Economia / Approfondimento

Il “gioco” di Shell: profitti e dipendenza fossile contro la transizione ecologica

Dalle attività di lobbying a quelle per massimizzare gli utili: in un nuovo rapporto il centro di ricerca SOMO individua gli ostacoli da affrontare ed eliminare per un reale mutamento sociale, economico ed ambientale. Senza un intervento sul suo modello imprenditoriale, la multinazionale non raggiungerà credibilmente alcun target climatico

© Marc Rentschier - Unsplash

Senza un cambio strutturale delle sue scelte imprenditoriali e di sviluppo industriale, Shell, una delle più grandi multinazionali di gas e petrolio, non raggiungerà i target ambientali e climatici. È quanto emerge dal report “Still playing the Shell Game” pubblicato nel marzo 2021 da SOMO, centro di ricerca indipendente e senza scopo di lucro che indaga sulle società multinazionali e sull’impatto delle loro attività sulle persone e sull’ambiente con sede ad Amsterdam insieme a Decolonization Network Ex Dutch East Indies (DNVNI), HandelAnders!, JA! Justiça Ambiental/Friends of the Earth Mozambico, Reclame Fossielvrij, TNI. Per la multinazionale petrolifera, infatti, che continua a puntare ancora sui combustibili fossili, nella più rosea delle ipotesi il consumo globale di petrolio e gas scenderà rispettivamente appena del 7% e del 15% entro il 2050.

L’indagine fa il punto su quali siano i veri ostacoli da affrontare ed eliminare perché vi sia un cambio di passo globale in direzione di un vero mutamento sul piano sociale, politico ed economico assumendo il caso Shell, e il suo modello di business, come paradigmatico di una moderna azienda globale, che risulta al settimo posto nella lista dei più grandi emettitori di anidride carbonica dal 1965, storicamente all’attenzione della protesta ambientale e sociale. Quattro gli impedimenti individuati verso una transizione giusta che permettono viceversa di perpetuare il “gioco di Shell”: restare bloccati nella massimizzazione dei profitti; trarre beneficio da condizioni esacerbate di disuguaglianze e violenze; minare il processo decisionale democratico; ingannare sulle prospettive future.

Urgenti dovrebbero essere dunque per Shell le modifiche strutturali da compiere ma la strada appare tutta in salita, a cominciare dalla gestione finanziaria inadatta dell’azienda: nel report si ricorda come, nei primi due decenni di questo secolo, l’azienda, che si presenta come leader globale di innovazione e progresso, abbia speso 237 miliardi di dollari per pagare dividendi e riacquistare azioni proprie (per soddisfare soprattutto gli azionisti); come abbia accumulato più debiti rispetto ai concorrenti; come abbia fatto uso di paradisi fiscali e non abbia pensato di reinvestire i profitti in direzione di un futuro che guarda anche ai temi ambientali, per esempio in ricerca e sviluppo o in energie rinnovabili (nessuna data invece che segni per l’azienda lo stop all’estrazione di petrolio e gas).

La differenza tra stipendi dei top management, a cui vanno i maggiori vantaggi nel modello di business di Shell, e lavoratori è poi considerevole: nei Paesi Bassi, per esempio, il rapporto di retribuzione fra amministratore delegato e lavoratore è di 277:1. In Nigeria, addirittura 4.050:1. “Ogni euro che va in esorbitanti pagamenti a dirigenti e azionisti o è spostato verso paradisi fiscali, non è speso per salari dignitosi, riqualificazione dei lavoratori per lavori a prova di clima, per ripulire le fuoriuscite di petrolio o compensare le comunità colpite o raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni a zero nei prossimi 50 anni”, ha affermato Ilona Hartlief, ricercatrice di SOMO.

Contestare il “sistema-Shell”, dunque ciò che permette all’azienda di svilupparsi, è mettere a fuoco, uno a uno, i quattro ostacoli individuati che non rendono la multinazionale petrolifera attore affidabile nella battaglia al cambiamento climatico; è smontare l’idea di una transizione equa attraverso l’industria del gas e del petrolio e immaginare viceversa alternative basate anche sulla cooperazione e sulla solidarietà. Parità di accesso, controllo democratico e integrità ecologica devono essere le parole chiave per una transizione energetica che, peraltro, dovrebbe prevenire possibili ingiustizie, tutelare diritti e dare opportunità di lavoro dignitose.

Lo studio si concentra anche sul passato di Shell che ha visto la multinazionale estrarre il petrolio da quelle che furono le colonie. Il capitolo ripercorre in particolare le azioni in Indonesia, Sudafrica, Mozambico, Nigeria e Canada. E se il colonialismo feroce ha portato anche allo sfruttamento del lavoro e alla distruzione dell’ambiente, pratiche di questa natura continuano anche oggi nell’accesso sicuro alle risorse, permesso da trattati di investimento progettati anche con il contribuito di Shell.

Un ulteriore problema è quello della tenuta dei sistemi democratici, quando si strumentalizza a proprio beneficio la propria influenza sui decisori politici. A minacciare l’indipendenza del processo decisionale all’interno degli organi di governo può esserci il finanziamento delle lobby, ma non solo. Anche le persone che si spostano tra le carriere in Shell e il governo olandese (le porte girevoli, revolving doors) permetterebbero alla multinazionale l’accesso diretto ai più alti organi decisionali nei Paesi Bassi.

Infine i ricercatori si soffermano sull’utilizzo che Shell ha fatto di scenari, campagne di marketing e pubblicità ingannevole per dare un’immagine positiva dell’azienda: generare consenso, facendo sì che anche funzionari e politici non fossero ostili; attutire la percezione di urgenza sui temi che riguardano i cambiamenti climatici o usare programmi educativi non obiettivi (da sostituire, come sottolineato nel report, con contenuti storicamente e scientificamente corretti). Il rapporto è una sintesi dei contributi scritti dal gruppo di ricerca, consultabili nella piattaforma Future Beyond Shell.

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