Ambiente / Opinioni

Gli effetti del turismo di massa e il caso di San Vito Lo Capo

Nel Comune siciliano si è sviluppato un turismo legato all’utilizzo massiccio della spiaggia di sabbia chiara. In nome della balneazione sono state tralasciate le altre bellezze locali con ricadute su territorio e servizi. Ma le alternative esistono, basta applicarle, scrive Fabio Balocco

La spiaggia di San Vito Lo Capo in Sicilia © Wikipedia

Il turismo è come Giano bifronte: da un lato è l’industria più impattante al mondo, dall’altro gode di larghi consensi nei fatti e nell’immaginario collettivo. Nel 2018 uno studio pubblicato sulla rivista Journal Nature Climate Change ha analizzato gli effetti causati dal turismo di massa: il turismo vale il 10,1% del Pil mondiale, ed è la più importante industria sulla Terra, ma anche la più impattante cui è riconducibile l’8% delle emissioni totali di CO2. Basti pensare agli aerei, alle navi, alle auto che si spostano in funzione turistica; o ancora ai villaggi, agli impianti di risalita, ai campi da golf, ai residence, alle seconde case; o ancora alle agenzie di viaggio e alle piattaforme online. Tuttavia, quando si discute dei settori che hanno impatti sull’ambiente e la società, il turismo non è mai citato. Nelle librerie troverete guide turistiche ma pochi saggi dedicati alle sue problematiche.

Si potrebbero citare alcuni casi in cui l’industria turistica ha snaturato territori incantevoli, alterando la loro economia insieme al tessuto umano e sociale. Come il Nepal, dove i contadini sono diventati “portatori” per i ricchi occidentali che vogliono salire le più alte cime della Terra e abbandonano i loro rifiuti ai campi base; oppure le Maldive dove un popolo di pescatori si è riciclato in manovalanza per i resort che hanno inquinato gli atolli.

Sebbene presenti una storia diversa, un Comune come San Vito Lo Capo, nell’estrema punta occidentale della Sicilia, può aiutare a dimostrare benefici e malefici del turismo di massa. Vive essenzialmente di turismo, in particolare legato alla sua splendida spiaggia di sabbia chiara, famosa in Italia e non solo. Questa monocultura ha improntato anche l’azione della mano pubblica, indifferente alle altre ricchezze del territorio. San Vito Lo Capo, infatti, ha pareti di calcare fra le più belle e solide del Mediterraneo; ha importanti reperti archeologici e grotte; accoglie le riserve naturali dello Zingaro e Monte Cofano. Eppure tutto o quasi tutto ruota intorno alla balneazione; in funzione turistica è stato anche realizzato un porticciolo, la causa principale del restringimento della spiaggia ritiratasi di alcune decine di metri in cinquant’anni (e l’erosione sta continuando). La monostagionalità comporta inoltre problemi legati all’eccessiva pressione antropica concentrata in un particolare periodo, primi fra tutti i servizi come la richiesta di energia elettrica, la raccolta rifiuti e l’acqua potabile.

Ma un altro turismo qui, in particolare, sarebbe possibile. Un turismo più “culturale” e multistagionale che garantirebbe una più equa distribuzione delle presenze nell’arco dell’anno. Le soluzioni praticabili ci sarebbero e sono state messe in campo altrove in località marine o montane: dal numero chiuso al pagamento di un ticket; dalla regolamentazione del traffico con la creazione di parcheggi esterni all’abitato a pullman navetta; dalle indicazioni delle falesie alla ripulitura dei sentieri e delle mulattiere; dall’incentivazione del turismo outdoor alla sorveglianza accurata delle aree protette.

Soluzioni che nel Comune siciliano ancora non vengono prese in considerazione. Per esempio se un turista arriva a San Vito e vuole visitare uno degli angoli più belli della costa, come Cala Mancina, non trova alcuna indicazione. Se un amante dell’outdoor desidera percorrere in mountainbike sentieri e mulattiere, non ha una mappa dei percorsi. Se un free climber vuole mettere le mani sulla roccia, non trova un cartello che indichi falesie e settori. Si sta continuano a parlare di un’antistorica edificazione legata al porto turistico, contro il quale si è schierata una parte della popolazione creando il comitato No Marine Resort. Inoltre l’assenza di attenzione e sorveglianza adeguata, a qualsiasi livello pubblico, ha condotto agli incendi che hanno “mangiato” la riserva dello Zingaro.

Un cambio di mentalità è possibile. Un’alternativa concreta viene da una località con caratteristiche morfologiche simili a San Vito Lo Capo: Finale Ligure, in provincia di Savona. Fino a pochi decenni fa, il Comune era conosciuto solo ed esclusivamente per il suo arenile ma aveva splendide pareti di calcare nell’interno, così come magnifici sentieri e siti archeologici. Pareti e sentieri iniziarono a essere frequentati da arrampicatori, ciclisti ed escursionisti, spesso stranieri, e la voce si sparse. E la mano pubblica capì. Risultato: oggi Finale Ligure ha un’economia che gravita per circa un terzo sull’outdoor e fa concorrenza a blasonate località straniere come Cassis e le sue Calanques.

Per approfondire il caso di San Vito Lo Capo, invito a leggere il mio saggio “San Vito Lo Capo. Sicilia. Italia” (Edizioni Antipodes), scritto dopo avere raccolto testimonianze in loco. Il testo affronta le problematiche del turismo di massa e suggerisce possibili soluzioni. È uno dei pochi lavori in Italia che affrontano l’argomento e la speranza è che altri ne seguano.

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