Esteri / Approfondimento

In Portogallo la regolarizzazione temporanea dei migranti non ha funzionato

Nella fase acuta dell’emergenza Covid-19 il governo di Lisbona ha varato una procedura per l’emersione degli “irregolari”. Il bilancio non è positivo, denunciano le associazioni. Sarebbero stati esclusi i più vulnerabili e non affrontati i problemi strutturali del sistema

La regolarizzazione temporanea dei migranti adottata in Portogallo all’inizio della pandemia non ha funzionato. La misura, che a luglio 2021 ha interessato circa 223mila persone, era stata presentata come un’iniziativa rapida e generosa ma molte associazioni non sono soddisfatte del provvedimento e dei suoi effetti. Con l’ordinanza del 27 marzo 2020, il governo portoghese ha riconosciuto ai cittadini stranieri con casi pendenti presso il Servizio stranieri e frontiere (SEF), depositati fino al 18 marzo, un permesso di soggiorno regolare, anche se valido solo per alcuni mesi. Inoltre, i residenti regolari con permesso in scadenza hanno potuto rinnovarlo automaticamente online. Il governo ha emanato l’ordinanza solo nove giorni dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza a livello nazionale, agendo tempestivamente di fronte alla crisi sanitaria.

Molti rappresentanti di associazioni a sostegno dei diritti delle persone migranti (alcuni migranti a loro volta) attribuiscono a questa decisione il merito di aver contribuito a frenare i contagi, estendendo così il diritto a usufruire del sistema sanitario. “In uno stato di emergenza la priorità è la difesa della salute e della sicurezza collettiva -aveva dichiarato il ministro dell’Interno, Eduardo Cabrita-. È in questi momenti che diventa ancora più importante garantire i diritti dei più fragili, come nel caso dei migranti.”

Tuttavia proprio alcune tra le persone più vulnerabili sono rimaste escluse da questo programma. Diversamente da quanto stabilito in Italia, in Portogallo non era necessario lavorare in un determinato settore per accedere alla regolarizzazione temporanea. Un requisito essenziale era invece aver già presentato una domanda di regolarizzazione al SEF. Nelle campagne portoghesi però, soprattutto nella regione dell’Alentejo, la situazione è molto simile a quella italiana per quanto riguarda sia lo sfruttamento dei lavoratori sia l’incidenza del lavoro irregolare. Gabriela Faria, presidente dell’organizzazione per l’inclusione sociale dei migranti “The Lisbon project”, riflette sul fatto che “la regolarizzazione non ha fatto alcuna differenza sul campo.”

È stato di fatto escluso anche chi rientrava nei criteri stabiliti dal governo ma non aveva accesso a internet o aveva scarsa dimestichezza con le procedure online. Ana Margarida Barrocas, che lavora come mediatrice culturale, racconta che alcuni migranti hanno chiesto aiuto alle Caritas o ai Claim (Centros locais de apoio à integração de migrantes), ma molti altri non ci sono riusciti per ragioni di tempo o perché i Claim erano già sovraccarichi di lavoro. Gabriela Faria aggiunge che uno dei fattori che ha pesato sull’efficienza della regolarizzazione temporanea è stata la necessità di sbrigare le pratiche esclusivamente online: molti degli utenti di “The Lisbon Project” non sono abituati a queste procedure e il portale del SEF non è di facile comprensione.

Secondo i rappresentanti delle associazioni, un altro difetto della regolarizzazione è la sua durata limitata. Gli effetti si stanno notando adesso. Inizialmente questa misura era stata progettata per restare in vigore fino al 30 giugno 2020, ma l’8 novembre 2020 è stata rinnovata per includere tutte le persone con casi pendenti presso il SEF depositati tra il 18 marzo e il 15 ottobre. La validità del provvedimento si è conclusa il 30 aprile 2021, quando lo stato d’emergenza è terminato.

Al momento le procedure di regolarizzazione seguono di nuovo l’iter pre-pandemia. Ma la misura temporanea ha lasciato alcuni processi a metà: il testo ufficiale dell’ordinanza di marzo 2020 affermava che un caso pendente presso il SEF sarebbe stato sufficiente per ottenere un codice utente del servizio sanitario nazionale. Nella pratica, l’emissione di questo è compito dei Centros de Saúde (aziende sanitarie) locali, che lo erogano dopo aver verificato i documenti di chi ne fa domanda. In mancanza di un procedimento uniforme, molti migranti si sono trovati prigionieri di un labirinto burocratico e non sono riusciti a ottenere un codice utente, senza il quale non sono in grado di prenotare il vaccino contro il Covid-19.

Infine, secondo Amadou Diallo, presidente dell’associazione a sostegno di migranti e rifugiati APIRP, “è molto importante che non si parli solo del Covid-19, perché anche prima c’erano molti problemi”. La pandemia si è infatti inserita in un sistema che funzionava a fatica, con pochi fondi, ritardi cronici, e non molto diverso rispetto a quando è stato creato tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Molti attribuiscono queste problematiche sia a una mancanza di preparazione sia di manodopera all’interno del SEF. Alexia Shellard, parte di “Diáspora sem fronteras”, precisa che, anche se il SEF è uno dei servizi con il maggior numero di impiegati, i suoi dipendenti dicono di non riuscire a gestire la mole di lavoro e chiedono nuove assunzioni.

Un altro elemento di confusione che si inserisce in questo quadro è legato alla ristrutturazione del SEF. Dopo la morte violenta di Ihor Homeniuk, un migrante ucraino picchiato da alcuni agenti nel centro di detenzione dell’aeroporto di Lisbona, avvenuta il 12 marzo 2020, il ministero dell’Interno ha deciso di “estinguere” e trasformare il SEF. Tuttavia non è ancora chiaro quale servizio sostituirà quello attuale e come funzionerà. Quasi un anno e mezzo dopo la regolarizzazione straordinaria del 2020, la situazione dei migranti in Portogallo è dunque ancora più precaria.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.