Economia / Approfondimento

Un’Italia senza segnale. L’accesso alla rete nelle aree interne è un miraggio

La Strategia italiana per l’accesso alla banda ultra larga, finanziata dallo Stato, prevedeva interventi in 6.700 Comuni nelle aree periferiche e montane. I lavori sono indietro. Ma la fibra non è l’unica soluzione per affrontare il digital divide

Tratto da Altreconomia 233 — Gennaio 2021
L’Agenda digitale europea aveva l’obiettivo di garantire all’85% della popolazione l’accesso alla banda ultra larga al 2020. Inoltre avrebbe dovuto portare al restante 15% almeno una banda larga. Il risultato non è stato raggiunto. In apertura, un lavoratore di B.B.BELL, operatore attivo nel mercato del wireless fisso © BBBell

In Italia meno della metà delle famiglie che vivono nei Comuni sotto i duemila abitanti ha accesso a una connessione fissa a banda larga. Nella maggior parte dei casi ci si connette ancora usando l’Adsl, inviando e ricevendo dati usando il doppino in rame. Secondo l’Istat questo dato è circa del 10% inferiore rispetto a quello medio del Paese, 45,1% contro 54,3%. I problemi connessi al digital divide, però, non sono un fattore privato e non rispondono a scelte delle famiglie: lo sa la Commissione europea che nel 2010 con l’Agenda digitale europea si è posta l’obiettivo di garantire all’85% della popolazione l’accesso alla banda ultralarga (caratterizzata da una velocità di download di almeno 100 Megabit al secondo, Mbps) e portare al restante 15% almeno una banda larga, cioè una connessione che permette di scaricare con una velocità di 30 Mbps, usando la fibra al posto del rame.

L’Agenda aveva un obiettivo al 2020 ma il tempo è scaduto e il risultato non è stato raggiunto. Un esempio del ritardo è la Strategia italiana per la banda ultra larga (BUL), indietro in particolare nelle “aree bianche”, cioè quelle considerate a fallimento di mercato dove i privati non vanno. Si tratta in larga maggioranza di piccoli Comuni, di cittadini che abitano nel territorio di enti locali periferici e montani che non sono pochi: l’intervento nelle aree bianche tocca 6.700 Comuni, per un totale di 12 milioni di campanelli e numeri civici. A finanziarlo è lo Stato nell’ambito delle politiche di coesione, usando fondi europei e risorse nazionali del Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc), lo strumento principale attraverso cui vengono attuate le politiche per la rimozione degli squilibri economici e sociali. Il Piano Fsc Banda ultra larga nel periodo 2014-2020 prevede interventi in 12 Regioni e nella Provincia autonoma di Trento: al 30 agosto 2020, secondo i dati di monitoraggio pubblicati da OpenCoesione, l’avanzamento nei pagamenti è pari all’0,8% su un valore complessivo degli investimenti pubblici pari a oltre mezzo miliardo di euro.

Secondo l’Unione nazionale dei Comuni, cinque milioni di italiani non accedono correttamente ai primi tre canali Rai con il digitale terrestre ma pagano il canone

“Siamo in ritardo di almeno due anni”, racconta ad Altreconomia Marco Bussone, presidente di Uncem. L’Unione nazionale dei Comuni, comunità ed enti montani a luglio 2020 con il rapporto “La montagna in rete” ha provato a tracciare un’agenda per la connettività della montagna italiana che invita ad affrontare insieme tre aspetti del digital divide: la connessione internet, la telefonia mobile (il 25% del territorio italiano non è coperto da segnale), la tv che non si vede (cinque milioni di italiani non accedono bene ai primi tre canali Rai con il digitale terrestre ma pagano il canone). “Affrontare questi problemi è una ‘condizione abilitante’ per i territori delle aree interne: solo con adeguate infrastrutture digitali è possibile garantire l’accesso ai servizi essenziali, come istruzione, sanità e trasporto collettivo”, sottolinea Bussone.

L’assenza di banda ultra larga, probabilmente, rende velleitario il dibattito della primavera 2020, quando durante il primo lockdown per l’emergenza Covid-19 si è discusso a lungo di un ipotetico “ritorno ai borghi”. “Solo con l’accesso alla banda ultra larga nei Comuni delle aree interne potremmo esercitare in modo pieno quei diritti fondamentali di cittadinanza che la Strategia nazionale aree interne (Snai) permette di rafforzare: la sanità con la telemedicina e la tele assistenza, l’istruzione con la didattica a distanza e integrata tra pluriclassi di uno stesso plesso e la mobilità intelligente hanno bisogno di ‘banda’ per funzionare. Lo stesso vale per i processi di integrazione tra i nostri Comuni, per rafforzare la capacità di gestire in modo integrato alcune funzioni essenziali”, racconta Luca Della Bitta, sindaco di Chiavenna (SO) e referente innovazione in Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani.

“Il ritardo paga uno scotto ‘importante’, un peccato originale perché basato tutto sulla posa di fibra ottica, una tecnologia molto onerosa” – Simone Bigotti

La Strategia nazionale aree interne, a cui fa riferimento Della Bitta, è il programma della presidenza del Consiglio dei ministri che punta a ridurre le disuguaglianze territoriali per frenare lo spopolamento dei Comuni periferici. A ottobre 2020, il FormezPA, centro servizi, assistenza, studi e formazione per l’ammodernamento delle pubblica amministrazione, ha pubblicato il rapporto “I processi di digitalizzazione nelle aree interne”. L’analisi prende in esame 25 aree interne tra quelle che sono arrivate alla fase di attuazione degli interventi previsti nell’ambito della Snai, per un totale di 360 Comuni con una popolazione complessiva di oltre 700mila abitanti, evidenziando la presenza di interventi che per essere realizzati hanno bisogno di una digitalizzazione: la maggior parte delle aree (19) ha previsto almeno un progetto in favore delle strutture sanitarie e/o assistenziali, degli enti locali (17) e delle scuole (15); in quasi la metà delle aree interne è presente almeno un progetto che ha come destinatari i gestori del trasporto pubblico (11), mentre la previsione di progetti in favore delle imprese del sistema economico, di quelle afferenti i servizi turistici e culturali è presente in un terzo delle aree.

41%: la quota delle pubbliche amministrazioni locali che per l’Istat accede a Internet con connessioni veloci (almeno 30 Mbps). Appena il 17,4% lo fa con quelle ultra veloci (almeno 100 Mbps)

Secondo il rapporto, in particolare, “la gestione dei servizi legati alla trasmissione, ricezione ed elaborazione di dati e informazioni in forma associata può rappresentare il fattore decisivo per superare le difficoltà legate alla marginalità territoriale” nelle aree interne. Rispetto al campione di Comuni considerati, il documento fa il punto anche sullo stato dell’arte dei lavori per attivare la banda ultra larga: la copertura della fibra è completa solo nel 16% degli enti, dove vive l’8% degli abitanti.

“È corretto che sia lo Stato a investire per superare divari e sperequazioni”, sottolinea il presidente di Uncem Bussone. Il problema della Strategia BUL, semmai, è che “nella fase di sviluppo di questo piano, presentato nel 2015, si è attraversata una fase lunga e complessa di affidamento degli appalti, con tre lotti di Regioni e tre bandi vinti da OpenFiber, sui quali TIM ha fatto ricorso avviando contenziosi che hanno rallentato i lavori. Un altro fattore che ha condizionato lo sviluppo della Strategia -continua Bussone- è il fatto che non si è considerata la complessità orografica del Paese: OpenFiber ha vinto grazie a un ribasso importante e probabilmente le risorse a disposizione non permettono di intervenire in modo adeguato ovunque”. OpenFiber è una società partecipata in modo paritetico da Enel e Cassa depositi e prestiti (CDP) e ha vinto le gare per gli interventi nelle aree bianche indette da Infratel Italia, società in-house del ministero dello Sviluppo economico.

La fibra, però, non era l’unica opzione per affrontare il problema del digital divide nei territori marginali: “Il ritardo paga uno scotto ‘importante’, un peccato originale perché basato tutto sulla posa di fibra ottica, che è una tecnologia molto onerosa e spesso inadatta a una copertura diffusa, quando si scavano decine di chilometri di strade per collegare poca utenza. L’alternativa, e lo dicevamo già in fase di studio del piano BUL, è il wireless fisso che avrebbe potuto essere sviluppato in modo complementare alla fibra per coprire quei territori a più bassa densità demografica”, spiega ad Altreconomia Simone Bigotti, amministratore delegato di B.B.BELL, uno degli operatori attivi nel mercato del wireless fisso.

Questo tipo di connessione avviene attraverso onde radio, usate per creare un ponte tra due infrastrutture fisse: torri e antenne. B.B.BELL opera in 900 Comuni di 11 Province, tra Piemonte e Liguria e fa parte della Coalizione del fixed wireless access.
“Il 95% del territorio italiano è coperto da un operatore wireless”, sottolinea. Tra i clienti ci sono comuni, scuole ma anche imprese come Baladin o strutture museali come La Venaria Reale. “Soggetti che in qualche modo si sono attrezzati pagando un abbonamento”, dice Bigotti. Abbonamento che dovranno pagare anche a OpenFiber quando saranno raggiunti dalla Banda ultra larga. Nel 2022, forse.

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