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I trent’anni perduti sull’immigrazione. Un sistema ingessato dove il tempo è una “variabile” non considerata

Il nostro Paese ha costruito una “prigione burocratica” a danno dei cittadini immigrati. Manca un ragionamento organico sul tema dei permessi di soggiorno per motivi di lavoro e di regolarizzazione di chi è in Italia da decenni. Il caso di Abdou, a Milano dal 1993, a rischio espulsione. L’editoriale del direttore di Altreconomia, Duccio Facchini

Tratto da Altreconomia 223 — Febbraio 2020
Persone in coda all’ufficio immigrazione della Questura di Milano - © Claudio Furlan / Fotogramma

Edo e Abdou siedono uno di fronte all’altro su un pullman che attraversa il centro di Milano. È un pomeriggio di gennaio. Il primo ha cinque anni, è nato in Italia ed è appena uscito dalla lezione di judo, accompagnato dalla madre. L’altro, 54 anni, è nato a Touba, in Senegal, e sta andando dall’avvocato per provare a resistere alla revoca del suo permesso di soggiorno decisa a fine 2019 dalla Questura di Milano. Rischia l’espulsione. Non si conoscono ma il bambino, mentre la madre è distratta dal telefono, lo saluta apostrofandolo come “bubu dai capelli neri”. Abdou non se ne cura: è abituato, ha sei figli. Ogni anno li ritrova per alcuni mesi al suo rientro in Senegal, racconta, dove va per riposare. È in Italia dal 1993 e fa avanti-indietro da 27 anni. L’ultima volta che è tornato a Touba è stato nella seconda metà del 2019. Una trasferta che ricorda bene, soprattutto per l’epilogo.

Atterrato a Malpensa, infatti, è stato accompagnato in un commissariato. C’è un problema con il permesso di soggiorno, gli è stato riferito, visto che la sua richiesta di rinnovo datata fine settembre 2018, dopo “soli” 14 mesi di istruttoria, è stata rigettata. “La documentazione prodotta dal cittadino senegalese -si legge nel provvedimento che Abdou non firma- non è utile a dimostrare lo svolgimento di una stabile attività lavorativa e il possesso di redditi necessari al proprio sostentamento”. Il suo “inserimento socio-lavorativo sul territorio” non sarebbe quindi “comprovato” da dichiarazioni dei redditi sotto la soglia minima dell’assegno sociale. In quasi trent’anni di vita in Italia ha fatto il metalmeccanico, il magazziniere, lo strillone. A volte sotto contratto a volte no, a volte con i soldi in busta, altre volte fuori. Dalla crisi in poi la sua posizione si è fatta sempre più precaria e i contributi sempre più invisibili all’Inps. Ma questo conta poco per gli agenti: gli sfilano il permesso per “motivi di lavoro subordinato”, ormai non rinnovato, e lo invitano a presentarsi entro 15 giorni al posto di frontiera di Malpensa per “allontanarsi dal territorio”. Nell’Italia di oggi gli è quasi andata bene: a tanti nella sua condizione capita infatti di essere respinti appena scesi dall’aereo, altro che avvocato. Lui, almeno, può abbozzare una linea difensiva. Farà ricorso contro il provvedimento del questore puntando a un nuovo permesso per “attesa occupazione”. Dovrà affrontare una battaglia fatta di carte per ottenerne un’altra, quella più importante. La sua controparte, lo Stato, non considera minimamente il tempo che ha speso qui ma solo la prova di potersi mantenere.

Di casi del genere, l’avvocata Nazzarena Zorzella, socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (asgi.it) e parte della redazione della rivista Diritto Immigrazione e Cittadinanza (dirittoimmigrazionecittadinanza.it), ne ha visti diversi negli ultimi venticinque, trent’anni anni. Osserva che centinaia di persone integrate da tempo sono costrette in quella che chiama una “prigione burocratica”, che “non riconosce alcun valore al tempo trascorso in Italia, come invece avviene in altri Paesi (Spagna, ad esempio) e come dovrebbe essere ragionevole fare visto che le persone straniere, dopo anni di vita in Italia, fanno parte della comunità territoriale”. Dieci anni fa i nuovi permessi di soggiorno rilasciati a cittadini non comunitari furono 598.567. Di questi, il 60% era riferito a motivi di lavoro (il 3,7% stagionale). Oggi (dati Istat al 2018) quei 600mila permessi sono diventati 242.009. Quanti per motivi di lavoro? Il 6%. “Le limitate quote di ingresso per motivi di lavoro previste nella programmazione dei decreti flussi degli ultimi anni hanno ridotto l’importanza di questo canale di migrazione”, segnala l’ultimo rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia” del ministero del Lavoro. Si riferisce anche all’ultimo decreto flussi (2019) per l’ingresso “regolare” di lavoratori non comunitari che ha fissato solo 30.850 quote (conversioni incluse). “Il sistema è sempre più ingessato -riflette Zorzella- ma non si vede all’orizzonte alcun ragionamento organico sulla materia. Stiamo perdendo tempo prezioso”. Sul bus, mentre Abdou pensa al ricorso, Edo gli poggia le suole delle scarpe sulle ginocchia. Gli altri non se ne curano.

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