Ambiente / Approfondimento

Dall’isola di Certosa all’oasi degli Alberoni, che cosa succede ai beni pubblici di Venezia

Nella Laguna i progetti di riqualificazione di aree naturalistiche abbandonate, affidate a privati anche in partnership con il Comune, possono comprometterne l’uso da parte dei cittadini rendendole esclusive. La denuncia delle organizzazione ambientaliste e della società civile

I lavori sull'isola di Certosa © Terra e Acqua

“L’isola di Certosa è un patrimonio di tutti. Ora il rischio che vediamo è che diventi un luogo adibito solo o principalmente al turismo e a quello esclusivo. Abbiamo già perso la laguna Sud, dove il canale di Petroli e il vicino porto Marghera hanno distrutto l’ecosistema delle barene e la loro biodiversità. Non lasceremo fare lo stesso anche qui”. Marco Gasparinetti, consigliere comunale a Venezia e coordinatore della lista civica Terra e Acqua, fa parte del gruppo di consiglieri comunali e cittadini che stanno sottolineando le criticità del progetto di riqualificazione che riguarda la Certosa, una delle isole più grandi della Laguna situata a poche centinaia di metri da San Pietro di Castello e a due chilometri da San Marco. L’isola è stata data in concessione dal Demanio al Comune di Venezia che a sua volta attraverso una convenzione ha avviato una partnership con la società privata Vento di Venezia per terminare le bonifiche e il recupero del parco urbano presente sull’isola.

Il primo progetto di riqualificazione era stato approvato nel 2010 ma nella sua ultima stesura del 2019, emersa grazie a un accesso agli atti richiesto da Gasparinetti, sono stati introdotti nuovi interventi da parte dell’ente privato come la costruzione di una piscina galleggiante, una spiaggia attrezzata e un ristorante, e un raddoppio degli ormeggi. I cittadini e le associazioni, come Italia Nostra, che sottolineano le problematiche del progetto, hanno lanciato una petizione per chiedere che il Comune e la società presentino all’intera cittadinanza i dettagli del programma di riqualificazione, finora non comunicati. Inoltre hanno messo in evidenza la necessità di avviare una riflessione sugli spazi pubblici della Laguna, su come sono affidati ai privati e sulle conseguenze che potrebbero esserci sul loro utilizzo.

La vicenda dell’isola di Certosa inizia nel 2010 quando il Comune di Venezia, titolare di una concessione del Demanio della durata di 99 anni, avvia una partnership con Vento di Venezia per realizzare e gestire il parco insieme ad attività produttive, ovvero un polo nautico legato alla vela, per sostenere i costi dell’iniziativa. Nel 2018, attraverso una delibera di Giunta, la convenzione iniziale viene prolungata fino al 2106, estendendo i termini della concessione anche al demanio marittimo: in cambio Vento di Venezia si impegna a terminare le bonifiche dell’isola sostenendone i costi pari a due milioni di euro.

“Sulla base della delibera di Giunta, nel 2019 è stato presentato un permesso di costruire e i lavori sono iniziati nel 2021 senza valutarne in modo adeguato l’impatto sull’ambiente”, spiega ad Altreconomia Gasparinetti. “Ora si sta procedendo con la costruzione di una piscina galleggiante, un chiosco e un ristorante affidato allo chef stellato Raffaele Alajmo. Questo rischia di compromettere l’originaria destinazione dell’isola a parco pubblico e quindi la libera fruizione da parte della comunità. Nell’area centrale del parco è prevista la creazione di un orto e di vigne per il ristorante, limitando ulteriormente l’utilizzo degli spazi che sono di tutti”, prosegue. “La storia di Certosa mette in evidenza la necessità di portare avanti una riflessione: bisogna porre contrappesi all’attività delle imprese tutelando il diritto di tutti a usufruire di un bene comune. Invece assistiamo a un processo che finirà per richiamare turisti e di una certa classe”, aggiunge Gasparinetti. “È necessario pensare a una forma di turismo che non diventi uno sfruttamento dei luoghi, come si sta verificando anche in altre parti della Laguna”, conclude.

A Venezia le organizzazioni ambientaliste e i comitati della società civile stanno sottolineando come il processo di affidamento di parti di beni pubblici a privati, anche in cambio della loro riqualificazione, può comprometterne l’uso da parte della cittadinanza. Il Comitato area ex-gasometri sta chiedendo all’amministrazione chiarimenti sulla destinazione finale dell’area: il terreno pubblico è stato venduto nel 2013 a un privato e l’attuale società proprietaria, la Mtk, sta portando avanti un progetto di recupero che comporta la realizzazione di due edifici da otto piani all’interno degli scheletri dei gasometri, vincolati dalla Soprintendenza. Il piano, che comprende anche una palestra aperta ai cittadini, prevede di realizzare appartamenti di lusso. Ma la Mtk ha chiesto di destinare gli immobili a un uso ricettivo mentre il comitato chiede di non concedere il cambio di destinazione.

È anche il caso dell’oasi degli Alberoni dove il gruppo Marzotto ha ricevuto dal Comune l’autorizzazione a recuperare la colonia Padova, abbandonata da nove anni, che diventerà un resort di lusso con 120 camere. “C’è una criticità da sottolineare. Negli Alberoni, che sono un’area protetta, è stato edificato uno stabilimento balneare privato, dopo l’autorizzazione concessa dal Comune alla società Aquarius di Vicenza, che è apparso in silenzio nel 2020 in piena pandemia”, spiega Paolo Perlasca, membro dell’esecutivo di Europa Verde Venezia.

“Questo rischia di compromettere una parte delle dune e il loro habitat, una delle porzioni di territorio di dune sabbiose più importanti di tutto il Veneto. Si tratta di un piccolo giardino botanico all’aperto e una delle poche aree non urbanizzate del litorale regionale. Ci preoccupano le conseguenze sulla flora e la fauna che potrebbero esserci con l’arrivo dei turisti”, aggiunge. Dopo una raccolta firme per salvare l’area, che ha raccolto più di 18mila adesioni, è stata presentata un’interrogazione al Parlamento europeo da parte della deputata verde Eleonora Evi, in quanto l’intervento rappresenterebbe una violazione della direttiva “Habitat” (la direttiva 92/43/CEE, approvata nel 1992 dalla Commissione europea, ha lo scopo di salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, della flora e fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri, ndr) e comprometterebbe un’area di interesse comunitario. Le dune infatti rientrano nel registro delle Zone speciali di conservazione (Zsc) e di protezione speciale (Zps). “Meritano una protezione adeguata come avviene in tutta Europa, anche perché sono gli ultimi lembi di aree che sulle nostre coste non esistono quasi più”, conclude Perlasca.

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