Diritti / Attualità

I “fantasmi” delle carceri italiane. Le storie degli internati ancora privati della libertà

Nel nostro Paese oltre 300 persone restano nel circuito penale pur avendo scontato la pena. Senza casa, lavoro, prospettiva. Le “Case lavoro” nella maggior parte dei casi non funzionano. Il sistema è “indifendibile”, spiega Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà personale. Il caso di Biella

© moritz-spahn - Unsplash

Si aggirano come fantasmi in decine di penitenziari italiani, senza una casa, un lavoro e una prospettiva per voltare pagina e cominciare a vivere una vita nuovamente all’esterno delle mura carcerarie. Sono gli internati, 325 persone etichettate come “pericolose” e quindi destinatarie di una misura di sicurezza. Persone che, pur avendo scontato la pena detentiva per il reato commesso -nella maggior parte dei casi di contenuta gravità, legato a situazioni di marginalità e vulnerabilità- restano nel circuito penale perché devono ulteriormente dimostrare che il loro cambiamento è maturo.

Peccato che le “Case lavoro”, i luoghi in cui gli internati dovrebbero avere la possibilità, tramite un impiego, di liberarsi dell’etichetta della pericolosità, nella maggioranza dei casi non sono nient’altro che sezioni dei penitenziari, detentive, inadeguate per il loro percorso. “La misura di sicurezza -spiega ad Altreconomia Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà personale- finisce così per essere una privazione della libertà che, per quanto si ammanti di valore di graduale inserimento, di fatto diviene una misura ‘difensiva’ della società che non si accontenta della pena espiata”.

Un caso paradigmatico della drammatica situazione degli internati è la casa circondariale di Biella che improvvisamente, nel febbraio 2017, si è “trasformata” in Casa lavoro. La decisione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) nasce dall’apertura, nell’istituto biellese, di una sartoria industriale per la produzione di divise della Polizia penitenziaria senza tenere in considerazione l’inesistenza di uno spazio adeguato.

Inoltre, a pochi giorni dall’arrivo dei primi 14 internati, il mancato rilascio da parte della Direzione sanitaria territoriale dell’idoneità al lavoro nella sartoria, a causa dei loro fragili profili psichiatrici, toglie ai nuovi ospiti questa possibilità, lasciandoli nell’impossibilità di “dimostrare” di aver concluso il loro percorso di cambiamento. Anche perché, alla mancanza di un impiego, si aggiunge la difficoltà di ottenere adeguate licenze di uscita utili per la valutazione del magistrato di sorveglianza.

“L’85% di queste persone non ha legami con il territorio ed è necessaria una misura alloggiativa che non può essere garantita -spiega Sonia Caronni, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Biella-. Anche perché la casa circondariale ha visto aumentare, negli ultimi anni, la popolazione detenuta da 350 ospiti a quasi 500 ed è insostenibile riuscire a garantire per tutte le richieste la possibilità di uscita e di presa in carico da parte del territorio”.

Nonostante l’evidente incompatibilità dello svolgimento della misura di sicurezza nell’istituto biellese e il sovraffollamento, gli arrivi degli internati sono aumentati nel corso degli anni: al 25 febbraio 2021 erano ospiti 50 persone, con 33 in lista d’attesa. Delle poche persone che dal 2017 sono uscite, una è deceduta poco dopo l’uscita dal penitenziario per overdose, un’altra ha tentato il suicidio. “È l’assurdità di un sistema -sottolinea Caronni- che ti fa scontare un’ulteriore pena detentiva per poi, tante volte senza una gradualità, farti uscire in libertà. Una persona, con fragilità psichiatriche amplificate dal lunghissimo tempo di detenzione, se non accompagnata, non riesce a sopportare questo cambiamento”.

Nonostante la criticità della situazione, nessuno, fino ad ora, è intervenuto. “Ho sollevato la questione sia al provveditore regionale sia al ministero della Giustizia ma non ho ricevuto risposta. L’alternativa indicata dall’amministrazione penitenziaria, anche se solo informalmente, è lo spostamento ad Alba: se a Biella la situazione è emergenziale e necessita, dunque di un intervento, un trasferimento simile, in strutture inadeguate, sposterebbe solamente il problema”.

Il problema riguarda diversi istituti sul territorio nazionale. Lo evidenziano i dati del ministero della Giustizia che permettono di tracciare un quadro della situazione. Al 28 febbraio 2021 il circuito penitenziario ospitava in tutta Italia 334 internati, di cui 77 stranieri, ristretti principalmente in Abruzzo (74), Emilia-Romagna (53) e Piemonte (54). Indicativo è il fatto che solo Vasto, in Abruzzo, è classificata come “Casa lavoro” e il numero degli internati non diminuisce dal 2014, anno in cui un decreto legislativo aveva stabilito che la durata della misura di sicurezza non poteva superare la lunghezza della pena massima applicabile per i reati per cui il soggetto viene condannato.

“Non riesco a leggere la questione di Biella come un caso isolato -continua Palma- ma come paradigmatica della indifendibilità del sistema del doppio binario, tipico del nostro codice penale, che consiste nella pena e nella misura di sicurezza: la prima caratterizzata da ciò che si è commesso, la seconda da ciò che si potrebbe commettere. La prima è, dunque, consequenziale, al di là di come oggi poi si concretizzi l’esecuzione penale, la seconda è invece prognostica, basata su un cosiddetto ‘accertamento scientifico’ della pericolosità del soggetto, sul cui fondamento è lecito quantomeno dubitare”.

Un doppio binario che non è nient’altro che “una truffa delle etichette” secondo Marco Pelissero, professore ordinario di Diritto Penale all’Università di Torino. “Questo sistema va eliminato. La Corte di giustizia europea ha condannato la Germania per questo motivo: la misura di sicurezza è lecita solo se non è una riproposizione di quella detentiva. Purtroppo, però, le ragioni per cui il legislatore decide o meno di sopprimere il doppio binario o di ampliare le misure alternative alla detenzione sono legate al contesto socio-culturale. Gioca un ruolo importante la paura di abbassare la guardia e l’esigenza di difesa sociale, che poi è una percezione molto soggettiva delle istanze che arrivano alle forze politiche”. Il periodo attuale, fortemente securitario, non è terreno fertile per soluzioni del genere. Basti pensare che la commissione Pelissero, presieduta dal professore e istituita per dare attuazione alla legge delega contenuta nella riforma Orlando del 2017, poi naufragata a causa della caduta di governo, non aveva come mandato l’abolizione del doppio binario.

“La legge delega, sebbene fosse nata dalla apertura della maggioranza politica di allora a potenziare le misure alternative e riformare l’ordinamento penitenziario (il ministro della Giustizia aveva organizzato gli Stati generali dell’esecuzione penale, ndr), non prevedeva purtroppo il superamento delle misure di sicurezza detentive per imputabili. Servirebbe il coraggio di soluzioni nuove ma non vedo un legislatore pronto a fare una scelta di campo nel tentativo di rivedere il sistema. È un salto culturalmente molto forte perché riguarda soggetti considerati pericolosi”.

Una situazione paradossale confermata anche nella pandemia. Il 31 gennaio 2021, rispetto all’anno precedente, il numero dei detenuti è diminuito del 13% in Italia in seguito ai timidi provvedimenti adottati dal governo per fronteggiare la crisi da Covid-19. Se si analizzano i dati riguardanti gli internati, invece, la stessa percentuale si ferma al 6%: solo 21 persone sono uscite nel corso del 2020 e, tra l’altro, non a seguito di provvedimenti connessi alla necessità di limitare il sovraffollamento delle strutture penitenziarie. “Considerando la difficoltà di una riforma del codice penale l’unico modo per intervenire -conclude Palma- deve seguire tre direzioni: predisporre luoghi strutturalmente e logisticamente diversi dal carcere in cui scontare tali misure; diffondere programmi di coinvolgimento del territorio nella loro esecuzione, in funzione della proposizione di programmi di formazione certificata e di lavoro; la riduzione dei tempi complessivi di durata delle misure”. Una riduzione dei tempi che richiede, inevitabilmente, un cambiamento da parte della comunità esterna al circuito penale. “Serve la costruzione di una cultura sociale più inclusiva, territorialmente diffusa e che sappia coinvolgere anche la cultura di chi ha la responsabilità di irrogare tali misure. Compito difficile”.

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