Ambiente / Attualità

In Sardegna l’invasione delle cavallette mette in ginocchio allevatori e agricoltori

Lo sfruttamento intensivo dei terreni, i cambiamenti climatici e anni di mancati controlli delle campagne hanno creato le condizioni ideali per lo sviluppo degli insetti. La voracità degli sciami devasta le colture e il territorio. Le associazioni di categoria chiedono ristori e interventi di prevenzione

Giovanni Mureddu all’interno di ciò che rimane della sua coltivazione di mais, Ottana, Sardegna 2022 © Michele Martinelli

“A ogni stagione anticipiamo i soldi per l’aratura, il gasolio, gli attrezzi, le sementi, aspettando il raccolto per rientrare con le spese. Poi arrivano le cavallette e mangiano tutto, lasciandoci senza guadagni e con i debiti da pagare. Dopo anni che si ripete lo stesso problema, ti passa la voglia di lavorare: iniziamo a chiederci se non sia meglio abbandonare i campi”. Giovanni Mureddu, 43 anni, ha un’azienda ovina per la produzione di latte tra Ottana e Bolotana, nell’entroterra sardo in provincia di Nuoro. È qui, nella valle del fiume Tirso, che dal 2019 si verifica ogni primavera una pullulazione di cavallette, che quest’anno ha raggiunto dimensioni catastrofiche: sono stati danneggiati oltre 40mila ettari di coltivazione, orti e giardini. Il problema si estende su tre province: Nuoro, Sassari e Oristano.

“Ogni volta che arrivano le cavallette i danni ammontano a non meno di 15-20mila euro, quest’anno anche di più -racconta-. Nel 2019 ci hanno colto di sorpresa: il problema inizialmente era localizzato solo su duemila ettari e abbiamo chiesto alle istituzioni di bonificare i terreni ma il problema è stato preso sotto gamba. È mancata un’adeguata prevenzione e oggi ci troviamo in questa situazione tragica: ma qua chi deve campare, noi o le cavallette?”. Giovanni, tre figli, lavora nell’azienda di famiglia da quando aveva 14 anni: alleva circa 400 pecore e produce fieno, granelle e mais per nutrirle. “Le cavallette si sono mangiate tutto: non sappiamo come fare per mantenere il bestiame e arrivare alle prime erbe che spunteranno a ottobre -dice preoccupato-. Devo acquistare il foraggio fuori dalla Sardegna, ma i costi sono alti. Sto aspettando i ristori per i danni subiti, per comprare con quel gruzzoletto alcuni balloni di fieno: speriamo che gli aiuti arrivino velocemente, se no sarà troppo tardi. Con le pecore ho un’autonomia di venti giorni, poi o trovo cibo, o sarò costretto a venderle”.

Le cavallette che hanno infestato il centro della Sardegna sono della specie “Dociostaurus maroccanus”, detta anche “grillastro crociato”, tipica del Marocco e ampiamente diffusa in Nord-Africa, Europa meridionale e Asia occidentale. Il suo ciclo di vita dura un anno: nascono in primavera, si radunano in orde e iniziano a mangiare ciò che hanno attorno. Poi diventano adulte, mettono le ali e si spostano per vari chilometri. Per deporre le uova cercano terreni sodi e compatti, preferibilmente incolti: in zone favorevoli, la concentrazione è molto elevata e può raggiungere le diverse migliaia per metro quadrato.

“Ho dovuto cancellare i contratti che avevo con alcune attività che si rifornivano da me, perché non potevo assicurare la continuità del prodotto”, racconta Sandra Belloni, 54 anni, quatto figli: ha un’azienda agricola di sette ettari nel comune di Ottana, che produce frutta e verdura. “Quel poco che raccolgo oggi lo vendo nei mercati contadini, ma non è neanche un decimo di quello che ci aspettavamo. Dopo due anni di pandemia, gli incendi, la guerra e i rincari, la siccità, ci mancava anche questo -commenta-. A inizio giugno non ho potuto neanche piantare i nuovi ortaggi: non aveva senso, sarebbero stati divorati anche quelli. Abbiamo piantato solo la canapa industriale perché l’avevamo già comprata, ma ci siamo dovuti ingegnare installando delle reti finissime per proteggere le piantine. È stato un lavoraccio e una spesa non da poco, ma cosa potevo fare?”

Uno sciame di cavallette nei pressi di Sedilo, in provincia di Oristano. Gli insetti si spostano nelle ore più calde della giornata sfruttando le correnti presenti nella valle, riuscendo a coprire distanze di decine di chilometri al giorno © Michele Martinelli

In Sardegna le problematiche legate alla presenza delle cavallette non sono una novità. Già nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento il fenomeno era consistente, probabilmente anche a causa dell’abbandono delle campagne dovuto alle guerre. “All’epoca, le cavallette venivano combattute con l’utilizzo dell’arsenico, che aveva un effetto devastante non solo sugli insetti ma su tutti gli animali dell’ecosistema -spiega Roberto Pantaleoni, entomologo dell’Università di Sassari e ricercatore del Iret-Cnr-. Nel 1946 fu introdotto il coleottero ‘Mylabris variabris’, che ne mangia le uova: da quel momento, le infestazioni massicce furono sempre meno. Una delle ultime si verificò nel 1987, in corrispondenza di una stagione particolarmente siccitosa”.

Il coleottero “Mylabris variabris” è ancora presente sul territorio sardo, ma oggi a favorire la riproduzione delle cavallette ci sono stati alcuni cambiamenti a livello di ecosistema. “Probabilmente hanno contribuito due ordini di fattori -spiega Pantaleoni- Il primo è legato ai cambiamenti climatici: con l’aumento delle temperature e la mancanza di piogge, le cavallette si riproducono con più facilità. E poi può aver influito il cambio d’uso del territorio: vecchi campi sono stati abbandonati, mentre in altre aree il sovrapascolo comporta un compattamento del terreno che lo rende molto adatto alla deposizione delle uova. Per anni abbiamo assistito a un mancato controllo delle campagne: un tempo esisteva il Crai, il Centro regionale antimalatico e antinsetti, che faceva un controllo sistematico dei luoghi dove le cavallette deponevano le uova, ma è stato smantellato trent’anni fa. Oggi la crescita degli insetti non viene più tenuta sotto osservazione”.

Che cosa si può fare allora? Questa primavera la Regione Sardegna ha fatto oltre 600 interventi di disinfestazione spruzzando un insetticida, la deltametrina, ma Coldiretti sostiene che l’azione abbia interessato solo 300 ettari, pari all’1% dell’intera superficie interessata dal problema. “Negli anni passati la Regione ha già speso 3,5 milioni di euro per attivare una task force e per i ristori, con zero risultati -spiega Alessandro Serra, direttore della Coldiretti Nuoro-Ogliastra-. Mancano una programmazione a lungo termine, una conoscenza del territorio e una mappatura delle grillare, che andrebbero identificate e rimosse. Il metodo più semplice e risolutivo è l’aratura, perché spruzzare la deltametrina su una vasta area è dannoso. Certo, arare costa, ma quanti soldi sono già stati spesi inutilmente? Contemporaneamente occorre stanziare subito i ristori e snellire le pratiche, garantendo l’immediato pagamento ai coltivatori. Se non si riuscirà a trovare rapidamente una soluzione efficace e sostenibile, sia da un punto di vista ambientale che sociale, la situazione peggiorerà ancora e nel 2023 ci troveremo di nuovo nell’emergenza”.

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