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Ambiente / Attualità

Divieto di esportazione dei rifiuti di plastica dall’Unione europea, a che punto siamo

Il 16 gennaio il Parlamento europeo voterà una relazione della commissione Envi che propone misure per contrastare l’export (anche illegale) di questi materiali. Con l’obiettivo di far crescere la capacità di riciclo all’interno dell’Unione ed evitare che i materiali finiscano scaricati in Paesi privi di capacità di trattamento adeguate

© Nareeta Martin, unsplash

Contrastare le spedizioni illegali di rifiuti al di fuori dell’Unione europea, assicurandosi che i Paesi dell’Ue non facciano ricadere altrove il problema del loro smaltimento. Facilitare le spedizioni di questi materiali all’interno dell’Unione per incoraggiare il riutilizzo e il riciclaggio. Infine, escludere le esportazioni di rifiuti plastici verso i Paesi non Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ndr) ed eliminarle gradualmente verso i Paesi Ocse (in particolare la Turchia) entro quattro anni. Sono questi i principali obiettivi contenuti nella relazione approvata il 2 dicembre scorso dalla Commissione ambiente, salute pubblica e sicurezza alimentare (Envi) del Parlamento europeo. Un testo che integra la Riforma delle procedure e delle misure di controllo dell’Ue in materia di rifiuti e che dovrebbe essere adottato il 16 gennaio durante la plenaria dei deputati europei.

“L’esportazione dall’Unione europea di rifiuti non pericolosi destinati al recupero sarebbe consentita solo a quegli Stati non appartenenti all’Ocse che danno il loro consenso e dimostreranno di essere in grado di trattarli in modo sostenibile -si legge nel comunicato stampa diffuso dal Parlamento europeo-. La Commissione redigerà un elenco da aggiornare almeno ogni anno”. La proposta ha un duplice obiettivo, come ha ricordato la relatrice, l’eurodeputata danese Pernille Weiss: da un lato, favorire un migliore riutilizzo delle cosiddette “materie prime seconde”, in una prospettiva di economia circolare sempre più efficiente all’interno dell’Unione, dall’altro evitare di far ricadere i costi ambientali dello smaltimento di plastica, metallo, vetro, ferro e altri materiali su Paesi più poveri e privi di infrastrutture adeguate. Una sfida impegnativa se si pensa che solo nel 2020 l’esportazione di rifiuti dall’Ue ha raggiunto quota 32,7 milioni di tonnellate.

Questa relazione è stata accolta con particolare soddisfazione da diverse organizzazioni ambientaliste europee impegnate in particolare nella lotta all’inquinamento causato dai rifiuti di plastica. Come ha ricostruito Janine Röling, ricercatrice di Recycling Netwerk Benelux, per decenni gli Stati membri dell’Ue hanno esportato all’estero tonnellate e tonnellate di questi rifiuti. Per molto tempo, la destinazione principale è stata la Cina, che però nel 2018 ha imposto un divieto all’importazione di questo materiale: il flusso si è quindi spostato verso altri Paesi del Sud-Est asiatico e, più recentemente, verso la Turchia. Nel 2021, secondo i dati del Basel action network, Ong che monitora l’export di rifiuti a livello globale, dai porti europei sono partiti 1.135 milioni di chilogrammi di plastica (in leggero calo rispetto ai 1.583 milioni del 2020) che hanno raggiunto principalmente la Turchia (395 milioni, il 35% del totale), la Malesia (136 milioni) e il Vietnam (122 milioni di chilogrammi).

Nell’articolo pubblicato sul sito di Recycling Netwerk, Röling sottolinea come esista una netta discrepanza tra la capacità di riciclaggio dei Paesi destinatari e la quantità di rifiuti plastici da essi importati. Gli impianti della Malesia, ad esempio, hanno una capacità di trattamento di appena 515mila tonnellate a fronte di una produzione interna di 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici all’anno cui vanno sommate ulteriori 835mila tonnellate che vengono importate. “Non è chiaro che fine facciano circa 2,7 milioni di tonnellate -scrive la ricercatrice- che probabilmente finiscono in discariche illegali o vengono bruciate”. Con gravi conseguenze per la popolazione locale, esposta a sostanze tossiche che si diffondono nell’aria, nell’acqua e nel suolo. “Quella adottata dalla Commissione Envi è una decisione importante e siamo soddisfatti -spiega Röling ad Altreconomia-. I Paesi europei dovrebbero dotarsi di una capacità di riciclaggio sufficiente per trattare i rifiuti di plastica, invece di esportarli in Paesi che non hanno impianti adeguati o la cui capacità è insufficiente: questo provoca inquinamento e ha gravi conseguenze sulla salute delle popolazioni locali. Si tratta quindi di un problema non solo ambientale, ma anche etico”.

Altrettanto drammatica è la situazione in Turchia, oggi il principale destinatario della plastica che i Paesi europei non vogliono trattare. Nel settembre 2022 Human Rights Watch ha pubblicato il report “It’s as if they’re poisoning us” in cui vengono intervistati i lavoratori di diversi impianti di trattamento di Adana (città nel Sud-Est del Paese) e abitanti dei quartieri limitrofi che sono esposti a sostanze chimiche nocive o fumi tossici emessi durante il processo di riciclaggio, con il rischio di sviluppare patologie come tumori o problemi respiratori. “Questo voto proteggerà le comunità che per decenni hanno dovuto sopportare l’inquinamento causato da rifiuti plastici esportati dai ricchi Paesi industrializzati, soprattutto in Asia -ha spiegato Pui Yi Wong, dell’Ong Break free from plastic-. Questi materiali hanno contaminato le nostre terre, il cibo, l’acqua e l’aria con microplastiche e sostanze tossiche. Le persone che vivono intorno a questi siti assistono impotenti all’ammalarsi dei loro familiari. È un problema urgente di ingiustizia ambientale”.

Il divieto di esportazione dei rifiuti di plastica potrebbe avere un impatto importante sull’intera filiera europea del settore. Ed è strettamente legato alla proposta di regolamento sugli imballaggi, presentata il 30 novembre dal Commissario Frans Timmermans, che fissa obiettivi ambiziosi per l’utilizzo di materiale riciclato nei nuovi prodotti: per i contenitori in Pet, ad esempio, l’obiettivo è del 30% entro il 2030 per arrivare al 50% entro il 2050, mentre per le bottiglie di plastica monouso l’obiettivo è del 30% entro il 2030 e del 65% entro il 2050. “Avremo sempre più bisogno di materiale plastico da riciclare per realizzare nuovi prodotti: per chiudere il cerchio, una bottiglia di plastica deve tornare a essere una bottiglia di plastica e non una felpa di pile o una maglietta. Il divieto di esportazione dà una spinta a questo settore industriale: questo ci permette anche di ridurre la dipendenza europea da nuove materie prime vergini -sottolinea Röling-. La proposta di regolamento sugli imballaggi avrebbe potuto essere più ambiziosa, ma è un primo passo importante nella giusta direzione”.

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