Altre Economie

Il valore aggiunto del commercio equo

“Visibilità, rappresentanza dei soci e comunicazione, per avvicinare ‘altri mondi’”: il ruolo di Agices secondo il presidente Alessandro Franceschini “La caratteristica fondamentale del commercio equo è che in tutti questi anni si è confrontato col mercato, ma con regole diverse…

Tratto da Altreconomia 120 — Ottobre 2010

“Visibilità, rappresentanza dei soci e comunicazione, per avvicinare ‘altri mondi’”: il ruolo di Agices secondo il presidente Alessandro Franceschini

“La caratteristica fondamentale del commercio equo è che in tutti questi anni si è confrontato col mercato, ma con regole diverse da quelle di mercato. Con l’idea che in ognuno dei prodotti che vende dovesse esserci un elemento di riscatto sociale forte. Questa è la nostra natura”.
Alessandro Franceschini ha 39 anni e lavora nel fair trade dai tempi del servizio civile. Per anni è stato presidente della cooperativa Pace e sviluppo di Treviso, 12 botteghe sul territorio e la bellezza di 300 volontari a condurle. È stato anche nel cda dell’importatore Ctm altromercato. Da giugno 2010 è al vertice di Agices (Assemblea generale del commercio equo e solidale): l’associazione di categoria che dal 2003 raggruppa le organizzazioni del fair trade italiano aderenti alla carta dei criteri elaborata nel 1999. Il 23 ottobre, a Firenze, sarà per Alessandro la prima assemblea da presidente.
“Abbiamo fatto una valutazione dello stato di salute dell’assemblea e delle prospettive di medio e lungo periodo rispetto alla sua mission. Per tutto il direttivo sarà l’assemblea di inizio mandato, e ai soci sottoporremo un documento di indirizzo, programmatico, per i prossimi 3 anni. Contiene due priorità: i conti dell’associazione e l’allargamento della base sociale. Rispetto alla prima, i soci dovranno affrontare un problema contingente: la sostenibilità economica dell’associazione, che oggi si basa sulle quote versate dagli appartenenti, in funzione del loro fatturato. Dovremo studiare un modo per ridurre i costi ed aumentare le entrate, senza incidere solo sulle quote. Ad esempio, attraverso la ricerca fondi o l’erogazione di servizi”.
Agices è un caso unico al mondo: importatori e botteghe del mondo che si siedono allo stesso tavolo.
“La rappresentanza non è mai scontata. Agices è unica perché altrove i rapporti tra chi importa e chi vende sono contrattuali, o al massimo esistono associazioni di botteghe. In Italia abbiamo ‘deciso di decidere’ assieme sul futuro del nostro fair trade. Agices è quindi una struttura di autogoverno, di scrittura delle regole e del controllo del loro rispetto. Non solo quindi rappresentanza verso l’esterno, ma garanzia anche verso i soci. Un commercio equo che punta sull’organizzazione, non sul prodotto”.
Un sistema che ha dei costi.
“E per questo, tra le varie ipotesi, stiamo pensando a una forma di finanziamento che passi dallo scontrino e quindi dal prezzo trasparente dei prodotti. Una sorta di ‘costo di sistema’ esplicito, che ribadisca l’importanza del nostro sistema di monitoraggio. Ne va della credibilità di tutti”.
Tuttavia oggi i soci di Agices sono in calo.
“Contiamo 90 soci. Rappresentiamo quindi meno della metà delle organizzazioni italiane, ma oltre il 50% in termini di fatturato. Il nuovo direttivo vuole invertire questa tendenza. Molti sono usciti da Agices perché i requisiti per l’ingresso sono molto stringenti. Dopo tanti anni forse possono essere rivalutati sulla base dell’evoluzione del nostro movimento.
La domanda che ci poniamo però è: perché un’organizzazione dovrebbe diventare nostra socia? D’altra parte, si tratta di pagare una quota, essere controllati nel proprio lavoro. Qual è dunque il vantaggio pratico? La risposta è proprio fare parte del sistema. La scommessa è sulla credibilità, sull’idea che un sistema di questo tipo garantisca tutti.
D’altra parte, a livello normativo si va in questa direzione. Nove Regioni hanno approvato leggi di sostegno al commercio equo. La maggior parte di queste fa riferimento al rispetto della Carta dei criteri come requisito per ricevere fondi. È una forma di garanzia anche rispetto ai consumatori: se vogliamo uscire dalla cerchia dei ‘fedeli’ del commercio equo dobbiamo puntare su questa credibilità. Ovvero: quando entro in una bottega del mondo entro in un sistema controllato. Anche per questo chiediamo a tutti i nostri soci di utilizzare il nostro marchio, ma non sui prodotti, bensì sulle vetrine, nella carta intestata, sui siti web”.
Quali sono i rapporti con le istituzioni internazionali, come l’Organizzazione mondiale del commercio equo (Wfto)?
“Agices è socia dell’Organizzazione, partecipiamo a quel percorso. Wfto guarda con grande interesse ad Agices, proprio in virtù di questa ‘armonia’ tra botteghe e importatori (anche per questo siamo stati incaricati di valutare un potenziale nuovo socio di Wfto in Francia). A livello globale c’è un grande dibattito sul commercio equo: e in Italia siamo stati e saremo in grado di arrivare alle assemblee internazionali (la prossima sarà a Cordoba, a ottobre) con una posizione comune. È un fatto inedito altrove”.
Quali sono gli obiettivi strategici di Agices?
“Abbiamo speso molto per costituire il nostro sistema di monitoraggio. Oggi vogliamo tornare a concentrarci su un lavoro di rappresentanza. Agices deve essere da un lato il soggetto che favorisce il dibattito interno sulle regole e i criteri, dall’altro il soggetto politico interlocutore per le istituzioni, ogni volta che si parla di commercio equo. Si tratta quindi di valorizzare l’esperienza interna, a partire dai dati e con comunicati, per poi essere il riferimento con l’esterno. Dopo l’insediamento del nuovo direttivo abbiamo mandato una lettera alle maggiori istituzioni. Non l’avevamo mai fatto prima: ci ha risposto addirittura il Presidente della Repubblica. Nessun altro soggetto del fair trade può avere questo ruolo, che mira a favorire il dibattito lontano da condizionamenti commerciali.
Per far questo, dovremo necessariamente rafforzare il rapporto coi soci, renderlo più vivo e dinamico. E fare molta comunicazione: abbiamo la fortuna di avere molti dati, di poterli aggregare, di poter fare realmente una fotografia del movimento del commercio equo italiano”.
E il rapporto con le istituzioni?
“Dobbiamo andare oltre il sia pur notevole risultato delle leggi regionali. Non ha senso che percorrendo i pochi chilometri che separano Novi Ligure, in Piemonte, dalla Liguria, il commercio equo cambi di definizione e significato. Dobbiamo puntare a una legge nazionale, riprendendo il cammino anche con i certificatori di FairTrade Italia: una legge che riconosca i marchi e le organizzazioni. Alcune regioni sono molto avanti: tutelano le organizzazioni, le finanziano.
Come affrontare il tema della grande distribuzione?
“Non basta vendere prodotti del commercio equo per essere organizzazioni di commercio equo. Un supermercato non sarà mai considerato alla stregua di una bottega. Tuttavia, il fatto di trovare prodotti del fair trade al super può supportare le organizzazioni, in termini di visibilità”.
Qual è lo stato di salute del commercio equo italiano?
“Di fronte alla crisi generalizzata dei consumi, oggi emergono le differenze tra chi ha fatto scelte lungimiranti e chi ne ha fatte di meno sostenibili. Ci sono senz’altro problemi a livello economico, su tutta la filiera. Negli ultimi anni le botteghe hanno cercato di differenziare molto la loro proposta commerciale -penso al vending, al catering, alla regalistica aziendale-, ma non tutti i tentativi sono andati a buon fine. Non solo: scontiamo una certa incapacità di rinnovarci sul fronte dei prodotti, la rete distributiva invecchia ed è un colabrodo dal punto di vista geografico. Infine, fatichiamo anche ad avere un rinnovamento della ‘classe dirigente’, ed è difficile attrarre forze nuove.
Dall’altra parte però, permangono aspetti estremamente positivi. Il commercio equo ha potenzialità che nessun altro attore dell’economia solidale può avere, perché ha una visione d’insieme, ha una sede fisica, è una sintesi tra tanti temi. Oggi più che mai la bottega può essere luogo dove si propongono comportamenti virtuosi, sempre più anche rispetto al Nord del mondo, oltre che al Sud. Oggi il commercio equo si interroga su dove vuole andare: Agices potrebbe essere il soggetto che tira le fila di questa riflessione”.

Registro per botteghe e importatori
Agices è l’associazione depositaria della Carta italiana dei criteri del commercio equo e solidale, il documento fondativo che raccoglie i principi del fair trade: la potete scaricare dal sito www.agices.org. Nel corso degli ultimi anni, ha reso pienamente operativo il sistema di valutazione elaborato nel corso degli anni, che nel corso del 2009 è stato riconosciuto da Icea, Istituto per la certificazione etica e ambientale, una delle realtà più autorevoli nel panorama italiano. In base a periodiche missione di valutazione, Agices certifica che tutti i soci soddisfino i requisiti “fondamentali” e “importanti” enunciati nella Carta, quelli che permettono di iscriversi al Registro italiano delle organizzazione di commercio equo e solidale. 

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia