problema concettuale: la democrazia non è decisione, è discussione per ottenere un compromesso. Altrimenti è tirannia della maggioranza, dominio della folla

Tratto da Altreconomia 229 — Settembre 2020
Il saluto introduttivo all’incontro con i sindaci italiani sul tema “Lo Stato dei beni Comuni” avvenuto a febbraio 2019 nell’aula di Montecitorio

“Pensare di poter risolvere la crisi -politica, economica, culturale- in cui siamo precipitati semplicemente attribuendo tutto il potere al popolo è più che illusorio: è pericoloso”. Francesco Pallante è professore di Diritto costituzionale all’Università di Torino. Il suo ultimo libro “Contro la democrazia diretta”, pubblicato da Einaudi, è esplicito sin dal titolo: un testo solido, chiaro e convincente, nella tradizione dei suoi maestri Dogliani e Zagrebelsky. “Lungi dall’essere la cura per la crisi istituzionale in atto, la democrazia diretta rischia di incarnarne la fase più acuta e conclusiva. È tirannia della maggioranza, dominio della folla”.

Professor Pallante, la tendenza della politica italiana a “dare voce al popolo” riemerge già negli anni 90, quando le riforme portano all’elezione diretta dei sindaci e dei governatori regionali, per non parlare del referendum che porta al sistema elettorale maggioritario.
FP
Sì, quelli sono gli anni in cui avvengono le prime realizzazioni ma molte idee avevano iniziato a circolare da prima. È interessante che si sia partiti dai sindaci, ovvero dalle istituzioni più legate al territorio, per poi salire sino a livello nazionale. Nel caso dei Comuni è decisivo che i due organi elettivi -sindaco e consiglio comunale- siano legati l’uno all’altro. Lo stesso vale per le Regioni. Così il sindaco e il governatore hanno un grande potere di ricatto perché, se per qualsiasi motivo, perdono la carica, si torna al voto. Il risultato è che c’è un leader con una maggioranza fedele, le opposizioni non hanno un ruolo e nemmeno la maggioranza, visto che non c’è dialettica politica. Si è provato a fare lo stesso con il governo nazionale, l’ultimo tentativo è stata la riforma del 2016.

“Siamo affascinati dalla democrazia diretta perché lo siamo dall’idea di poter decidere noi. Solo che così la ‘decisione’ è in realtà l’investitura di un leader”

Il ritornello è avere una maggioranza a tutti i costi, garantire la “governabilità”. L’esempio lampante sono le elezioni del 2013, quando una risicata differenza di voti genera un ampio divario tra gli eletti in Parlamento e assicura la maggioranza assoluta a un’alleanza che non arriva al 30%. Si vota, si sceglie un leader e “chi perde non rompe le palle”, come ha detto il senatore Matteo Salvini. Ma così la forma di governo è squilibrata: si dimentica del tutto il principio dei pesi e contrappesi democratici. Persino negli Stati Uniti si vota ogni due anni per il Parlamento affinché il Presidente possa perdere la maggioranza. A ribadire che non può, e non deve, fare tutto da solo.Le leggi elettorali non sfuggono a questa deriva allorché perdono la loro funzione di costruire rappresentanza, e cercano invece di costruire maggioranze artificiali per dare un governo a qualunque costo. Ribaltando il dettato costituzionale, funzione delle votazioni diventa quella di scegliere il governo non di eleggere i rappresentanti in Parlamento.

Eppure la Costituzione indica tutt’altro.
FP In un primo momento i costituenti immaginarono le Camere in maniera molto differente, con una durata diversa tra di loro, e perfino diverse leggi elettorali. L’obiettivo -rimasto- era garantire la più ampia rappresentanza possibile, non un governo a tutti i costi. Che invece deve conquistarsi la fiducia delle Camere, non avere il loro cieco appoggio. Oggi in pochi hanno mantenuto questa visione e certamente in questo conta molto il ruolo che i partiti non giocano più. Siamo affascinati dalla democrazia diretta perché lo siamo dall’idea di poter decidere noi. Solo che così la “decisione” è in realtà l’investitura di un leader. Dovremmo ricordare che la decisione è anche un processo partecipativo. Anziché stigmatizzare la propensione al dialogo, bollandolo come “inciucio”, la politica dovrebbe ricordare che l’essenza della democrazia è far sì che nulla venga imposto dalla “maggioranza” alle “minoranze”. Bisogna costruire compromessi, mettendosi nei panni degli altri, anche in maniera conflittuale, in modo che la conta delle posizioni sia strumento di ultima istanza. Ecco perché le leggi elettorali che “forzano” non funzionano: non rappresentano la reale maggioranza del Paese, anzi non lo rappresentano affatto. Oggi la politica insegue l’opinione pubblica con i sondaggi per scontentare il minor numero di elettori possibile. Invece nelle società complesse, plurali e anche divise, il consenso non lo si rincorre, lo si costruisce.

Le opinioni politiche dei cittadini devono essere rielaborate attraverso le rappresentanze per smussare quella sorta di “infantilismo” politico dell’elettore, che dovrebbe essere superato dai rappresentanti politici. Il cui compito è di “tenere assieme” gente che per strada, altrimenti, si prenderebbe a cazzotti. È il modello della Costituzione: nessuno l’avrebbe voluta così, nessuno vi trova tutto ciò che avrebbe voluto, ma ciascuno vi trova qualcosa di quel che avrebbe voluto. Tra l’inizio degli anni 60 e la fine degli anni 70 si è ragionato così ed è la stagione delle grandi trasformazioni della società italiana (ad esempio nel caso del Servizio sanitario nazionale).

Francesco Pallante è professore di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. In “Contro la democrazia diretta”, nella tradizione dei suoi maestri Dogliani e Zagrebelsky, riflette sui rischi insiti nell’ideale dell’autogoverno © Federica Agamennoni

Oggi invece siamo nella stagione della democrazia del sondaggio.
FP È la democrazia dell’immediato. Ma non è democrazia, è demagogia. Il popolo è chiamato apparentemente a decidere ma in realtà le decisioni sono state già prese. Come dicevo, la democrazia non è “decisione”, semmai è discussione, il più possibile includente, solo al termine della quale c’è la decisione. Quello di cui c’è bisogno è attitudine al dialogo, rispetto, empatia, curiosità verso le posizioni altrui, perfino disponibilità a cambiare idea. Tutte cose che solo la discussione parlamentare, non certo un insieme di click, può riuscire a realizzare. Come per la scrittura della Costituzione, il fine deve essere trovare la soluzione capace di non lasciare nessuno totalmente insoddisfatto e, di conseguenza, nessuno totalmente soddisfatto. E per questo ci vuole tempo. Lo ha detto Zagrebelsky: anche la legge approvata sulla base dei numeri è un esercizio di forza. Per una buona legge ci vuole il tempo della discussione: la democrazia è il tempo che ci dà il distacco dai problemi e dalle loro soluzioni. Questo processo è favorito da un sistema proporzionale, quando una maggioranza te la devi costruire. È quel che manca nei Comuni e nelle Regioni, e ormai anche a livello nazionale.

“La rimozione del problema delle disuguaglianze di partenza si riverbera in politica e va di pari passo con la distruzione della democrazia rappresentativa”

Questo smantellamento della rappresentanza, dei corpi intermedi, vale per la politica come vale per la società. L’“uno vale uno” che rimane solo.
FP Nella parte finale del libro ho cercato di delineare il contesto nel quale è avvenuta questa evoluzione politica. Atomizzare la società, smantellando i corpi intermedi -dai partiti ai media-, esaltare le decisioni individuali -il che ha anche profili di narcisismo, oltre che essere irrealistico, dato che spesso le nostre opinioni sono costruite o manipolate- distrugge la socialità. Si dice: la società è costrittiva, ti limita, ti vincola. Magari è anche vero ma la socialità è anche protezione, costruzione della consapevolezza, crescita condivisa. Esaltare l’individuo è un’ideologia potentissima ed estremamente seducente. In realtà però la società è diseguale, uno non vale uno: ognuno nasce in un contesto e questo contesto è decisivo. La rimozione del problema delle disuguaglianze di partenza si riverbera in politica come in economia e va di pari passo con la distruzione della democrazia rappresentativa.

Ma se distruggi le relazioni sociali, in realtà isoli i più deboli e li privi della loro unica forza, che è quella di mettersi insieme. E la mera composizione algebrica delle preferenze individuali non getta ponti tra le parti in cui è divisa la società. Costruisce muri. Non è democrazia ma tirannia della maggioranza, oclocrazia, cioè potere della folla.

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