Esteri / Approfondimento

In America Latina le famiglie degli oppressori rompono il silenzio

In Brasile, Argentina e Cile i figli e i parenti di agenti e militari coinvolti nella dittatura hanno fondato i collettivi Historias Desobedientes. Rifiutano l’eredità e il lascito familiare per contribuire al processo volto a ottenere verità e giustizia

Tratto da Altreconomia 235 — Marzo 2021
Una manifestazione a Santiago del Cile del collettivo Historias Desobedientes Cile, fondato nel 2019 da figli e parenti di persone coinvolte nella dittatura militare di Augusto Pinochet © Historias Desobedientes Chile

“In casa gli anni del governo militare brasiliano erano elogiati come il tempo della legge e dell’ordine. Non si è mai parlato di dittatura e lo stesso succedeva nella scuola cattolica che frequentavo. Quando ho scoperto le responsabilità della mia famiglia nella repressione, sono crollate tutte le mie certezze”. Da allora Caio Felipe Rezende, studente di cinematografia presso l’Università di Fortaleza in Brasile, ha iniziato a documentarsi sul coinvolgimento di suo padre, militare, nel regime dei Gorillas al potere nel Paese dal 1964 al 1985. “Ho fatto domande e rotto il patto del silenzio che circondava l’argomento. Ho subito pressioni dai parenti. Volevano che lasciassi perdere. Mi sono rifiutato di tacere e abbiamo interrotto ogni legame”, racconta ad Altreconomia. Nel 2020 Rezende ha co-fondato Historias Desobedientes Brasil, collettivo che riunisce i figli e i parenti di militari o agenti coinvolti nella dittatura, e accusati di crimini contro l’umanità, di cui pubblicamente si rifiuta l’eredità. Una forma di attivismo contro il negazionismo, che ha avuto le sue prime radici in Argentina e poi in Cile, finalizzato ad aprire uno spazio di discussione sulla memoria e su come contribuire al processo per ottenere verità e giustizia per le minoranze e gli oppositori sequestrati, torturati e uccisi dal regime.

“Da quando lo scorso anno abbiamo pubblicato il nostro manifesto, ci hanno contattato altre persone che hanno storie come le nostre. Portiamo avanti insieme lo stesso doloroso processo personale. Il nostro è uno spazio di cura e di ascolto”, prosegue Rezende. “Ed è necessario in un Paese che non ha ancora affrontato l’eredità della dittatura”. In Brasile solo nel 2014 la Commissione nazionale per la verità ha consegnato alla ex presidente Dilma Rousseff un rapporto sui crimini commessi durante il regime, dopo avere raccolto le testimonianze delle persone torturate e dei carcerieri. Ma non tutti i responsabili sono stati giudicati dai tribunali del Paese a causa della legge sull’amnistia del 1979. “Finora non c’è stata riconciliazione perché non c’è stata giustizia”, conclude Rezende.

30mila sono le persone scomparse in Argentina nella dittatura di Jorge Videla (1976-1983)

A differenza del Brasile, dove il presidente Jair Bolsonaro ha spesso espresso posizioni negazioniste sui crimini commessi nella cosiddetta “Quinta repubblica brasiliana”, dagli anni Novanta l’Argentina ha portato avanti un incessante lavoro di recupero della memoria e ha celebrato processi che si sono conclusi con la condanna all’ergastolo per torturatori e repressori. “È stato possibile grazie alla pressione della società civile”, spiega Gonzalo Fichera, uno dei membri di Historias Desobedientes Argentina. Il collettivo è stato fondato nel 2017 da Liliana Furió e Analía Kalinec, due “ex figlie” di genocidi della dittatura di Jorge Videla. La sua prima apparizione è stata nel maggio 2017 durante una marcia organizzata da Ni Una Menos, il movimento in difesa dei diritti delle donne. I membri del collettivo avevano deciso di scendere in strada con una propria bandiera per prendere parte alle proteste che attraversavano il Paese contro la proposta (poi ritirata) di riesumare la legge “2×1”: voluta dai nuovi giudici nominati dall’allora presidente Mauricio Macri, prevedeva di dimezzare gli anni di carcere per alcuni responsabili di crimini contro l’umanità e di terrorismo di Stato.

“È stata la nostra prima presenza in uno spazio pubblico. Abbiamo voluto fare vedere che supportiamo il movimento per chiedere memoria, verità e giustizia”, spiega Fichera, figlio del tenente colonnello Antonio Fichera che dal 1977 al 1978 era stato responsabile di alcuni centri clandestini di detenzione, luoghi in cui erano imprigionati, torturati e uccisi gli oppositori politici. Il militare è deceduto senza essere processato a causa della legge “Punto final” che, promulgata nel 1986 dall’allora presidente Raúl Alfonsín, stabiliva l’estinzione dei reati dei militari coinvolti nei delitti commessi nel regime. È stata dichiarata incostituzionale insieme alla legge della “Obediencia debida” che disponeva che non fossero punibili per i medesimi crimini i militari e i quadri intermedi che obbedirono agli ordini e alle direttive dell’esecutivo e dei quadri militari. Il processo di rottura di Fichera con la famiglia è iniziato negli anni Novanta, da adulto. “In casa non si parlava della dittatura. Quegli anni erano avvolti dal silenzio. Quando ho saputo la verità su mio padre, è iniziato un processo personale molto doloroso e inarrestabile. È stato un fiammifero che ha incendiato tutto”, prosegue. “Ho sempre avuto difficoltà a trovare associazioni in cui potermi esprimere. Il mio cognome era troppo pesante, anche per me. Con Historias Desobedientes ho capito che non ero solo. In tre anni altre persone ci hanno conosciuto e si sono unite. Ora siamo in cento”, prosegue.

“Siamo contro il negazionismo. Non dobbiamo dimenticare il passato né giustificare quello che è accaduto. Mai” – Verónica Estay

È successo lo stesso per Nestor Rojo, figlio di Mario Maití, condannato per i crimini commessi nella base navale e centro clandestino di detenzione del Mar del Plata. “Ci siamo ribellati alla nostra famiglia. I nostri familiari sono responsabili di genocidio e della scomparsa di 30mila persone”, afferma. “Quando ho iniziato a scoprire che cosa aveva fatto mio padre, l’ho affrontato e non gli ho più parlato. Ho rotto i rapporti anche con mia madre ma ho lasciato decidere ai miei figli se volevano continuare a vederla”, prosegue. Uno degli obiettivi di Historias Desobedientes è modificare il codice penale del Paese che impedisce di testimoniare contri i propri genitori: per farlo nel 2017 i membri del collettivo hanno presentato una proposta di legge in Senato. “Questo ci permetterebbe di sostenere il processo per ottenere giustizia. Sarebbe il nostro contributo”, prosegue Rojo. “Noi non ci consideriamo delle vittime. Farlo sarebbe un errore perché ci metterebbe sullo stesso piano di chi è stato torturato, di chi non ha avuto più notizie di un genitore, di chi è morto. Non è ammissibile”, prosegue. Per appoggiare il lavoro sulla memoria il collettivo ha pubblicato due libri, intitolati “Escritos desobedientes”, che raccolgono le testimonianze dei suoi membri, e ha preso parte alle mobilitazioni contro altri casi di ingiustizia e violazione dei diritti nel Paese, come per Santiago Maldonado, l’attivista argentino scomparso nel 2017 e ritrovato morto in un fiume dopo avere partecipato a una manifestazione in sostegno della comunità mapuche del Cushamen in Patagonia, dispersa dalla polizia.

La forza del collettivo ha contribuito alla costituzione della parte cilena del movimento, nato a Santiago del Cile nel 2019 quando ha fatto la sua prima apparizione in occasione della presentazione di “Escritos desobedientes” nel Museo della memoria e dei diritti umani della capitale. “Il concetto di disobbedienza è un posizionamento etico. In Cile chi è stato coinvolto nei crimini della dittatura di Augusto Pinochet si appellava all’obbedienza agli ordini per giustificare le sue azioni. Allora noi ci posizioniamo dall’altro lato della storia e prendiamo le distanze dalla nostra famiglia”, spiega Verónica Estay che ha fondato il collettivo insieme al regista Pepe Rovano, figlio di un poliziotto condannato per avere assassinato sei militanti comunisti.

“Il mio bisogno di essere parte del collettivo è politico”, spiega Estay, figlia di Jaime Estay e Isabel Stange -militanti del partito Juventudes Comunistas, torturati durante le dittatura e poi andati in esilio in Messico- e anche nipote di Miguel Estay Reyno, uno dei più noti torturatori del regime. “La nostra presenza ha a che fare con la memoria. Dobbiamo fare tutto il possibile per dimostrare che quanto successo non può essere negato, soprattutto in Cile che non ha avuto un vero processo per ristabilire la giustizia. Pinochet non è morto in carcere, a differenza di Videla”, spiega Estay. “Siamo contro il negazionismo. Non dobbiamo negare il passato né giustificare quello che è accaduto. Mai. È un concetto molto importante perché sta alla base delle nostre pratiche: ‘No nos reconciliamos’. Non ci riconciliamo fino a quando non ci sarà giustizia e riparazione”.

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