Economia / Opinioni

L’Europa impone un “rigore” che non è salutare

Bruxelles impone all’Italia un “realismo obbligato” in materia di spesa che finirà per contrarre, anche nel 2017, gli investimenti pubblici. “Flebili speranze” sono invece le misure volte a far ripartire un aumento dei redditi e del prodotto interno lordo. L’analisi di Alessandro Volpi

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan con il vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis

Il Documento economico e finanziario (DEF) per l’anno 2017 varato dal governo presenta come tratti di fondo un realismo assai obbligato e qualche segnale di speranza, legati, in primis, alla credibilità delle previsioni contenute nel documento stesso.

1) Il “realismo obbligato” dipende, ancora una volta, dall’esigenza di non violare i persistenti vincoli europei che sembrano davvero sempre più intollerabili. Anche per il 2017 occorrono ben 15 miliardi di euro, pari a circa i 2/3 della prossima Legge di bilancio, per rispettare le famigerate clausole di salvaguardia, imposte dalla normativa europea, e per scongiurare un aumento di importo analogo dell’Iva, destinato a risultare per molti versi letale.
In estrema sintesi 15 miliardi, invece che essere destinati al rilancio del Paese, devono essere vincolati al rispetto di parametri di cui davvero non si capisce più il senso. Il realismo, in tale ottica, consisterebbe, come accennato, nella necessità di non far scattare le sanzioni europee, giustificate dal persistere -nel caso italiano- di un colossale debito pubblico che nel corso del 2016 non si è ridotto ed è, al contrario, aumentato di 77 miliardi nei primi 6 mesi dell’anno. Tale debito, però, è stato finanziato a tassi negativi, senza incontrare alcuna difficoltà di collocamento e senza che le sue dimensioni influissero sulla tenuta dell’euro, il cui rapporto con il dollaro si è anzi rafforzato. Nel tentativo di mitigare il peso di questi 15 miliardi, il governo italiano ha inserito nel proprio documento economico e finanziario la possibilità di ridurre il rapporto fra deficit e Pil non all’1,8%, come richiesto dai trattati europei, ma al 2,4%, con uno scostamento dello 0,2 “arbitrario” e con una correzione dello 0,4 attribuibile invece a circostanze eccezionali individuate nell’emergenza migranti e nel terremoto di agosto.

In tal modo, si libererebbero 9-10 miliardi che renderebbero assai più semplice finanziare i 15 miliardi sopra ricordati, e che sarebbero di fatto coperti in deficit e non gravando su nuove tasse o su ulteriori tagli. Più nello specifico, secondo le stime del gabinetto Renzi gli interventi per “fronteggiare” il fenomeno migratorio assommerebbero a 3,5 miliardi, mentre le spese per il sisma in Italia centrale sarebbero pari a 4 miliardi; sono valutazioni che non paiono convincere la Commissione europea, che sembra intenzionata, soprattutto in materia di migranti, a riconoscere solo la differenza tra quanto speso nel 2016, pari a 3,2 miliardi, e la stima del 2017, valutata appunto in 3,5 miliardi. Per quanto concerne invece le spese per il terremoto, è davvero difficile che sia possibile realizzare interventi per 4 miliardi in un solo anno. Dunque, la forbice fra le richieste italiane e quanto Bruxelles ci riconoscerà pare molto ampia: in tal caso coprire i 15 miliardi delle clausole di salvaguardia sarà oltremodo oneroso, costringendo il Paese a nuovi tagli o fidando sul rientro dei capitali dall’estero. In simili condizioni, il realismo “obbligato” significa allora continuare ad accettare un’idea di Europa unicamente punitiva.

2) Le flebili speranze sono riconducibili ai provvedimenti che mirano a far ripartire i redditi e il Pil; un taglio all’Ires, dal 27,5 al 24%, un po’ di risorse per il contratto dei dipendenti pubblici, l’accesso alle pensioni con una penalità molto contenuta, che da solo può costare 1,44 miliardi in due anni, l’irrobustimento della quattordicesima e soprattutto una parte del pacchetto “industria 4.0” (che rappresenta l’intenzione di favorire gli strumenti in grado di accrescere la produttività). Realisticamente si tratta nell’insieme di misure per circa 8 miliardi di euro, che possono aumentare o diminuire a seconda appunto dei margini di flessibilità riconosciuti all’Italia dalla Commissione europea. Se tali misure centreranno il loro obiettivi, nel 2017 il Pil arriverà a crescere di un misero punto percentuale. Se, al contrario, non sortiranno gli effetti sperati, saranno indispensabili manovre correttive dagli inevitabili effetti depressivi; negli ultimi anni purtroppo è andata sempre così.

L’impressione che si ricava dai tanti numeri del Documento economico e finanziario del governo è che il rigore non sia affatto finito e che fino a quando non ci libereremo di clausole di salvaguardia e di altre amenità simili le risorse destinate alla ripresa saranno perennemente insufficienti. Forse non è un caso che in Spagna dove nel periodo compreso fra il 2009 e il 2015 la media del rapporto deficit-Pil è stata dell’8,3%, contro il 3,5 dell’Italia, il Pil sia cresciuto molto di più di quanto non sia avvenuto nel nostro Paese; di questa Europa davvero abbiamo poco bisogno e, forse, anche la Germania lo capirà dopo la tempesta in un bicchier d’acqua scatenata dalla Deutsche Bank.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

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