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Donne in lotta e talvolta vincono – Ae 32

Numero 32, ottobre 2002Una catena di resistenza internazionale, non violenta e femminile, sta dando del filo da torcere a colossi come Chevron, Dow e Eni.Scenario numero uno: Nigeria, regione del Delta. Nel pomeriggio del 16 luglio, 600 donne, in canoa,…

Tratto da Altreconomia 32 — Ottobre 2002

Numero 32, ottobre 2002

Una catena di resistenza internazionale, non violenta e femminile, sta dando del filo da torcere a colossi come Chevron, Dow e Eni.

Scenario numero uno: Nigeria, regione del Delta. Nel pomeriggio del 16 luglio, 600 donne, in canoa, accerchiano un terminal della Chevron e lo occupano dopo aver evitato il cordone di sicurezza. Nello stesso momento altre quattro stazioni petrolifere sono occupate con la stessa tattica da altri gruppi di donne.

Felicia Itsero, una donna di 67 anni, spiega le ragioni della protesta: “Chevron ci sta distruggendo. Le sue tubature ogni tanto si spaccano e lasciano uscire barili di petrolio che insozzano i nostri campi e la nostra foresta. Ma Chevron non si preoccupa di risanare l'ambiente. La fuliggine che si sprigiona dalle sue ciminiere rovina i tetti delle nostre case. I fiumi sono inquinati e non abbiamo più acqua da bere. Non ci sono più pesci e i pochi che peschiamo puzzano di petrolio”.

Le donne sono rimaste nelle basi della Chevron per una decina di giorni finché non hanno ottenuto un incontro con i dirigenti della multinazionale. Le loro richieste sono semplici. Chiedono meno inquinamento, meno incidenti, più indennizzi. E poi chiedono che Chevron non si porti via tutti i guadagni, ma lasci qualcosa sul posto costruendo scuole, dispensari, vie di comunicazione. La dirigenza di Chevron ha promesso di aderire alle richieste, ma le donne rimangono all'erta. Troppe volte le promesse della imprese petrolifere si sono rivelate promesse da marinai.

Scenario numero due: Ecuador, Aeroporto di Quito. Nelle prime ore del mattino del 18 luglio, 10 poliziotti scortano una giovane donna e la caricano di peso su un aereo per Miami. Il suo nome é Giulia Butterfly, nota in tutto il mondo per essersi accampata per due anni in cima ad una sequoia nella Carolina del Nord. Un gesto disperato per impedire che quella pianta, vecchia di duemila anni, venisse abbattuta.

Giulia vive per salvare le foreste e ai primi di luglio si è recata in Ecuador per unirsi alla resistenza della popolazione Mindo che sta lottando contro un consorzio estero, di cui fa parte anche l'Eni, deciso a costruire un gasdotto meglio noto come Ocp (vedi AltrEconomia numero 19 e numero 25). Lungo 500 chilometri, distruggerà foreste e toglierà terra ai contadini che finiranno come miserabili nelle baraccopoli della capitale.

Dunque la popolazione sta attuando tutte le strategie possibili, compresa quella sperimentata dalla Butterfly, per resistere a questo nuovo attacco. Nel contempo sta tessendo alleanze a livello internazionale per mettere il consorzio in difficoltà. Alcune risposte sono già arrivate. Ad esempio in Europa si sta organizzando una pressione nei confronti della banca italiana Bnl e della tedesca WestLandes, affinché smettano di dare assistenza finanziaria al progetto.

Scenario numero tre: Stati Uniti d'America, Texas.

Nella città di Sea Drift; davanti allo stabilimento della Union Carbide che produce pesticidi, è montata una tenda. Al suo interno una signora di mezza età conduce uno sciopero della fame. Si chiama Diane Wilson, è madre di quattro figli e alleva gamberetti.

Diane ha più di una ragione per lottare contro la Union Carbide, che dal 2001 è passata sotto la proprietà di Dow, una multinazionale chimica che non gode neanch'essa di ottima fama. All'inizio era animata anche da ragioni personali: tutte le schifezze che la Union Carbide riversa nell'ambiente la danneggiano direttamente perché inquinano la baia in cui alleva gamberetti. Ma dal 1985 Diane combatte soprattutto per il comportamento vile che l'impresa ha assunto nei confronti delle vittime di Bhopal.

In questa antica città indiana, alla fine degli anni '70, la Union Carbide aveva costruito un' immensa fabbrica di pesticidi proprio al limitare di un quartiere molto popolato. Purtroppo la gestione non fu accurata e la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 avvenne la catastrofe. L'impianto si ruppe e fuoriuscì una massiccia nube di isocianato di metile, un gas velenoso che provocò la morte di 3 mila persone e l'intossicazione di altre 200.000 che persero la vista, si ustionarono i polmoni, si ammalarono di tumore. Altre 13 mila persone sarebbero morte negli anni successivi.

Diane visitò Bhopal dopo la tragedia e da allora non ha mai smesso di lottare, nonostante le minacce e le ritorsioni. I suoi cani sono stati uccisi, alcuni membri della sua famiglia hanno ricevuto delle fucilate e la sua barca è stata affondata più volte. Ma lei continua a lottare. Diane non tollera che le vittime siano state liquidate con 500 miserabili dollari e non tollera che Warren Anderson, presidente della Union Carbide ai tempi del disastro, si nasconda per sfuggire alla richiesta di estradizione avanzata dal governo indiano che vuole processarlo per omicidio colposo. Così ha deciso di intensificare la sua lotta con uno sciopero della fame anche per dare continuità all'iniziativa di Tarabai e Rashita, due donne sopravvissute al disastro di Bhopal. L'8 giugno si sono sedute davanti al parlamento indiano annunciando uno sciopero della fame ad oltranza finché il governo non avesse garantito giustizia alle vittime.

Dopo18 giorni di digiuno il loro stato di salute ha subito un tracollo e per evitare la morte hanno sospeso la protesta. Ma è subentrata Diane che potrebbe essere solo un altro anello di una lunga catena di donne disposte a digiunare finché le vittime di Bhopal non avranno ottenuto giustizia.!!pagebreak!!

Petrolio africano. Ai nigeriani solo le briciole
L'impianto Chevron Texaco di Escavros, nella regione del Delta nigeriano, produce 500 mila barili di petrolio al giorno. La Nigeria è al sesto posto nel mondo per quantità di petrolio esportata, quinto fornitore degli Stati Uniti. Nonostante le immense ricchezze petrolifere, la popolazione del delta è tra le più povere, anche perché solo il 6 per cento delle entrate che provengono dal greggio rimane sul territorio nigeriano. A Escavros ha avuto luogo la prima clamorosa protesta delle donne, a luglio. Ne sono seguite altre quattro nel mese di agosto, a Warri, città meridionale della Nigeria, contro gli impianti di Shell e Chevron. Hanno partecipato tre mila donne itsekiri, ijaw, ilaje, etnie riverasche dei fiumi del delta. Le proteste contro i colossi del petrolio non sono novità in Nigeria. A metà anni Novanta la protesta degli Ogoni costrinse la Shell ad abbandonare i pozzi situati nei loro territori. La risposta del governo fu durissima: nove leader della protesta furono impiccati. Da allora il rapimento di lavoratori e il danneggiamento degli impianti sono diventati il mezzo con cui molte popolazioni protestano contro le multinazionali.

Oleodotto in Ecuador
500 chilometri, 1,1 miliardi di dollari di costi: sono questi i numeri dell'oleodotto Ocp (Oleoducto de crudo pesado) che dovrebbe attraversare l'Ecuador per finire in Perù, contro il quale si stanno scagliando numerose associazioni, come Opip, le Mujeres por la madre tierra e Acciòn Ecològica. Nel progetto l'oleodotto attraversa sei tra parchi naturali e oasi biologiche, passando vicino ad alcuni vulcani attivi. Il contratto di sfruttamento petrolifero dell'Agip (gruppo Eni), capofila del consorzio che costruirà l'oleodotto, dura 30 anni.

Agip passerà da una produzione di 15 mila barili al giorno a 40 mila.

Replica della Dow: “Con Bhopal chiuso il conto”
Nel 2001 la Union Carbide, è stata incorporata nel colosso chimico farmaceutico americano Dow Chemicals. È verso la Dow che si stanno concentrando le proteste perché dopo 18 anni gli abitanti di Bhopal ricevano risarcimenti dignitosi e soprattutto perché sia concessa l'estradizione di Warren Anderson, riconosciuto colpevole e per questo condannato a 20 anni di carcere. Se scrivete a Dow Chemicals per chiedere tutto questo riceverete una lettera standard: “Caro cittadino preoccupato” si legge nel testo firmato dal presidente della compagnia, Michael D. Parker, “come saprà, subito dopo la tragedia di Bhopal Union Carbide ammise pubblicamente la responsabilità per la fuga di gas. Nel 1989, il governo indiano e Union Carbide si accordarono sulla cifra di 470 milioni di dollari per tutte le questioni legate al disastro -significativamente di più di quanto alle vittime sia stato concesso in passato per questo tipo di questioni dalle corti indiane-. Attribuire responsabilità riguarda i tribunali, perciò crediamo che la Union Carbide abbia rispettato i suoi obblighi verso Bhopal (…)”. !!pagebreak!!

Il premio “risciacquo” per Bp e Nestlé
Non si sa se il vertice di Johannesburg abbia giovato al pianeta e ai suoi poveri, ma di sicuro è servito alle imprese che lo hanno utilizzato per rifarsi un po' di immagine. In Sudafrica decine di imprese hanno fatto la loro presenza con stand, proiezioni, pubblicazioni e non tanto per fare pubblicità ai loro prodotti ma per mettere in mostra la loro bontà e il loro attaccamento alla natura. Peggiori i comportamenti, maggiori gli sforzi per dimostrarsi responsabili da un punto di vista sociale ed ambientale. Non a caso in prima fila, a Johannesburg, c'erano imprese chimiche, petrolifere, farmaceutiche, automobilistiche.

Gli esperti della comunicazione e delle pubbliche relazioni sono abilissimi a rifare il trucco alle imprese e un gruppo di associazioni comprendenti Amici della Terra, Ground Work e Corpwatch ha deciso di istituire dei premi per le imprese che si sono mimetizzate meglio.

I premi in palio sono una decina, ciascuno per un ambito specifico.

Ad esempio il premio “Risciacquo Verde” (green wash) si riferisce al tentativo di dimostrarsi sensibile all'ambiente, mentre quello denominato “Risciacquo Blu” (blue wash)si riferisce al tentativo di dimostrarsi sensibile ai diritti difesi dalle Nazioni Unite.

Ed ecco a voi i vincitori principali.

BP ha vinto il premio “risciacquo verde” per aver coniato lo slogan “Oltre l'epoca del petrolio”. Il suo intento è di far credere di avere imboccato la strada delle energie rinnovabili e strombazza in tutte le direzioni di aver impegnato a questo scopo 200 milioni di dollari. Ma la stessa rivista “Fortune” asserisce che la somma fa ridere se messa a confronto con gli 8 miliardi e mezzo investiti per ricerche petrolifere.

Nestlé si è aggiudicata invece il premio “risciacquo blu” per essere stata capace di associare il proprio logo a quello delle Nazioni Unite, pur essendo boicottata da 14 anni per la violazione del Codice dell'Organizzazione mondiale della sanità relativo alla commercializzazione dei sostituti del latte materno.

Total Fina, Unocal e Premier Oil, a pari merito hanno ottenuto il premio per il miglior investimento estero per avere investito nel regime più oppressivo del mondo, ossia la Birmania.

McDonalds, infine, ha vinto il premio “venite a me pupi” per aver sponsorizzato l'Unicef.

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