Economia / Intervista

La precarietà del lavoro non crea occupazione. Una ricerca sfata il mito della flessibilità

Un recente studio ha esaminato la letteratura accademica che ha indagato sugli effetti occupazionali delle politiche di deregolamentazione del lavoro tra il 1990 e il 2019. Risultato: lo slogan liberista non ha solide basi scientifiche. Anzi, la “flessibilità” invocata ancora oggi da Confindustria e da alcuni esponenti di governo comporta depressione dei salari e deflazione da debiti. Intervista a uno degli autori, l’economista Emiliano Brancaccio

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“Confindustria e alcuni consiglieri del governo vorrebbero fronteggiare la crisi con dosi ulteriori di precarizzazione del lavoro. Ma la ricerca scientifica ha dimostrato che questa ricetta non favorisce l’occupazione e alimenta solo le disuguaglianze”. L’economista Emiliano Brancaccio contesta alla radice la proposta di Marco Leonardi -consigliere del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri- di sospendere le causali sui contratti a tempo determinato per stimolare le assunzioni. Intellettuale critico abituato a confrontarsi con i massimi esponenti dell’ortodossia economica, nel marzo scorso Brancaccio ha pubblicato sul Financial Times un appello per un “piano anti-virus” finalizzato a contrastare la grande crisi con strategie alternative rispetto alle ricette liberiste prevalenti. Lo interpelliamo all’indomani dell’uscita di una sua importante ricerca -realizzata con Fabiana De Cristofaro e Raffaele Giammetti e pubblicata sulla Review of Political Economy- che sfata il mito della flessibilità del lavoro come panacea contro la disoccupazione.

Professor Brancaccio, nel vostro studio avete esaminato l’ampia letteratura accademica che ha indagato sugli effetti occupazionali delle politiche di deregolamentazione del lavoro. Con quali scopi e a quali risultati siete giunti?
EB La deregulation del lavoro è lo “spirito del tempo” che ha dominato la politica economica dell’ultimo trentennio. È stata la riforma “strutturale” più pervasiva, che ha reso i mercati del lavoro sempre più precari e più simili tra loro. Nei Paesi OCSE dal 1990 abbiamo assistito a un crollo medio degli indici di protezione dei lavoratori di oltre il 20 percento e a una riduzione della loro variabilità internazionale di quasi il 60 percento. Questa politica è stata sempre giustificata con lo stesso slogan: la precarizzazione dei contratti di lavoro non è piacevole ma è necessaria per stimolare le imprese ad assumere e ridurre così la disoccupazione. Ebbene, il nostro studio evidenzia che questo slogan non ha solide basi scientifiche. Il 72% delle analisi empiriche pubblicate tra il 1990 e il 2019 non conferma che la flessibilità crea occupazione, una percentuale che addirittura sale all’88% se osserviamo gli studi tecnicamente più avanzati che sono usciti nell’ultimo decennio. Questo risultato è sempre valido, quali che siano le citazioni degli articoli, gli impact factors delle riviste scientifiche esaminate o le tecniche di indagine utilizzate.

È la prima volta che viene realizzata una rassegna del genere?
EB La nostra è la prima meta-analisi che si sofferma esclusivamente su papers accademici sottoposti alla cosiddetta revisione tra pari e che segue rigorosamente gli standard scientifici in materia. Ma il risultato a cui siamo giunti non è del tutto nuovo. Nel nostro paper ricordiamo che già la Banca mondiale nel 2013 riconosceva che “l’impatto della flessibilità del lavoro è inferiore all’intensità che il dibattito suggerirebbe. Per la maggior parte, le stime tendono ad essere insignificanti o modeste”. Anche il Fondo monetario internazionale, nel 2016, è giunto alla conclusione che le deregolamentazioni del lavoro “non hanno, in media, effetti statisticamente significativi sull’occupazione”. E l’OCSE, nello stesso anno, ha ammesso che “la maggior parte degli studi empirici che analizzano gli effetti a medio-lungo termine delle riforme di flessibilizzazione del lavoro, suggeriscono che esse hanno un impatto nullo o limitato sui livelli di occupazione nel lungo periodo”. Insomma, le stesse istituzioni che per anni hanno propugnato la deregulation oggi ammettono che questa politica non crea posti di lavoro.

Se la flessibilità non stimola l’occupazione, quali sono i suoi effetti reali?
EB L’evidenza mostra che i contratti precari rendono i lavoratori più docili, e quindi provocano un calo della quota salari e più in generale un aumento delle disuguaglianze. Anche questo risultato trova conferme in alcuni studi pubblicati dalle principali istituzioni, dal National bureau of economic research al Fondo monetario internazionale.

Già prima del Covid-19, alcuni esponenti del mainstream avevano riconosciuto la validità delle critiche che lei ed altri avanzate alla dottrina liberista prevalente. L’ex capo FMI Olivier Blanchard si è dichiarato “al 100% d’accordo” con lei sugli effetti nefasti di una politica anti-crisi basata sulla deflazione dei salari e ha pure condiviso l’esigenza di una “rivoluzione” della politica economica per evitare la catastrofe.
L’ex presidente del Consiglio Mario Monti si è spinto addirittura ad affermare che lei ha ragione sul fatto che il capitalismo ha dato il peggio di sé da quando è venuto a mancare il pungolo della minaccia socialista. Ora che siamo nel mezzo di una nuova gravissima crisi mondiale, pensa che ci siano finalmente le condizioni per un cambiamento dello “spirito del tempo”?
EB Qualche segno di cambiamento c’è. I sondaggi indicano che soprattutto tra le giovani generazioni si registra una crescente sfiducia nelle virtù taumaturgiche del cosiddetto libero mercato, e sembra pure diffondersi un certo interesse verso forme moderne di “socialismo”. Ma per il momento l’azione dei governi resta ancorata ai vecchi slogan dell’ideologia liberista, come quello secondo cui la precarietà crea occupazione. Nonostante l’enormità della crisi e i danni provocati dalle ricette mainstream, siamo ancora ottenebrati da quelle che il Faust di Goethe definiva “le massime di vita che stanno bene in bocca ai burattini”.

In Italia la nuova Confindustria di Bonomi chiede di mettere di nuovo mano al diritto del lavoro, eliminando le causali per i contratti a tempo determinato. Qualcuno si spinge oltre e propone di abolire il reintegro dei licenziati senza giusta causa assunti prima del Jobs Act. Sul Sole 24 Ore l’economista Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, propone di congelare le causali per “rimuovere ogni ostacolo normativo alla ripresa”. Alla luce degli studi in materia, come giudica queste iniziative?
EB L’idea che le tutele del lavoro rappresentino un ostacolo alla ripresa dell’occupazione non ha adeguate basi scientifiche. Anzi, insistendo con la precarizzazione dei contratti si corre il rischio opposto: una depressione dei salari tale da scatenare una deflazione da debiti. Se davvero Confindustria punta a recuperare margini di profitto con questa strategia retriva e fallimentare, bisogna augurarsi che nessuno la prenda in seria considerazione. E il ministro Gualtieri farebbe bene a chiarire che il suo consigliere parla solo a titolo personale.

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