Diritti / Approfondimento

I progetti contro la dispersione scolastica che creano rapporti con il territorio

Da Palermo a Milano, associazioni e scuole organizzano interventi e attività per contrastare l’abbandono precoce degli studi. Lavorano in collaborazione con i professori e aprono spazi aggregativi in quartieri periferici privi di opportunità educative. Le loro storie

Un laboratorio organizzato da PalermoScienza © PalermoScienza

A Palermo insegnare le regole del coding serve per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica. L’idea è quella degli animatori del progetto Stem*Lab (Scoprire, trasmettere, motivare, emozionare): rivolto ai giovani di età compresa tra i cinque e i 14 anni, utilizza nuove metodologie per l’educazione alle discipline Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Ha avviato laboratori e corsi con gli alunni delle scuole elementari e medie: la creazione di un piccolo robot o di un veicolo a reazione, creato usando cartone e un palloncino, sono diventati il mezzo per alimentare il piacere e le capacità di apprendere degli studenti in contesti privi di opportunità educative.

Avviato nel 2019, è stato finanziato con 2,35 milioni di euro dall’impresa sociale “Con i bambini”, società senza scopo di lucro che attua i programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile previsti da un protocollo d’intesa, stipulato nel 2016, tra la presidenza del Consiglio, il ministero dell’Economia, il ministero del Lavoro e l’associazione di Fondazioni e casse di risparmio (Acri). Oltre a Palermo, Stem*Lab è attivo in altri 12 presidi territoriali nel Paese e vede il Museo della scienza e della tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano come coordinatore scientifico. Coinvolge 10mila persone tra docenti, operatori sociali, studenti e le loro famiglie.

“Ci occupiamo di apprendimento informale da più di dieci anni. Siamo stati presenti nelle scuole dei piccoli paesi e negli istituti di frontiera in tutta la Sicilia. Oggi lavoriamo in particolare a Palermo e in due scuole di Partinico”, racconta ad Altreconomia Valeria Greco, presidente di PalermoScienza, l’associazione che è partner scientifico per la Sicilia del progetto. La Regione è tra quelle con il più alto tasso di abbandono scolastico. Secondo un’analisi su dati Istat riferiti al 2020 realizzata da Openpolis (che utilizza come indicatore indiretto la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno solo la licenza media), il tasso di fuoriuscita precoce dal sistema di formazione ed educazione è pari al 19,4%. Secondo i dati del Comune di Palermo, che monitora la situazione nei suoi otto municipi in collaborazione con le scuole di ogni grado, nell’anno scolastico 2020-2021 ci sono state 1.993 segnalazioni di alunni che hanno abbandonato gli studi e che hanno interrotto le lezioni. Erano state 1.858 nel biennio precedente. È in questo contesto che intervengono progetti che mirano a potenziare le opportunità educative, promuovendo nuove competenze in luoghi in cui mancano spazi dove aggregarsi e sviluppare le proprie competenze e inclinazioni. Docenti, genitori e operatori lavorano insieme e si fanno “comunità educante”.

“Quando entriamo in una classe delle scuole elementari e medie, all’inizio spesso i ragazzi rimangono meravigliati. Il nostro metodo è basato su scambi continui: lanciamo una sfida, presentiamo un problema da risolvere e chiediamo a chi è in aula di pensare alle soluzioni”, spiega Greco. Prima dell’incontro con gli studenti, gli operatori di PalermoScienza inviano ai professori il materiale che sarà utilizzato durante i laboratori affinché siano informati su quanto si terrà in classe. In un secondo momento, si iniziano le attività: si eseguono esperimenti scientifici, si utilizza una stampante 3D, si progettano modellini. Teoria e pratica procedono insieme. “Il nostro approccio prevede una collaborazione sistematica con i professori che ricoprono un ruolo attivo, sono ‘facilitatori’ dell’interazione con i ragazzi”, prosegue Greco. “È un punto fondamentale. Affinché questi progetti non siano solo una meteora, è necessario che si instauri un rapporto con il corpo docenti in modo che, in una logica di scambio reciproco, possano poi replicare le attività proposte. Noi li coadiuviamo a potenziare i loro strumenti per evitare la dispersione scolastica”.

Secondo Istat, che riprende un’analisi di Eurostat, nel 2020 in Italia il tasso di abbandono scolastico ha raggiunto il 13,1%. Significa che sono stati 543mila gli studenti che hanno lasciato prematuramente gli studi. Sebbene si tratti di un miglioramento rispetto a dieci anni fa (quando era pari al 18,6%), rimane uno dei tassi più elevati in Europa ma ancora non registra tutti gli effetti causati dalla pandemia da Covid-19. La situazione coinvolge in particolare i giovani uomini (15,6%) rispetto alle coetanee (10,4%). I dati riflettono situazioni diverse sui territori. Se nel Centro-Nord si è vicini al 10%, nelle Regioni meridionali la quota di giovani che abbandonano gli studi è più prossima al 20%. Secondo gli operatori del settore, le cause della “fuga” dalla scuola sono culturali, sociali ed economiche: chi proviene da ambienti socialmente svantaggiati e da famiglie con un basso livello di istruzione ha maggiori probabilità di fermarsi prima di aver completato il percorso di studi che li porta a conseguire almeno il diploma. Ma intervengono anche l’insoddisfazione per l’offerta formativa disponibile, la mancanza di servizi e l’assenza di spazi di incontro.

“Contrastare la dispersione scolastica significa sviluppare rapporti con il territorio, inteso come luogo di apprendimento, e con la comunità. Questo, nonostante le problematiche economiche e sociali che lo colpiscono, deve essere rivalutato attraverso progetti che mettano insieme ragazzi, genitori, docenti e operatori”, dice Mauro Cristoforetti, presidente della cooperativa Edi specializzata in formazione e promozione dei diritti umani per l’infanzia e l’adolescenza. Edi è stata capofila del progetto Scatti, finanziato da “Con i Bambini”: arrivato nel dicembre 2021 alla sua conclusione, è stato attivo nelle aree del quartiere Giambellino a Milano, Ponte di Nona a Roma, Scalea e Praia a Mare in provincia di Cosenza e Zen a Palermo. In tre anni ha coinvolto quasi 500 famiglie e circa 300 docenti e operatori, e ha organizzato attività extra-scolastiche per più di tremila minori. Ha organizzato seminari facendo lavorare insieme docenti, operatori sociali e genitori. Con le scuole di primo e secondo grado, sono stati aperti laboratori di cucito, bricolage e arti figurative, lezioni di musica e cucina, e ludodidattica inglese. Sono stati organizzati incontri in cui gli alunni hanno espresso le proprie idee su come la didattica e la scuola potevano migliorare. “Abbiamo inoltre promosso un uso positivo delle tecnologie digitali che, senza un adeguato accompagnamento da parte degli adulti (formatori, docenti e genitori), in ottica educativa e nella diversità di ruoli e responsabilità, se non guidate, rischiano di ampliare il divario tra chi vive in condizioni di povertà educativa e chi no”, aggiunge Cristoforetti. Nei mesi del primo lockdown, per esempio, sono stati distribuiti tablet alle famiglie e ai bambini in difficoltà economiche.

Nel quartiere Giambellino a Milano, intervenire ha significato aprire laboratori insieme ai genitori. Tra questi c’è la “scuola delle mamme”, avviata dalla Comunità del Giambellino attiva nell’educazione e promozione di giovani e minori. Negli spazi della cooperativa sono organizzati corsi per imparare l’italiano, di quattro diversi livelli, rivolti a 80 mamme cittadine straniere affinché possano aiutare i propri bambini nei compiti scolastici, riescano a parlare con le maestre e il pediatra, e partecipino in modo più attivo alla vita dei figli.

“Abbiamo raggiunto risultati molto interessanti in un quartiere multiculturale. In un percorso lungo tre anni genitori, insegnanti, associazioni e rappresentanti delle istituzioni si sono incontrati con regolarità. Sono diventati una comunità educante”, dice Cristina Vincenzo, referente Scatti per Save The Children, partner nazionale del progetto. “Come risultato finale abbiamo prodotto raccomandazioni e linee guida contro la povertà educativa e la dispersione scolastica”. Tra queste, per esempio, c’è la sollecitazione a identificare, nei territori in condizioni sociali ed economiche difficili, una rete di servizi che possa sostenere le famiglie in difficoltà prendo in carico le situazioni più a rischio marginalità. E ancora l’invito a promuovere l’inclusione dei cittadini stranieri, organizzando attività extra-scolastiche, e dei bambini con bisogni educativi speciali supportando genitori e insegnanti con accompagnamento e formazione. “Queste indicazioni derivano dalla nostra esperienza sul territorio -prosegue Vincenzo- ma sono esportabili in ogni altra periferia”.

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