Opinioni

Contro ogni politica generata dalla paura

La risposta agli attentati di Parigi non può essere correre alle portaerei senza guardare agli ultimi 15 anni di storia. Dobbiamo continuare a prenderci il tempo per riflettere, studiare, analizzare la situazione, capire le cause. In questo contesto, sono ancor più importanti i gesti di tolleranza, di vicinanza e comprensione. Come quelli dei genitori di Valeria Solesin, uccisa al Bataclan. L’editoriale di Pietro Raitano

Tratto da Altreconomia 177 — Dicembre 2015
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“Svuotano le cantine per fare posto ai letti / comprano farina e candele / sotterrano biciclette / rinforzano il recinto delle greggi / dopo la cantilena del muezzin / aspettano l’attacco aereo / dall’altro capo del mondo. Mai è stato così corto il cielo / così povero il bersaglio. / Da noi l’esperto dice pregustando: / non sarà un petardo / e il capo si rivolge alla nazione, / tutti pronti / ai vostri posti di telecomando / per lo spettacolo della vendetta”.
Dopo tanti anni, almeno tredici, ci tocca ancora citare una poesia di Erri De Luca, scritta all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, in attesa dei bombardamenti in Afghanistan che di lì a poco sarebbero incominciati. Poi ci sarebbe stata la guerra in Iraq e tutta l’escalation che conosciamo, e che oggi ci porta a guardare le stragi di Parigi di metà novembre con molti più elementi e gli stessi timori di allora.

La paura è un’emozione seria, che non va banalizzata né demonizzata. È ovvio che si provi più paura quando qualcosa di terribile ci accade accanto, colpisce chi conosciamo o chi riconosciamo come uno di noi. Non è ovvio invece far dettare alla paura i passaggi successivi: dimenticare le altrui sofferenze, distinguere tra morti di serie A e di serie B, ad esempio. Correre alle portaerei non guardando agli ultimi 15 anni di storia.
Nessuno di noi ce la fa più a vedere immagini di bambini che piangono i propri genitori, e di genitori che piangono i loro figli. Le case distrutte, i corpi in un teatro o davanti al ristorante, il terrore sui volti, l’odio nelle mani, la furia cieca e la tristezza infinita. I cori del “noi l’avevamo detto”, del “così va il mondo”, del “non ci lasceremo intimidire”.
Basta, noi ci arrendiamo. Io mi arrendo.

La violenza che la nostra mente evoca ha sempre il volto di azioni criminali e terroristiche, o di conflitti internazionali. È una violenza “soggettiva” -così l’ha descritta il filosofo sloveno Slavoj Žižek- visibile direttamente e compiuta da un soggetto identificabile, ancorché dai contorni confusi. Porta con sé l’orrore insopportabile per quelle azioni, e l’umana pietà per le vittime.
Ma non è l’unica forma di violenza. Ci sono forme di violenza “invisibile” (ancora Žižek), che esistono e fanno da sfondo alle esplosioni di violenza “soggettiva” che generano le nostre paure.
E che in qualche modo questi atti spiegano.

Una violenza nel linguaggio, innanzitutto: semplificazioni, generalizzazioni, discriminazioni. La realtà si modifica nella descrizione che ne facciamo. Bastano i titoli di alcuni quotidiani, le frasi di alcuni politici. E non c’è solo il linguaggio inteso come istigazione, ma come modello di riferimento, codice di scrittura dei rapporti di forza. A questa violenza di linguaggio si risponde con la portata altrettanto simbolica di gesti di tolleranza, di vicinanza e comprensione. “Noi crediamo nei valori che non dividono” ha detto il padre di Valeria Solesin, uccisa al Bataclan. Per fermare la violenza basta non usarla, ha detto Gino Strada, fondatore di Emergency, associazione presso la quale Valeria era volontaria.

E poi c’è la violenza “sistemica”, di sistema, ovvero quella che è conseguenza dei sistemi economici e politici che ci governano. Una violenza “pacifica”, i cui contorni sono il petrolio, gli accordi con regimi dittatoriali, la finanza, il commercio d’armi, l’occupazione di terre e l’accaparramento di risorse naturali, la concentrazione del potere e del denaro nelle mani di sempre meno persone. A questa violenza di sistema si risponde con la costruzione di un’alternativa, umile e al tempo stesso ambiziosa.
L’errore più grave che possiamo commettere è cedere alla paura generata dalla violenza “soggettiva”, all’urgenza del “dobbiamo fare qualcosa subito” portatrice di bombe e favorevole solo a chi sta al sicuro nella sua lussuosa casa lontana dal mondo.
Forse non troveremo subito soluzioni chiare o consigli pratici, forse può sembrare addirittura cinico; ma la violenza non deve portare via anche la capacità di prendersi il tempo per riflettere, studiare, analizzare la situazione, capire le cause. —

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