Diritti / Opinioni

Il “futuro” è nero? Colpa del “progresso”

Nella comunicazione pubblica e politica entrambi i termini hanno assunto significati “apocalittici”, e sono richiamati per descrivere un domani funesto ed evocarne le presunte cause. È un nuovo lessico estremamente pericoloso, come spiega nella sua analisi Alessandro Volpi

"Il futuro non è scritto". Un murales a Napoli

Nell’era dei populismi stanno rapidamente cambiando le categorie del linguaggio politico e alcune parole chiave stanno assumendo contenuti e, soprattutto, stanno scatenando emozioni profondamente diverse rispetto al passato.
Due termini, in particolare, paiono aver addirittura capovolto il loro significato: si tratta dei lemmi “futuro” e “progresso”. Nel primo caso l’attuale lessico politico, o almeno quello vincente sul piano elettorale, come ha dimostrato il successo di Donald Trump, tende ad individuare nel futuro il peggior luogo possibile, il momento in cui si invereranno gli incubi più neri di un mondo devastato da invasioni e “sostituzione” etniche, da un’umanità feroce in preda a una continua guerra fra poveri, ormai esclusi da ogni forma di lavoro dignitoso.

Non è affatto vero che il futuro è sparito dal linguaggio politico, anzi se ne è impossessato divenendone l’elemento centrale, ma nella più nera delle versioni possibili.

Il futuro sarà lo spazio delle minacce nucleari, dello scontro di civiltà e di un’infinita serie di altre sciagure tra cui non mancheranno neppure le peggiori piaghe bibliche. I testi della politica sono sostituiti da quelli della più cupa fantascienza e l’idea di un catastrofico futuro finisce per cancellare ogni ipotesi alternativa di futuribile. Il dato ancora più rilevante però è rappresentato dal fatto che simili visioni nefaste del domani generano immediate conseguenze oggi perché producono molteplici paure destinate a divenire rapidamente il sentimento dominante in grado di definire le scelte individuali e collettive, a cominciare da quelle elettorali, svuotando di senso le democrazie. Se il futuro è il peggiore dei mondi possibili, capace di annullare persino la storia, allora tale futuro deve essere assolutamente scongiurato e quindi le politiche devono rimuovere, uno ad uno ad ogni costo, tutti i rischi che si possa compiere. In questo senso la narrazione tragica del futuro è la premessa indispensabile per legittimare e rendere attraenti in termini di consenso le soluzioni più crude, più intolleranti e spesso decisamente antidemocratiche dell’oggi. Non è affatto vero che il futuro è sparito dal linguaggio politico, anzi se ne è impossessato divenendone l’elemento centrale, ma nella più nera delle versioni possibili.

Solo immaginando un mondo in cui milioni di migranti invaderanno le città dell’Occidente è possibile non soffermarsi troppo sui ben più modesti numeri dell’attuale “invasione”, solo raccontando di una prossima economia globale in mano ai cinesi è possibile far dimenticare che i benefici maggiori della “cinesizzazione” sono stati e sono goduti da una parte del mondo occidentale e così via. Il racconto di un futuro decisamente bislacco diviene così la condizione per manipolare il presente e il vocabolario rudimentale, banalizzante e violento della rete costituisce il medium migliore di tali glaciali profezie destinate ad auto avverarsi nel tempo presente proprio per la loro affascinante durezza.

Il progresso, in estrema sintesi, causa e aggrava i problemi, certo non li risolve.

La vicenda del mutato utilizzo del termine progresso è strettamente legata alla citata definizione di futuro. Proprio il progresso e il progressismo sono ritenuti infatti i principali responsabili del drammatico deteriorarsi degli scenari futuri; il progresso scatena il degrado ambientale, secondo letture che qualificano qualsiasi dimensione scientifica e tecnologica progredita nei termini dell’insostenibile pericolo per gli equilibri dell’umanità. Il progresso ci spia nelle nostre vite private, il progresso sostituisce la forza lavoro con macchine capaci di dominarci, il progresso causa nuove malattie e virus sconosciuti, il progresso cancella il buon tempo antico. Il progresso, in estrema sintesi, causa e aggrava i problemi, certo non li risolve. In tale ottica prende vita persino una indefinibile idea di “buona scienza”, distinta dai perniciosi saperi scientifici al soldo della distruzione globale, che serve alle nuove narrazioni catastrofiche a non ammettere la loro totale ascientificità e il ripudio di qualsiasi forma di innovazione. La reificazione di un futuro apocalittico e la condanna del progresso rappresentano così i cardini di visioni in cui il valore fondamentale consiste nel ritorno al passato interpretato come il tempo delle chiusure rassicuranti, delle protezioni e dei protezionismi e, più in generale, della purezza perduta; un’ambizione tutta sentimentale ed emotiva rispetto alla quale perdono di significato le progettualità e i programmi che provano ad essere realistici e a misurarsi con i problemi reali.
Gli americani che hanno votato Trump molto probabilmente non erano convinti che sarebbe stato possibile costruire un muro con il Messico pagato dai messicani, ma hanno trovato in dichiarazioni siffatte la legittimazione delle loro aspettative, negate dalla politica del realismo, a tornare indietro, a far rivivere il passato dei confini certi e delle comunità chiuse, dove non avevano spazio la frammentazione e la solitudine e dove “le cose” erano ben chiare e comprensibili.

È evidente che in questi scenari la prospettiva coltivata dalla Sinistra di intestarsi il patrimonio del progresso e la volontà di professarsi progressista non rappresentano un valore aggiunto ma piuttosto un segno di appartenenza a un futuro pericoloso; significa dichiararsi responsabile del prossimo avvento delle tante sciagure sopra ricordate.
Il progresso del nuovo lessico non è più la rifioritura della felice speranza del sole dell’avvenire, ma è il colpevole dei mali dell’oggi e soprattutto della pretesa di aggravarli domani. Pensare a una riappropriazione dei migliori simboli e dei più felici contenuti della Sinistra passando attraverso la proclamazione della forza benefica del progresso rischia di risultare uno sforzo davvero improbo perché, purtroppo, oggi guardare avanti rappresenta il modo meno efficace per valorizzare il passato e per trovare un seguito diffuso nel presente.

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