Ambiente / Intervista

Il giro del mondo, alla ricerca della minima possibilità di sopravvivere

In tre anni di studi sul campo, il ricercatore ha trasformato le “grida di battaglia” del Pianeta in “dieci modi per salvare il mondo”, passi concreti per invertire le tendenze globali. Il primo: lasciare nel sottosuolo i combustibili fossili

Tratto da Altreconomia 216 — Giugno 2019
Edward Davey ha lavorato per l’unità sulla sostenibilità internazionale del Principe di Galles, che si occupa di questioni ambientali globali - © wri.org

Lo sciopero per il clima di Greta Thunberg, l’impegno divulgativo di David Attenborough, le clamorose manifestazioni del movimento “Extinction Rebellion”. “Il nostro livello di consapevolezza e comprensione dei cambiamenti climatici non è mai stato così alto. Ma le cose non cambieranno se non facciamo qualcosa di questa eccitazione che sta ribollendo”. Da quando è nato suo figlio Oli, nell’aprile 2017, Edward Davey, project director al prestigioso World Resources Institute (wri.org), non è riuscito a smettere di pensare al Pianeta che gli avrebbe lasciato. Un habitat malconcio, esposto ai riflessi del cambiamento climatico, della deforestazione e dell’inquinamento dell’aria, patologie che la comunità scientifica internazionale non smette di diagnosticare (basti pensare ai rapporti del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, IPCC). E così ha pensato di trasformare competenza, esperienza e contatti accumulati negli anni al servizio della fondazione del Principe di Galles in un “manifesto” per salvare il Pianeta. I 10 punti di “Given half a chance” -ovvero la “minima possibilità” concessa, pubblicato nella primavera 2019- sono in realtà le tappe di un viaggio intorno al mondo. Dall’Etiopia all’India, dalla Colombia agli Stati Uniti, dal Niger alla Danimarca procedendo per i “sentieri” delle rinnovabili, della tutela delle foreste, del suolo, dell’acqua, della biodiversità, dello sviluppo delle megalopoli. “Stanno accadendo cose straordinarie in tutto il mondo -racconta Davey ad Altreconomia-. Le persone agiscono con speranza e coraggio, contro ogni aspettativa, per migliorare le cose. E il mio obiettivo era quello di prendere le ‘grida di battaglia’ e tradurle in passi concreti e tangibili, che possiamo compiere collettivamente per invertire le preoccupanti tendenze attuali del mondo”.

Davey, il suo lavoro di ricerca è durato tre anni e contiene 55 interviste ad altrettanti esperti. L’introduzione è intitolata “2015”. Perché?
ED Il 2015 è stato un anno fondamentale per la realizzazione dell’Agenda degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e dell’Accordo di Parigi sul clima. Questi due accordi rappresentano una sorta di Magna Charta del nostro tempo.

Si è perso quello spirito “multilaterale”?
ED Non credo si sia perso completamente. Certo, per molti aspetti quello del 2019 è un mondo molto distante rispetto al 2015. Pensiamo all’elezione di Trump, alla guerra commerciale tra Usa e Cina, al ruolo della Russia, a Brexit. Ma sono convinto che viviamo ancora in un ordine multilaterale e che la maggior parte dei 193 Paesi del mondo sta cercando di prendere sul serio quei due accordi.

“Il punto critico della perdita di biodiversità è strettamente legato all’agricoltura: dobbiamo coltivare meglio per proteggere la biodiversità”

Il primo ambito di intervento che propone è quello delle energie da fonti rinnovabili.
ED La cosa più importante da fare oggi è lasciare nel sottosuolo la maggior parte dei combustibili fossili (stranded assets, risorse bloccate, per citare l’accademico Ben Caldecott). Per alcuni è molto difficile farlo, ma il costo delle energie rinnovabili sta diminuendo in tutto il mondo in modo precipitoso. Negli Stati Uniti, a metà degli anni 70, un modulo solare costava 96 dollari per Watt, oggi appena 68 centesimi. Occorrono pratiche concrete, motivo per cui ho raccontato i progetti di energia solare in Nevada, Cile, Sud Africa e anche nel Regno Unito. Ho dato conto delle 47 iniziative di carbon pricing messe in campo da 67 Paesi nel mondo.

I giganti fossili però resistono.
ED Quella dei sussidi ai combustibili fossili è l’altra riforma urgente che ci aspetta. A livello mondiale si tratta di 500 milioni di dollari ogni anno sotto forma di pratiche fiscali, prestiti e finanziamenti, come mi ha raccontato Shelagh Whitley dell’Overseas Development Institute. L’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) avverte che “la natura sta diminuendo a ritmi senza precedenti nella storia dell’umanità e il tasso di estinzione delle specie sta accelerando, con gravi impatti sulle persone in tutto il mondo”.

© insight.wfp.org

Come possiamo ripristinare e proteggere la biodiversità, uno dei capitoli del suo libro?
ED Il mondo ha bisogno di proteggere lo spazio necessario affinché la natura possa prosperare, certamente, ma penso che la priorità sia anche ripristinare quanto è andato perduto. Diverse aree del Pianeta sono state degradate, ma è possibile recuperare. Racconto di una regione dell’Etiopia che era sostanzialmente desertificata negli anni 80, dove c’è stata anche una carestia, e che in 35-40 anni è stata ristabilita attraverso un’attenta cura. In una zona del Kenya le popolazioni Masai sono diventate in un certo senso i suoi custodi, beneficiando dell’eco-turismo e della gestione più sostenibile della loro terra. Il punto critico della perdita di biodiversità è strettamente legato all’agricoltura: dobbiamo coltivare meglio per proteggere la biodiversità.

Discorso analogo per le foreste.
ED Il World Resources Institute ha appena pubblicato i dati relativi alla distruzione delle foreste tropicali: quest’anno perderemo qualcosa come 12 milioni di ettari, aree che ospitano il 70% della biodiversità mondiale. Se vogliamo fare qualcosa dobbiamo naturalmente proteggere le foreste. Si può fare, come scrivo a proposito delle iniziative in Colombia, Costa Rica e Brasile (fino all’elezione di Bolsonaro).

“Siamo in crisi e sarebbe molto facile continuare a lavorare as usual, nel breve termine ne beneficeremmo tutti. La chiave è l’azione politica”

Il settimo punto del manifesto è dedicato alle città. Parla di Londra, la sua città.
ED Dalle mie parti l’aria è molto inquinata. Proprio in questo periodo mi sto guardando in giro per scegliere la scuola di mio figlio: i tre istituti principali che vorrei che frequentasse, che sono pubblici, si trovano tutti in zone oltre il limite fissato dall’Organizzazione mondiale della Sanità. In alcuni punti siamo intorno alle otto volte tanto. È una fonte di grande preoccupazione per me, come deve essere per i genitori di tutto il mondo. Ovviamente ci sono molte città che sono più inquinate di Londra, ma penso che la sfida principale sia quella di togliere le auto dalle città e sostituirle con biciclette e mezzi pubblici. E c’è di più: una cosa che possiamo fare è quella di ridurre i voli. Ho dimenticato di ricordare che a Londra abbiamo l’aeroporto Heathrow. Ecco perché ho descritto il percorso seguito da Stoccolma o da Copenaghen, il divieto al diesel nel 2020 di Parigi e la rete internazionale “C40 Cities climate leadership group”.

“Given Half a Chance: Ten Ways to Save the World” è uscito lo scorso aprile per Unbound edizioni, unbound.com

Prima evocava l’agricoltura. Un intero capitolo è dedicato al suolo e alla sua erosione.
ED Credo che il suolo sia al centro di tutto. Nel libro racconto di un esempio sorprendente in Niger, dove gli agricoltori hanno lavorato insieme per rigenerare la loro terra. O in Andhra Pradesh, in India, dove il Governo sta orientando la sua agricoltura, non ancora al biologico, ma quanto meno per ridurre i pesticidi e i fertilizzanti. C’è poi la gestione più accorta del bestiame: nel libro non sostengo che non ci dovrebbero essere mucche nel mondo (sorride, ndr), ma penso che ci sono mucche che dovremmo allevare meglio, come avvenuto in alcune zone dello Zimbabwe o in Australia. L’ultimo punto non poteva intitolarsi che “Action”.

Perché?
ED Ciascuno di noi ha un ruolo da svolgere. L’azione individuale è necessaria. Alcuni di noi hanno investito le proprie pensioni in combustibili fossili senza saperlo e tutti prendiamo decisioni ogni giorno come consumatori. La nostra dieta ha un impatto enorme sul mondo, ma penso che dobbiamo organizzarci politicamente. Quello che ha fatto il movimento Extinction Rebellion a Londra (ad esempio il blocco dei ponti centrali, ndr) è stato dirompente. Certo, ha reso la vita difficile alle persone, ma è stato anche molto coraggioso, ha fermato le persone e le ha fatte pensare e agire in modo diverso. Non è poco: siamo in crisi e sarebbe molto facile continuare a lavorare as usual, nel breve termine ne beneficeremmo tutti. La chiave è l’azione politica.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia