Diritti / Approfondimento

I rifugi per le persone Lgbtqia+ vittime di violenza e discriminazione

In diverse città italiane stanno nascendo strutture dedicate che offrono assistenza legale, psicologica e gli strumenti per costruire la propria autonomia. Occorrono competenze e luoghi sicuri per garantire la presa in carico

Tratto da Altreconomia 248 — Maggio 2022
© Sharon Mccutcheon - Unsplash

Marija ha sempre saputo di essere donna. Anche da piccola, quando era ancora in Serbia, anche quando aveva una relazione con un uomo che pensava che lei fosse un maschio gay. Ha un passato costellato di violenze, è stata una sex worker. Ora è ospite di un centro di accoglienza per stranieri, ma non avendo ancora cominciato un percorso di transizione è stata inserita all’interno di un gruppo in cui ci sono quattro ragazzi pakistani. È difficile, per operatori non specializzati, capire le sue esigenze. Adesso, però, la sua vita è a un punto di svolta: grazie alla segnalazione dei servizi sociali, entrerà in una casa rifugio per persone Lgbtqia+, dove, finalmente, potrà iniziare un percorso per essere davvero se stessa. 

In questi anni in tutta Italia stanno nascendo delle strutture che accolgono chi è in una situazione di vulnerabilità perché vittima di violenze o discriminazioni a causa del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere. In Friuli-Venezia Giulia, a marzo, è stata inaugurata Villa Carrà, una realtà nata da un’associazione temporanea di scopo, tra l’Ong Oikos e l’Arcigay regionale, grazie al finanziamento dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali della presidenza del Consiglio dei ministri (Unar). “Abbiamo 12 posti letto -spiega la coordinatrice, Sara Rosso-. Le persone che ospiteremo saranno seguite da una équipe multidisciplinare, che comprende una legale e due psicoterapeute: una legata all’identità sessuale e una all’elaborazione del trauma”. Questo servizio, così strutturato, è il primo in tutto il Nord-Est e risponde a un’esigenza reale: gli attivisti del settore da anni raccolgono richieste d’aiuto, che però sinora non potevano ricevere alcuna risposta ufficiale da parte di un ente specializzato. Nelle prime settimane di attività, a Villa Carrà sono arrivate moltissime segnalazioni. La percentuale di accoglienze che si sono concretizzate, però è piuttosto bassa. “C’è un filo rosso -commenta la responsabile- con le situazioni che si vedono nei centri per donne maltrattate. C’è spesso una persona prevaricante, quasi sempre un uomo cisgender (la cui identità di genere corrisponde al genere e al sesso biologico alla nascita, ndr), che usa il suo ascendente per impedire un cambio di vita da parte di chi si trova in una condizione di difficoltà e di violenza, sia che si tratti di ex sex worker sia che si tratti di un ragazzo gay ospite di un centro d’accoglienza per richiedenti asilo”. 

La prima casa rifugio a nascere in Italia è stata Refuge Lgbt, a Roma, che accoglie persone dai 18 ai 25 anni che sono state vittime di omotransfobia tra le mura domestiche. “Il progetto è nato nel 2007 -racconta la coordinatrice, Sonia Minnozzi- da un’idea di Fabrizio Marrazzo, fondatore di Gay center/gay helpline, numero verde nazionale contro l’omotransfobia, grazie all’incontro con Le Refuge, associazione francese che da anni gestisce realtà simili”. La struttura ha aperto le porte nel 2016 e, da allora, ha accolto circa 50 ospiti. Chi trova riparo all’interno di questa realtà, riceve un aiuto concreto da parte di un gruppo che comprende diverse professionalità. “Offriamo supporto psicologico, orientamento scolastico o lavorativo e vari tipi di mediazione, da quella culturale a quella familiare, per ristabilire i rapporti con i parenti, in un vero e proprio percorso individualizzato”, continua Minnozzi. 

Anche la casa rifugio Marcella Di Folco -dedicata alla memoria dell’attivista, attrice e politica italiana- si avvarrà di figure specializzate per seguire le persone che ospiterà. L’appartamento, assegnato dalla Regione Toscana all’associazione Consultorio Transgenere, avrà una particolarità: sarà il primo in Italia riservato solo a chi non si identifica con il suo genere di nascita. “Per le persone trans -racconta la portavoce Mia Tarulli- è difficile accedere ai servizi legati all’abitare, dove c’è il rischio di diversi tipi di violenza”. Molti dei problemi sono dovuti a una mancanza di conoscenza da parte degli operatori: dall’uso dei pronomi alle particolarità del percorso di transizione, ci vogliono competenze specifiche. “La struttura -dice Tarulli- aveva bisogno di lavori importanti. Per questo abbiamo promosso una raccolta fondi, che è stata un successo e che ci ha permesso di iniziare gli interventi”. 

“Per le persone trans è difficile accedere ai servizi legati all’abitare, dove c’è il rischio di diversi tipi di violenza” – Mia Tarulli

L’accoglienza nelle case rifugio è sempre temporanea. L’obiettivo, infatti, non è quello di dare un alloggio definitivo alle persone, ma di avviarle verso un percorso di autonomia. “Coloro che trovano riparo da noi -spiega Antonello Sannino, responsabile istituzionale della Casa delle culture dell’accoglienza di Napoli- dovrebbero rimanere al massimo tre mesi. In realtà, se qualcuno ha bisogno di più tempo glielo concediamo, abbiamo avuto ospiti che sono restati anche sei mesi. Il punto, però, è che cerchiamo di fornire degli strumenti perché ciascuno possa ripartire con la propria vita, anche grazie agli inserimenti lavorativi e al supporto per la costruzione di un bilancio di competenze”. La realtà -gestita da Antinoo Arcigay Napoli in cordata con altre dieci associazioni del territorio- è stata inaugurata nel 2021 ed è un centro polifunzionale, costituito da una parte aggregativa e da una parte residenziale al secondo piano. Il sodalizio riesce a dare una risposta a diverse esigenze, grazie alla collaborazione con il Comune e i locali servizi antiviolenza. “Abbiamo anche degli sportelli di ascolto -continua Sannino- per i detenuti e le detenute Lgbtqia+ di Poggioreale e di Pozzuoli”. 

© Michele Wales – Unsplash

Uno dei maggiori problemi della struttura, però, è che la sua ubicazione non è segreta. “Abbiamo avuto un problema con due ragazze lesbiche che provenivano da una famiglia camorrista, che le aveva minacciate di morte -ricorda il coordinatore-. Non abbiamo potuto accoglierle per non metterle in pericolo. Abbiamo risolto la situazione mandandole in un centro per donne vittime di violenza, ma se fosse capitata la stessa cosa a due uomini non avremmo saputo che fare”. Questa difficoltà, tuttavia, verrà risolta in breve: grazie ai fondi Unar saranno aperte altre case rifugio in località che non saranno rese note. “Abbiamo anche fatto richiesta per ottenere un edificio confiscato alla camorra”, dice il responsabile. 

“La nostra consulenza permette di capire quali sono le tutele giuridiche e di dare un supporto per la denuncia” – Patrizia Fiore

Il supporto legale di cui hanno bisogno le persone ospitate nelle case rifugio è, prima di tutto, legato alla situazione di violenza. “La nostra consulenza -spiega Patrizia Fiore, avvocata che fa parte dell’equipe di Villa Carrà- permette di capire quali sono le tutele giuridiche e di dare un supporto per la denuncia”. Le leggi contro i maltrattamenti e gli abusi, infatti, tutelano chiunque ne sia vittima, a prescindere dal genere e dall’orientamento sessuale. “Per quanto riguarda la violenza, ci rifacciamo alle norme di riforma del codice penale, compreso il cosiddetto Codice rosso -continua la legale-. Quando si parla di vittima, spesso si pensa alle donne, ma la legislazione è più tutelante: la definizione è quella di ‘soggetto vulnerabile’, che può comprendere anche minori, persone disabili e chi ha un’identità sessuale o di genere non ritenuta conforme”.
A chi trova accoglienza in strutture come Villa Carrà, quindi, vengono prima di tutto fornite delle consulenze sugli strumenti giuridici per difendersi dalla violenza. “Noi accogliamo persone vittime di abuso -conclude Fiore- e diamo un supporto su questo. Per quanto riguarda tutte le altre pratiche, dal cambiamento di genere alle unioni civili, possiamo fornire le prime indicazioni, ma poi la persona dovrà intraprendere un percorso individuale”. 

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