Diritti / Opinioni

I soccorsi negati nel Mediterraneo e quel giudizio storico che manca

Occorre aprire un dibattito sul fallimento delle politiche migratorie italiane ed europee. Il 6 maggio cadono i 12 anni da un “fatidico” respingimento operato dall’allora governo Berlusconi a danno di circa 200 persone. Da allora solo passi indietro, nonostante la condanna della Cedu. L’editoriale del direttore di Altreconomia, Duccio Facchini

Tratto da Altreconomia 237 — Maggio 2021
Una donna salvata durante un’operazione di soccorso nel Mediterraneo da Open Arms nell’agosto 2019 - © Francisco Gentico / Open Arms

Non vanno dimenticate le parole che Oscar Camps, fondatore di Open Arms, ha pronunciato lo scorso 17 aprile dopo il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. “Violare un diritto fondamentale come quello della protezione degli esseri umani in mare per fare propaganda politica -ha detto Camps- è vergognoso e mi fa male come soccorritore. È importante che si vada avanti, è assurdo che nel ventunesimo secolo si sia accettato di mettere in discussione la protezione della vita e della dignità delle persone. Che il processo sia l’occasione per giudicare un pezzo di storia europea e per rimettere al centro i principi democratici su cui si fondano le nostre costituzioni”.

Fermo restando che la responsabilità penale per i fatti dell’agosto 2019 è in capo all’ex ministro dell’Interno, quel “giudizio” invocato da Camps è necessario. Dal primo gennaio 2014 al 19 aprile 2021 le persone di cui è stata accertata la morte o la scomparsa nel Mediterraneo sono state 20.897 (dati Unhcr). È solo la punta, non considerando gli annegati fantasma o i respinti per mano libica su nostra “delega”. Tutto ciò non è avvenuto nell’indifferenza dell’Unione europea, “girata dall’altra parte”, ma con il ruolo attivo suo e dei governi degli Stati che la compongono e condizionano. Italia in testa.

“La gravissima vicenda che coinvolge un ex ministro dell’Interno e attuale senatore non può essere relegata a mero fatto criminale -ha ribadito l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione- e dovrebbe, invece, far riflettere ben oltre le potenziali responsabilità penali del singolo […], provando ad aprire un dibattito pubblico e parlamentare serio sulle fallimentari politiche migratorie italiane ed europee degli ultimi decenni, politiche che si sono concretizzate in leggi e prassi amministrative in palese violazione non solo dei valori della nostra Costituzione, ma anche con i principi fondanti la civiltà giuridica europea”. Rimuovere questo dibattito è garanzia di passi indietro. La storia recente lo conferma.

Il 6 maggio cadono infatti i 12 anni dal fatidico respingimento operato dall’allora governo Berlusconi (Roberto Maroni al Viminale) a danno di circa 200 persone che avevano lasciato la Libia a bordo di tre imbarcazioni nel tentativo di raggiungere le coste italiane. A 35 miglia a Sud di Lampedusa furono intercettate da navi della Guardia di Finanza e della Guardia costiera. Gli italiani trasferirono tutti a bordo dei mezzi militari, confiscarono i documenti, non identificarono nessuno e riportarono le persone a Tripoli senza dar loro alcuna informazione sulla meta. Ci volle il coraggio e la tenacia di 24 ricorrenti (somali ed eritrei ) e quasi tre anni per arrivare alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia) per aver violato la Convenzione europea dei diritti umani che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti (art. 3), nonché le espulsioni collettive o la mancata riparazione per le violazioni subite. Piuttosto che aprire un dibattito sull’accaduto e invertire la rotta si è preferito aggirare la parola della Corte, incaricando i libici di fare quel che ci era stato impedito. Con impiego di fondi, mezzi, formazione, assistenza e regia.

Le parole di Camps richiamano invece la sentenza della Cedu del febbraio 2012. E anche l’opinione che il giudice Paulo Pinto de Albuquerque -membro di quella Corte- fece riportare separatamente. Rievocò un fatto accaduto 70 anni prima del respingimento, durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1939 il console portoghese di Bordeaux, Aristides de Sousa Mendes, si trovò di fronte a un bivio: rifiutare qualsiasi visto a migliaia di persone in fuga dopo l’invasione della Francia da parte della Germania nazista e la resa del Belgio, come gli era stato ordinato dal suo governo, oppure seguire la coscienza e il diritto internazionale. Optò per la seconda, aiutando 30mila persone. Fu escluso dalla carriera diplomatica, morì solo e in miseria, tutta la sua famiglia venne costretta a lasciare il Portogallo. Quel “giudizio” di civiltà vale anche oggi.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.