Diritti / Approfondimento

Disastro Chevron in Amazzonia: l’unico a pagare è l’avvocato delle popolazioni colpite

L’avvocato Steven Donziger ha portato in tribunale la multinazionale petrolifera ottenendo una condanna miliardaria per il disastro ambientale nel Lago Agrio, in Ecuador. Dopo 30 anni di processi l’azienda non ha versato un centesimo mentre lui ha già scontato oltre 900 giorni di reclusione negli Usa per “oltraggio alla corte”

© Fernanda LeMarie - Cancillería del Ecuador

“Sono stato preso di mira dal contrattacco aziendale forse più feroce della storia americana. Ha coinvolto studi legali, duemila avvocati, probabilmente oltre un miliardo di dollari di compensi professionali. Con il chiaro obiettivo di Chevron di demonizzarmi, invece che pagare quanto dovuto ai popoli dell’Amazzonia”. Sono le parole che l’avvocato per l’ambiente e i diritti umani Steven Donziger, parte di una lunga intervista rilasciata alla rivista Esquire lo scorso anno, ha usato per descrivere la sua vicenda personale e giudiziaria. Si confronta da più di 30 anni con la multinazionale petrolifera Chevron: nel 2011 è riuscito a vincere contro la major oil, condannata al pagamento di un risarcimento pari a 9,8 miliardi di dollari (successivamente innalzato a 18 miliardi) per il disastro ambientale causato nella zona di Lago Agrio in Ecuador. Da quel momento, è la denuncia di Donziger, la sua persona e il suo lavoro sono stati sistematicamente presi di mira.

Torniamo indietro. Nel 1964 nella zona di Lago Agrio, nel Nord-Est dell’Ecuador, la multinazionale petrolifera statunitense Texaco inizia le esplorazioni per la ricerca del petrolio. Le operazioni di estrazione e produzione di greggio su larga scala, condotte insieme a Gulf Oil, partono nel 1972, periodo in cui il governo del Paese crea la sua prima compagnia petrolifera statale, la Cepe, oggi Petroecuador, che dall’azienda statunitense riceve il 25% degli introiti derivanti dalla vendita del petrolio. Chevron interviene nel 2000 quando acquisisce Texaco per 45 miliardi di dollari.

Le popolazioni indigene locali, insieme alle organizzazioni in difesa dell’ambiente e dei diritti umani, hanno iniziato da subito a documentare e denunciare gli effetti disastrosi che le attività estrattive avevano sull’ambiente e sulla salute pubblica. Come ricostruito e denunciato da Amazon Watch, la compagnia petrolifera ha ignorato le normative sullo smaltimento dei rifiuti scaricando circa 16 miliardi di tonnellate di acque reflue tossiche in fiumi e pozzi, inquinando le falde acquifere e i terreni agricoli. Sempre secondo Amazon Watch, la Chevron avrebbe infranto le normative ambientali per risparmiare circa tre dollari su ogni barile di petrolio prodotto, guadagnando ulteriori cinque miliardi di dollari in 20 anni. Come denunciato da Greenpeace, e come ricostruito nel libro “Amazon Crude” scritto da Judy Kimmerling all’inizio degli anni 90, l’Amazzonia ecuadoriana è stata contaminata da “livelli illegali di bario, cadmio, rame, mercurio, piombo e altri metalli che possono danneggiare il sistema immunitario e riproduttivo e causare il cancro”. Ci sono stati casi di bambini nati con difetti congeniti. L’azienda americana, denunciavano le organizzazioni, operava senza gli adeguati controlli e misure di sicurezza, inquinava in “modo consapevole e volontario” devastando l’ambiente e compromettendo in modo grave le condizioni di salute delle popolazioni locali.

Nel 1993 Donziger, insieme all’organizzazione Frente de Defensa de la Amazonía, in rappresentanza di 30mila persone ha avviato un’azione legale negli Stati Uniti, a New York, proprio contro Texaco, con l’accusa di avere distrutto parti di foresta pluviale e di avere causato danni permanenti alla popolazione locale. Nel 2000 Chevron (subentrata come detto a Texaco) ha richiesto che il caso fosse trasferito in Ecuador: qui le ispezioni in loco hanno mostrato come la multinazionale avesse contaminato l’ambiente violando gli standard statunitensi e internazionali. Nel 2011 Chevron è stata condannata al pagamento di un risarcimento da 9,8 miliardi di dollari. In quell’occasione, Donziger aveva commentato la storica sentenza affermando che per la prima volta in un Paese a basso reddito aveva mantenuto una posizione di potere “contro una multinazionale americana”. Nel 2012 la Corte di appello dell’Ecuador ha confermato la sentenza del tribunale di primo grado, facendo salire il risarcimento a 18 miliardi di dollari.

Ma non è una storia a lieto fine. A seguito della sentenza, Chevron ha lasciato l’Ecuador e a oggi il risarcimento non è ancora stato versato. Come dichiarato dallo stesso Donziger e dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani che lo hanno sostenuto, però, l’avvocato è stato sottoposto a una precisa strategia volta a demonizzarlo e a minare la sua professione e credibilità. Chevron ha assunto investigatori privati per seguire lui, la sua famiglia e i suoi sostenitori. Nel 2011 ha avviato un’azione legale contro Donziger a New York sulla base del Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (Rico), legge che persegue il crimine organizzato. Il caso è stato giudicato dal giudice Lewis Kaplan che ha stabilito -sulla base della testimonianza di un ex giudice ecuadoriano che, in un secondo momento, è stato ricostruito essere stato corrotto da Chevron- che la sentenza del tribunale dell’Ecuador non poteva essere eseguita negli Usa perché ottenuta attraverso attività di frode e corruzione. L’avvocato di Donziger, John Keker, ha definito la vicenda giudiziaria una delle Slapp (Strategic lawsuit against public participation) più significative di sempre e una “farsa dickensiana”.

L’avvocato Steven Donziger

Nel 2018 Donziger è stato inibito dall’esercizio della professione forense a New York. Nell’agosto 2019 è stato posto addirittura agli arresti domiciliari in attesa del processo per oltraggio alla corte, accusa sollevata durante il suo appello contro la decisione di Kaplan, dopo essersi rifiutato di consegnare i suoi dispositivi elettronici agli esperti forensi di Chevron. Nel luglio 2021 è stato dichiarato colpevole e condannato a sei mesi di carcere in ottobre: ha scontato 45 giorni in prigione e ora si trova agli arresti domiciliari.

La Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha dichiarato, nel settembre 2021, che gli arresti domiciliari di Donziger violano il diritto internazionale, che all’avvocato è stato negato un processo equo e che i giudici del caso hanno mostrato “una sconcertante mancanza di obiettività e imparzialità”. Amnesty International ha chiesto che Donzinger sia liberato dalla detenzione: a oggi sono oltre 900 giorni di reclusione tra arresti domiciliari e non. “Da quando è iniziata questa causa nel 1993 -ha sottolineato Erin Brockovich sul Guardian a inizio febbraio- Chevron non ha versato un centesimo o eseguito alcuna bonifica. Finora le uniche persone che hanno pagato per il presunto comportamento della Chevron sono Donziger e coloro che sono stati colpiti dalla contaminazione”.

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