Altre Economie / Opinioni

Giustizia sociale per la transizione ecologica

Nella visione dominante degli economisti cari a Bruxelles, la variabile indipendente è la crescita economica e tutto il resto deve essere funzionale a questo obiettivo prioritario. Occorre cambiare punto di vista. Il contributo di Tonino Perna

© Ehimetalor Akhere Unuabona - Unsplash

Se negli anni 70 la parola “ecologia” era per addetti ai lavori, pochi intellettuali che sembravano predicare al vento, oggi è diventata improvvisamente il centro del dibattito politico che riguarda il futuro della Unione europea. Che cosa è successo a Bruxelles? I tecnocratici e i sacerdoti del Pil si sono convertiti a una nuova filosofia sociale, a una nuova visione della vita e del progresso? Ci andrei piano. È vero che adesso si parla di Next Generation e di transizione ecologica, due temi molto legati tra di loro, perché se non salviamo il Pianeta dalla catastrofe ambientale non c’è futuro per le prossime generazioni, ma se approfondiamo scopriamo ben altro. Basti citare la nuova Pac (Politica agricola comunitaria) che, pur con alcuni ragionevoli miglioramenti in campo ambientale e sociale, continua a finanziare le grandi aziende agricole, l’agricoltura industriale, in nome della competitività, a discapito dell’agricoltura contadina, la sola che può preservare la biodiversità, come già lo stesso Barroso, allora presidente della Commissione europea, ebbe a dire dieci anni fa.

In breve, la strategia comunitaria punta alla conversione ecologica con un occhio ben attento a rilanciare il mercato di alcuni settori in profonda crisi.
Il primo è l’industria dell’auto. Da anni il mercato dell’auto è saturo nei Paesi occidentali , mentre continua a crescere in Cina-India e altri Paesi asiatici dove però, si sta arrivando ad un livello di insostenibilità ambientale che ne impedisce una ulteriore espansione. L’auto elettrica è la risposta che consente di rilanciare in tutto il mondo il mercato dell’auto, e di ridurre l’inquinamento nelle città, ma non necessariamente nell’ambiente nel suo complesso. Infatti, dipenderà molto da come si alimenteranno le auto elettriche, oltre al fatto che bisognerebbe considerare quanto nuova produzione di acciaio, plastica, gomma, etc. occorrerà (e quindi inquinare), senza contare la guerra commerciale per le materie prime che servono per le batterie (il litio oggi e domani vedremo).

Lo stesso vale per elettrodomestici a basso consumo di energia che saremo in qualche modo costretti o incentivati a comprare. Anche questo è un settore che entra in crisi se non si riducono i cicli vitali di queste merci. Ed è qui il punto. Non c’è nessuna incentivazione per la produzione di merci che allungano il loro ciclo vitale, anzi si punta alla sostituzione in nome del miglioramento tecnologico al fine del risparmio energetico. È da diversi anni che ci vediamo incentivati a passare con la nostra lavapiatti, lavatrice o frigo da una A1 ad A2, 3, 4, mentre i nostri vecchi frigo, ad esempio, duravano anche trent’anni e oggi non vanno oltre, mediamente, i sette anni. E questo significa non solo più materie prime, più energia, ma anche più rifiuti. E anche se il processo di smaltimento passa attraverso il riciclo, è pur vero che c’è sempre uno scarto e un surplus di consumo energetico, a dispetto del mito dell’economia circolare.
Lo stesso vale per l’edilizia, settore in forte crisi in molti Paesi europei. Da una parte si incentiva l’efficientamento energetico delle abitazioni e uffici (e va benissimo), dall’altra però si finanziano grandi opere in campo edile che hanno un impatto ambientale pesantissimo. Si pensi solo alla proposta della costruzione del Ponte sullo Stretto, una delle tante grandi opere previste in tutta la Ue, per rilanciare l’economia, ma senza fare i conti con l’impatto ambientale.

E se affrontiamo il tema del trasporto sostenibile abbiamo che, da una parte, si punta all’Alta velocità anche con treni che usano l’idrogeno come fonte energetica, mentre vengono completamente abbandonati i trasporti locali e i milioni di pendolari che ogni giorno salgono su terni e bus sovraffollati e fatiscenti, specie nel Mezzogiorno. Ed è proprio qui , nel settore trasporti, che cogliamo meglio la visione di politica economica della Ue, ben interpretata dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Puntare a potenziare ciò che richiede la grande impresa, i business men, le aree forti del Paese a discapito di tutto il resto. Quando Draghi dice che è a favore del “debito buono” ed è contrario al “debito cattivo” (per analogia con il colesterolo), vuole dire che ci si indebita per grandi investimenti in settori “rentable”, mentre si abbandonano al loro destino imprese, lavoratori e territori marginali (che poi significa la maggioranza).
Giustizia sociale e tutela ambientale non sono separabili, come magistralmente è scritto nell’Enciclica “Laudato si’”, mentre nella visione mainstream degli economisti cari a Bruxelles, la variabile indipendente è la crescita economica e tutto il resto deve essere funzionale a questo obiettivo prioritario.

Detto questo non significa che la svolta formalmente “ecologista” della politica comunitaria non contenga anche delle porte d’accesso interessanti, dove fare esplodere le contraddizioni e condizionare un cambiamento di rotta. In questa direzione diventa fondamentale proporre/imporre dei parametri su cui misurare la “transizione ecologica”, in modo tale che ogni azione/iniziativa possa essere monitorata o preventivamente vagliata. Riuscire ad avere delle misurazioni oggettive dell’impatto ambientale, della riduzione della CO2, generate dalla politica di transizione ecologica della Ue, diventerà uno strumento fondamentale di lotta politica per ottenere una conversione ecologica reale e non di facciata.

Tonino Perna, vice-sindaco di Reggio Calabria, è stato professore ordinario di Sociologia economica all’Università di Messina, presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte, della Ong Cric, del Comitato etico di Banca Etica. Ha scritto una trentina di saggi tra cui “Fair trade” (Bollati Boringhieri, 1998) ed “Eventi estremi” (Altreconomia, 2011). È tra i fondatori di Altreconomia.

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