Diritti / Opinioni

Perché per ripartire dobbiamo pensare a nuove forme di partecipazione attiva

Risanare, accompagnare e coltivare sono i verbi che devono formare il nostro nuovo “essere-con-il-mondo”. La partecipazione etica attiva da parte di ciascuno può essere la base per una nuova partecipazione politica: un agire radicale che fa valere le radici di senso della convivenza civile. Occorre decidere, non si può più delegare ad altri. Le “idee eretiche” di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 229 — Settembre 2020
© Davide Punkbianchi - Flickr

Coltivare i semi della pace. Questo è il tipo di azione che va attuata nella stagione della ricostruzione della società a fronte degli effetti della pandemia e del disastro economico che essa ha amplificato. Più che entrare nel dettaglio di ogni questione vorrei evidenziare il criterio di fondo per non sprecare le nostre energie e per non restare inerti. Per trovare le risposte ai problemi del lavoro, della scuola, della tutela della natura, dell’accoglienza, della sollecitudine per chi ha qualche particolare condizione di difficoltà occorre far valere modalità nuove per riorganizzare la condizione umana. Il termine pace, ora molto trascurato, evoca la maturazione di un tempo in cui l’intero sistema delle relazioni (tra i popoli, tra le classi, con la natura) viene risanato mediante la giustizia, la cura, la solidarietà, la liberazione degli oppressi. Introdurre elementi di pace nelle situazioni date significa agire per tradurre in pratica lì dove siamo il criterio della giustizia che risana le contraddizioni.

Per questo è indispensabile una fioritura spirituale grazie a cui l’umanità riprenda fiducia in se stessa ma stavolta senza deliri di potenza. Il senso della svolta è ben espresso da Paulo Freire quando parla della capacità di essere-con-il-mondo, cioè di sentire che siamo tutti nella stessa vita e di essa dobbiamo avere cura. La formula di Freire sottolinea il valore dei termini risanare, accompagnare e coltivare. Si tratta anzitutto di interrompere ogni dinamica distruttiva, cercando invece di guarire le ferite della società e della natura.

Poi si tratta di accompagnare i processi di costruzione della risposta ai nostri problemi, di accompagnare le persone, sin da piccole, nell’approdo a una condizione di vita degna, di accompagnarci gli uni gli altri nel tessere l’alleanza tra le generazioni, senza la quale la società muore. E nel contempo si tratta di coltivare i semi della comprensione reciproca, della giustizia, dell’immaginazione politica che trova strade per una società umanizzata.

Finora, invece, i verbi prevalenti sono stati competere, profittare, comandare, imporsi, abbandonare, disperdere, lacerare, rovinare, insultare, screditare, condannare, respingere, disperare e disperarsi. Sono i verbi della distruzione, che è come un contagio da cui nessuno può illudersi di essere risparmiato. Dobbiamo neutralizzare il virus della distruzione, che Danilo Dolci chiamava anche il virus del dominio. Questo è fattibile solo se questa volta diamo risposte differenti ai problemi che ci minacciano. Per fare una verifica, situazione per situazione, ciascuno può chiedersi: in questa vicenda quali sono i verbi (cioè il tipo di azione) che stanno prevalendo?

Dopo di che ci si impegna a far valere le modalità tipiche del risanare, accompagnare, coltivare. Un tempo nei periodi di rinascita un nuovo pensiero emergeva dalla coscienza delle religioni, della filosofia, delle scienze, delle grandi autorità morali riconosciute collettivamente. Oggi molte di queste falde etiche e culturali dell’umanità si sono indebolite e disperse. Perciò non è possibile delegare ad altri. Occorre una partecipazione etica attiva da parte di ciascuno, che sia la base per una partecipazione politica non solo diffusa ma radicale nel senso che fa valere le radici di senso della convivenza civile. Esse sono le ragioni della dignità e del bene comune, formulate nella Carta delle Nazioni Unite, nelle Costituzioni democratiche, nelle grandi Scritture sacre dei popoli e nella testimonianza delle opere d’arte. La partecipazione etica implica una profonda revisione del nostro modo di stare al mondo, prendendo la decisione di non accettare più tutto quello che è degradante e iniquo. Di qui la scelta di coinvolgersi per attivare comportamenti propizi al bene comune: in famiglia, a scuola, sul posto di lavoro, in politica, ovunque. Mai i nostri comportamenti quotidiani sono neutri: o assecondano il virus della distruzione oppure promuovono una vita migliore per tutti. 

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata; il suo libro più recente è “Filosofia della salvezza. Percorsi di liberazione dal sistema di autodistruzione” (EUM, 2019) 

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