Ambiente / Intervista

È il tempo dei “placemakers”? Racconti di inventori dei luoghi che abiteremo

Servono figure professionali nuove per immaginare e progettare le città del futuro. Elena Granata, docente di urbanistica al Politecnico di Milano, racconta chi sono. Architetti e designer, ma non solo. Sono animatori di comunità, imprenditori civili, sindaci di piccole città e persino sacerdoti

Il parco pubblico progettato dall’architetto e designer danese Bjarke Ingels nel quartiere periferico di Nørrebro a Copenhagen © leiris202 via Flickr

Ci sono diverse ragioni per cui il 2020 finirà nei libri di storia, compresi quelli dedicati ad architetti e urbanisti. Il primo è intrinsecamente legato al Covid-19: con la pandemia le città di tutto il mondo hanno cominciato a rimettere mano alle strade, alle piazze e agli spazi pubblici. Ad esempio disegnando nuove piste ciclabili, allargando i marciapiedi e chiudendo alcune strade alle auto per favorire biciclette e pedoni. L’altro fattore che ha reso il 2020 un anno degno di nota rischia però di passare sotto silenzio: “È stato l’anno in cui la massa dei materiali prodotti dall’uomo -dalle case alle infrastrutture, agli oggetti- ha superato la biomassa vivente, rappresentata dal mondo animale e vegetale. Questo fatto è l’equivalente della crisi climatica per urbanisti e architetti: abbiamo esagerato, abbiamo riempito la Terra di oggetti a tal punto che adesso serve un’opera di sottrazione, di de-costruzione”.

Un compito che Elena Granata, docente di Urbanistica e studi urbani presso il Dipartimento di architettura del Politecnico di Milano, assegna a nuove figure professionali che ha ribattezzato Placemakers. Ovvero gli “inventori dei luoghi che abiteremo” per citare il sottotitolo del suo ultimo saggio (Einaudi, 2021). “Il placemaker non costruisce, ma connette, re-inventa, rigenera -spiega Granata-. Non deve aggiungere, semmai deve togliere. Il suo compito è quello di ridare senso a quei luoghi che lo hanno perso: dalle periferie cittadine alle aree dell’hinterland dove i campi sono stati abbandonati perché coltivarli non conviene più”.

Alcuni esempi pratici possono aiutare a comprendere meglio chi sono i placemaker immaginati da Granata. “De Urbanisten” è uno studio d’architettura di Rotterdam, che ha inventato le “piazze che si allagano”. Una strategia che permette alla città di trasformare un problema (le cosiddette “bombe d’acqua” che scaricano grandi quantità di pioggia in un arco di tempo molto ristretto) in una risorsa: “Anziché affrontare questa criticità in maniera difensiva -spiega Granata- i De Urbanisten hanno immaginato e progettato una risposta empatica con la natura: piazze che trattengono l’acqua, permettono di usare questa risorsa per il gioco per il gioco dei bambini e successivamente per irrigare il verde urbano. Perché in un’epoca di cambiamenti climatici non possiamo permetterci di sprecare l’acqua piovana”.  Un altro esempio è “Superkilen”, il parco pubblico progettato dall’architetto e designer danese Bjarke Ingels a Copenhagen. Quello che avrebbe potuto essere un semplice intervento di riqualificazione ha generato un luogo che, al tempo stesso, è parco, giardino, opera d’arte, pista ciclabile oltre che luogo d’incontro e condivisione. Non nel centro della capitale danese, ma nel quartiere semi-periferico di Nørrebro.

Ma i placemakers non sono solo architetti e urbanisti. Sono animatori di comunità, imprenditori civili, sindaci di piccole e medie città che hanno la passione per la rigenerazione dei luoghi. Persino amministratrici di grandi città come Yvonne Aky Sawyer che dal 2018 guida Freetown, capitale della Sierra Leone: sconvolta dalle conseguenze della deforestazione selvaggia, in soli due anni ha fatto piantare un milione di alberi. Un intervento che permette di mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici aiuta a ridurre le frane e protegge i bacini idrici.

Al Rione Sanità di Napoli, don Antonio Loffredo ha promosso un progetto per il recupero delle antiche catacombe cittadine e ha trasformato la sacrestia della sua chiesa in una palestra dove i giovani del rione si allenano a tirare di boxe. “La sua, è un’attività che non parte dai luoghi, dalle strutture. Ma da quello che potrebbero sprigionare: la possibilità di generare un’attività economica, attrarre turismo di qualità, un’occasione di lavoro e riscatto per i giovani del quartiere. Oggi la sfida è partire dalle persone e dalle relazioni economiche, sociali, ambientali non dalle strutture, dagli edifici -spiega Granata-. Recuperare un borgo abbandonato, ad esempio, ha senso solo se quel borgo potrà ospitare famiglie, se potrà essere accessibile, se consentirà alle persone che lo abitano di continuare a vivere la loro vita.”.

Il placemaker, dunque, “dis-urbanizza e de-cementifica, de-costruisce, demolisce e re-integra natura, ri-foresta e ri-pristina ecosistemi, progettando soluzioni ispirate alla natura per contrastare i cambiamenti climatici”, scrive Granata nel libro. Lavora sugli spazi e sulle relazioni, ma non solo: sa guardare alla città in maniera tridimensionale valutando anche il fattore tempo. “Non si tratta solo di regolare gli spazi e da quali funzioni sono occupati, ma come funzionano nel corso della giornata: i tempi delle città sono cruciali -sottolinea Elena Granata-. A che ora si entra in ufficio? A che ora si esce da scuola? È sensato andare tutti in ufficio per cinque giorni la settimana, otto ore al giorno intasando metropolitane e tangenziali? No, è folle. I mesi durante i quali si è fatto massiccio ricorso allo smart working hanno reso evidente che alleggerendo la pressione sulle città è possibile liberare spazi per il dehor di fronte al bar o per fare jogging”.

Per gestire il fattore tempo, diverse città come Amsterdam, Londra e Pittsburgh hanno creato una nuova figura, il “sindaco della notte”: un gemello del primo cittadino diurno, un mediatore che prova a far co-esistere la domanda di servizi e attività notturne con le esigenze di chi vive la città “di giorno”. In altre parole, conciliare la movida con il diritto al riposo notturno per gli abitanti dei quartieri più vivaci.

Ripensare le città significa anche mettere al centro prospettive, esigenze e punti di vista diversi. Persino quando si tratta di spazzare le strade dopo un’abbondante nevicata: solitamente, le prime a essere pulite e rese accessibili sono le tangenziali e le strade ad alto scorrimento. Mentre le stradine nelle aree residenziali, le zone scolastiche, le piste ciclabili e i marciapiedi vengono lasciate per ultime. Mettendo così all’ultimo posto nella programmazione il “movimento di prossimità” di mamme che portano i figli a scuola, anziani e ciclisti.  È solo un esempio di come le città, così come le conosciamo oggi presentano una serie di ostacoli (più o meno visibili) per diverse categorie di cittadini: sono poco funzionali per la vita quotidiana delle donne, sono poco sicure per i bambini, poco accessibili agli anziani e irte di ostacoli per le persone con disabilità motoria e sensoriale: “Togliendo un gruppo dopo l’altro viene da chiedersi: ma per chi sono pensate queste città? Forse possiamo definirle città ‘a misura d’uomo’ nel senso che abbiamo immaginato solo l’uomo maschio, bianco, adulto e sano che prende ogni giorno l’auto per andare al lavoro. Tutta l’infrastruttura urbana è pensata per questo soggetto -sottolinea Granata-. Quando invece una città ben progettata, con sensibilità e in armonia con la natura, è una città per tutti. Compresi gli animali che la abitano: dagli uccelli agli insetti che portano biodiversità”.

Il futuro, dunque, è in mano ai placemakers. Ma come si formano e dove studiano i placemakers  di domani? Per Elena Granata c’è bisogno di una profonda rivoluzione nel percorso formativo: “Agli urbanisti si insegna a fare pianificazione e piani di governo del territorio, agli architetti si insegna a costruire palazzine ed edifici, a consumare suolo: né degli uni, né degli altri c’è bisogno perché quello che serve oggi sono competenze ambientali, sensibilità per rinaturalizzare gli spazi, capacità di ascoltare i cittadini e di elaborare un business plan -sottolinea Elena Granata-. Servono percorsi formativi diversi rispetto a quelli di oggi. Occorre recuperare una dimensione immaginativa e scanzonata che è sempre stata intrinseca all’architettura, che era nelle opere di Leonardo da Vinci e del Brunelleschi. Che con la cupola di Santa Maria del Fiore ha fatto quello che nessuno credeva fosse possibile”.


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