Ambiente / Attualità

Gas e nucleare nella tassonomia. Per l’Italia non è una buona notizia

La Commissione europea ha pubblicato il 2 febbraio 2022 la versione finale dell’atto delegato della tassonomia dedicato al gas e nucleare confermandone l’inclusione. Il think tank ECCO spiega perché la transizione energetica nel nostro Paese rischierebbe di rallentare

Il 2 febbraio 2022 la Commissione europea ha pubblicato la versione finale della proposta sulla tassonomia verde -la classificazione degli investimenti ritenuti sostenibili dall’Ue da un punto di vista ambientale-, confermando l’inclusione di gas e nucleare tra le fonti energetiche “utili” alla transizione ecologica e che quindi, a determinate condizioni, possono avere l’etichetta europea per gli investimenti verdi. Una decisione che è stata assunta nonostante il parere contrario espresso dalla “Piattaforma sulla finanza sostenibile”, il gruppo di esperti nominato dalla Commissione stessa per una valutazione indipendente sul tema. Secondo il think tank indipendente ECCO, l’inclusione di gas e nucleare nella tassonomia verde -sostenuta anche dall’Italia- rappresenta un errore perché rischia di danneggiare la crescita del nostro Paese, rallentando il processo di decarbonizzazione e “drenando” risorse dallo sviluppo delle energie da fonti rinnovabili a favore di progetti di cui non c’è una reale necessità, come il gas.

La tassonomia verde europea nasce con la necessità di allineare la finanza agli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima siglato nel 2015, individuando un criterio credibile per indicare quali fonti energetiche sono realmente verdi e utili alla transizione. In altre parole: la tassonomia serve a indicare chiaramente agli investitori quali fonti energetiche sono compatibili con la traiettoria di decarbonizzazione necessaria a rispettare gli obiettivi di Parigi, in particolare il mantenimento dell’aumento medio delle temperature entro 1,5 gradi, e rappresentano investimenti sicuri sul medio-lungo termine. “Il pericolo di includere gas e nucleare è quello di esporre gli investitori ai rischi legati alla decarbonizzazione mentre pensano di aver sottoscritto prodotti verdi -sottolinea Ecco-. La tassonomia dovrebbe servire a indicare chiaramente e senza ambiguità i prodotti che sono esclusi dal rischio clima”. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati dall’Unione europea, infatti, determineranno negli anni a venire una crescente tassazione (anche a causa degli aumenti del prezzo del carbonio) e una maggiore volatilità dei prezzi del gas fossile. Di conseguenza un portafoglio “fossile” risulta penalizzato e meno competitivo rispetto a uno basato su fonti energetiche rinnovabili.

A differenza di quanto fatto da diversi Paesi Ue (come Germania, Svezia e Austria) l’Italia non ha reso pubblica la propria risposta alla consultazione, che è emersa nei giorni scorsi soltanto grazie a una fuga di notizie sui giornali di settore. Inoltre, l’elaborazione della posizione italiana sulla tassonomia è arrivata al termine di un processo decisionale opaco e si presenta come allineata alle esigenze delle industrie attive nel campo dei combustibili fossili, al punto che Roma non solo ha chiesto l’inclusione del gas nella tassonomia ma addirittura criteri più blandi per il suo accesso all’etichetta “verde”, oltre all’estensione della scadenza per il riconoscimento come “verde” degli impianti a gas dal 2030 al 2035 in quanto necessari per la stabilità del sistema elettrico.

Secondo l’analisi di ECCO queste richieste poggiano su due presupposti sbagliati: il primo riguarda il fatto che la tassonomia non ha alcun impatto sulla capacità degli impianti già esistenti di continuare a operare. Il fine sembra piuttosto quello di “fare apparire le società che ancora investono nelle fossili più verdi di quello che sono -scrive il think tank-. Questo approccio svela inoltre che le imprese energetiche italiane non hanno una visione alternativa per la decarbonizzazione se non quella di sfruttare al massimo il valore delle centrali a gas fossile”. Il secondo presupposto errato riguarda lo sviluppo di nuova capacità a gas nel settore elettrico che, contrariamente al parere dell’Italia, non dipende dalla tassonomia: il capacity market, infatti, assicura il finanziamento di nuove capacità di gas senza bisogno di etichettare come verde un combustibile fossile che verde non è. “Il sistema elettrico italiano -sottolinea ECCO- è già ampiamente in sicurezza in termini di capacità esistente e già contrattualizzata”.

Quella che (veramente) conviene all’Italia è una tassonomia autenticamente verde. Il nostro Paese, infatti, è a uno stadio più avanzato rispetto ad altri “ma rischia di rallentare per il sovrasviluppo di capacità a gas non necessaria né alla chiusura del carbone, né ad accompagnare le rinnovabili di fronte ad alternative più economiche, efficienti e pulite”. La priorità dell’Italia in questo momento dovrebbe essere quella di recuperare le risorse finanziarie necessarie per fare un passo decisivo verso un sistema energetico decarbonizzato, investendo sullo sviluppo di nuova capacità rinnovabile, di tecnologie “intelligenti” per la gestione della domanda e di sistemi di stoccaggio, il rafforzamento delle rete elettrica, la trasformazione dell’industria italiana e la conversione delle piccole e medie imprese. Una tassonomia senza gas e nucleare -conclude ECCO- permetterebbe al nostro Paese di raccogliere più facilmente capitali privati nei settori strategici della transizione energetica. Per tutti questi motivi, il think tank chiede alle istituzioni di rivedere le proprie posizioni: nonostante lo spazio di manovra si sia molto ristretto con la pubblicazione della tassonomia da parte della Commissione, l’Italia può ancora intervenire votando contro l’atto delegato in Consiglio. Mentre i partiti possono dare indicazione ai propri eurodeputati di esprimere voto contrario al Parlamento europeo.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.