Diritti / Attualità

Il ruolo della polizia italiana nella repressione del dissenso in Egitto

Tra il 2010 e il 2020 le autorità italiane hanno fornito alla polizia e agli apparati di sicurezza del Cairo mezzi, strumentazione e formazione con un impatto rilevante sull’attività di repressione del dissenso e contribuendo al deterioramento dei diritti umani nel Paese. La denuncia della rete di attivisti EgyptWide

Tra il 2010 e il 2020 l’Italia ha fornito gratuitamente all’Egitto elicotteri e altri equipaggiamenti per le forze di polizia, ha erogato corsi di formazione agli apparati di sicurezza, compreso il famigerato Servizio di sicurezza nazionale, organismo accusato anche dalle Agenzie Onu di violazioni dei diritti umani e della repressione del dissenso nel Paese. Una collaborazione che è diventata sempre più stretta con il passare del tempo e che è proseguita nonostante l’Egitto abbia conosciuto, proprio nel decennio preso in considerazione, la repressione più dura nella storia recente del Paese. L’accusa è contenuta nel report “Complici ufficiali. L’impatto della cooperazione di polizia Italia-Egitto sui diritti umani” curato da EgyptWide, iniziativa egiziana-italiana per i diritti umani e le libertà civili. “Riteniamo che l’Italia, il suo ministero dell’Interno e i vertici della Polizia di stato abbiano gravi, seppur indirette, responsabilità nel deterioramento dello stato dei diritti umani in Egitto”, si legge nella conclusione del documento.

Esemplificativa di questa collaborazione è la cessione -come detto a titolo gratuito- alla polizia egiziana di quattro elicotteri Augusta Bell da utilizzare “ai fini di contrasto dell’immigrazione clandestina”; velivoli che in Italia sono in dotazione alla polizia per l’ambito civile ma sono progettati anche per opzioni di tipo militare. La consegna è avvenuta nel 2013, un anno cruciale nella storia recente dell’Egitto che ha visto i massacri di Rabaa al-Adweya e piazza Nahda con un bilancio di 904 vittime accertate: secondo la denuncia di Human Rights Watch in quelle occasioni l’operato delle forze di polizia egiziana -che hanno aperto il fuoco sparando sulla folla- può essere considerato un “crimine contro l’umanità”. Il 2013 ha segnato anche l’avvio di una violenta campagna di repressione del dissenso, anche pacifico, e di “operazioni antiterrorismo” volute dal presidente Abdel Fattah al-Sisi che hanno portato all’arresto e all’incarcerazione di decine di migliaia di persone.

Il rapporto analizza l’evoluzione delle relazioni di cooperazione di polizia e in materia di sicurezza tra i due Paesi (compreso il tema dell’immigrazione) tra il 2010 e il 2020: periodo in cui, nonostante il crescente numero di denunce sul deterioramento del rispetto dei diritti umani in Egitto, i rapporti tra i due Paesi in questi ambiti si sono fatti sempre più solidi. Una cooperazione disciplinata a livello regionale nel quadro della difesa comune europea e, a livello bilaterale, dalla legge 76/2003 cui nel corso degli anni si sono sommati una serie di memorandum di intesa tra i due governi.

L’analisi contenuta nel report si concentra sul decennio 2010-2020, una scelta dettata da un lato dalla forte concentrazione di iniziative di cooperazione, oltre che dalla difficoltà di reperire dati o informazioni attendibili al di fuori di quegli anni. Tra le fonti prese in esame, il rapporto cita la “Relazione sull’attività delle forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica” a partire dal 2013 e i dati pubblici forniti da ministeri, funzionari della polizia di stato e informazioni presenti sui siti internet ufficiali dell’Unione europea dedicati alle diverse iniziative di cooperazione regionale che hanno visto il coinvolgimento di Italia ed Egitto. Avere un quadro organico e completo delle attività di collaborazione svolte dai due Paesi e dei budget stanziati, tuttavia, è particolarmente complesso a causa del carattere frammentato di queste iniziative e dalla scarsa trasparenza da parte del ministero dell’Interno.

Dall’analisi di questi documenti emerge come nel corso di questi dieci anni, l’Italia si sia dimostrata un partner estremamente ben disposto nei confronti dell’Egitto, fornendo alle forze di polizia del Cairo equipaggiamento e mezzi, tecnologie di sorveglianza, decine di corsi di formazione, scambi di esperti e assistenza tecnico-operativa. “Questa intensa attività di cooperazione -scrivono gli autori del report– ha visto il National security service egiziano come interlocutore privilegiato del ministero dell’Interno e dei vertici della polizia di Stato italiani nonostante negli stessi anni si stessero moltiplicando le denunce di organismi delle Nazioni Unite che parlavano di gravissime e sistematiche violazioni dei diritti umani per mano degli apparati di sicurezza”.

La fornitura di equipaggiamenti per scopi militari, difensivi o di polizia rappresenta una delle costanti di questa collaborazione. Roma, ad esempio, ha fornito al Cairo due motovedette classe 500 e veicoli di terra per il controllo delle frontiere e il pattugliamento delle acque territoriali, fuoristrada, metal detector, computer e altra strumentazione informatica oltre ai già citati elicotteri Augusta Bell. Un flusso di forniture che “non ha subito battute d’arresto nemmeno a seguito della promulgazione dell’embargo sulle forniture di sistemi d’arma al nuovo governo egiziano voluto dal Consiglio europeo nel 2013 a seguito di massicce violazioni dei diritti umani per mano delle forze di sicurezza”, sottolineano i ricercatori di EgyptWide.

Nemmeno il rapimento e il brutale omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, avvenuto nel gennaio 2016, e i ripetuti tentativi delle forze di sicurezza egiziane per depistare le indagini hanno portato a un rallentamento delle cooperazione bilaterale in materia di sicurezza e polizia. Gli autori del report ricordano, ad esempio, come il 13 settembre 2017 (data in cui arrivava al Cairo il nuovo ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini, dopo un ano di ritiro della nostra rappresentanza diplomatica a seguito dell’omicidio Regeni) la firma del protocollo Itepa-International training at egyptian police academy tra il Direttore centrale dell’Immigrazione e della polizia delle frontiere e il Capo dell’accademia di polizia egiziana. Itepa è stato presentato come un progetto per la realizzazione presso l’Accademia di polizia del Cairo di un centro internazionale di formazione specialistica nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori misti in particolare per quanto riguarda la tratta di migranti, il controllo delle frontiere e i falsi documentali. Nonostante i toni trionfalistici delle autorità italiane che definiscono il protocollo “un successo”, Itepa è stato portato all’attenzione del Parlamento europeo nel 2020 con un’interrogazione parlamentare che mette in discussione l’aspetto etico del programma e richiama le autorità italiane alla responsabilità di porre in essere adeguati meccanismi di prevenzione delle violazioni dei diritti umani.

Alla fornitura di mezzi ed equipaggiamento si è accompagnata un’intensa attività di supporto e addestramento del personale, oltre a programmi di assistenza e formazione che hanno visto tra i principali beneficiari proprio gli uomini del National security service. Il biennio 2016-2017 è quello che registra la più intensa attività didattica a favore di agenti di polizia e dei reparti di sicurezza egiziani: almeno 142 hanno partecipato a corsi di formazione in materia di contrasto al terrorismo sul suolo italiano. Inoltre, nel 2017 i documenti ministeriali registrano la partecipazione di personale dei Nuclei anti-terrorismo Nocs a operazioni sul suolo egiziano che hanno portato alla cattura di presunti “fondamentalisti islamici”.

“Il coinvolgimento attivo dei reparti speciali italiani nell’interscambio info-operativo, nonché la loro partecipazione diretta a un’operazione di cattura con i loro omologhi egiziani, solleva numerosi interrogativi etici e potrebbe indicare la complicità dell’Italia in gravi violazioni dei diritti umani”, denunciano gli autori del report. Nel 2017, infatti, erano ben note le tragiche conseguenze della campagna antiterrorismo promossa da al-Sisi per reprimere il fondamentalismo islamico. Tra il 2013 e il 2018, secondo quanto riportato dai media egiziani, sono state lanciate 3.472 operazioni militari che hanno portato alla morte di almeno 7mila persone all’arresto di oltre 27mila cittadini egiziani in base a una normativa d’emergenza che equipara attentati armati e azioni violente alle proteste pacifiche e al dissenso civile. Questo ha consentito l’adozione di misure cautelari e di sorveglianza estremamente dure contro gli oppositori pacifici, legittimando la prassi di processare i civili in tribunali militari.

“Non abbiamo informazioni sull’identità delle persone catturate nel corso delle operazioni antiterrorismo cui i Nocs hanno preso parte -si legge nel report- né sul trattamento da loro ricevuto a seguito della cattura. Tuttavia, in considerazione della preoccupante diffusione di gravi abusi dei diritti umani in Egitto, l’ipotesi che siano state detenute e processare nel rispetto degli standard in materia di diritti umani appare poco verosimile”. Sebbene non sia possibile dimostrare una correlazione diretta tra la cooperazione di polizia in materia di difesa e violazioni dei diritti umani, concludono gli autori, è estremamente difficile non sostenere che l’Italia non abbia contribuito a rafforzare un apparato statale responsabile di gravi e diffuse violazioni dei diritti umani.

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