Diritti / Attualità

Il linguaggio migliore per combattere il cyberbullismo

Dal giugno di quest’anno è in vigore una legge chiamata a fornire ai ragazzi maggiori strumenti di tutela. Anche se valida, però, rischia di rimanere inefficace. La sinergia fra dirigenti scolastici, docenti e forze dell’ordine è prioritaria. Così come il coinvolgimento dei più giovani. L’esperienza della campagna #cyberesistance

Se il bullismo è la forma più diffusa di violenza tra adolescenti, il cyberbullismo ne rappresenta una evoluzione preoccupante che produce gravi conseguenze psicologiche con esiti spesso drammatici. La legge 71 del 2017 (“legge Ferrara”), in vigore dallo scorso giugno, è nata con l’intento di fornire ai ragazzi maggiori strumenti di tutela, come la possibilità per il minore dai 14 anni in su di segnalare direttamente al sito e al social network contenuti offensivi che lo riguardino e di chiederne la rimozione, o l’obbligo per le scuole di istituire i referenti scolastici, che hanno il compito fondamentale di prevenire e contrastare episodi di cyberbullismo, anche collaborando con le forze di polizia. Un altro strumento innovativo è l’ammonimento del questore, una misura che, come spiega Marisa Marraffino, avvocato esperta di reati informatici e cyberbullismo, “consente al questore di convocare, alla presenza di un genitore, l’autore del comportamento penalmente perseguibile, per far cessare la vessazione prima che sia presentata denuncia o querela”.

La nuova legge, dunque, permette di azionare diverse leve di diritto, ma avrebbe bisogno di essere pienamente compresa dai soggetti ai quali essa si rivolge: per primi i giovani, ma anche le figure chiamate a svolgere un ruolo di garanzia e vigilanza, come gli operatori scolastici e le forze dell’ordine. Per tale ragione, da un incontro tra soggetti diversi tra loro ma ugualmente sensibili al tema, ha preso forma una interessante iniziativa che ha lo scopo di semplificare il linguaggio giuridico e diffondere una maggiore consapevolezza tra i ragazzi, rendendoli protagonisti attraverso l’uso del mezzo che più padroneggiano: il web.

“Quando, nel tentativo di contattare uno youtuber per un progetto editoriale sull’argomento -racconta l’avvocato Marraffino- sono entrata in contatto con la media company Web Star Channel e ho spiegato l’idea di rendere più fruibile la legge, mi è stato proposto di realizzare un video che potesse raggiungere più persone possibili”. “Abbiamo creato questa campagna -afferma l’amministratore delegato della Web Start Channel, Luca Casadei- in collaborazione con il professore Luca Bernardo, direttore della Casa Pediatrica dell’Ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano (che cura e assiste vittime di bullismo e cyberbullismo) e con l’aiuto dell’avvocato Marraffino per la parte giuridica. E abbiamo fatto rete anche con Paolo Picchio, che è il padre di Carolina, la prima vittima di cyberbullismo (suicida a 14 anni nel 2013, ndr). Il risultato è stato molto positivo”.

Il primo video della campagna #cyberesistance, pubblicato sulla pagina Youtube de LaSabriGamer e a cui hanno partecipato i creators Giulia Penna, Jack Nobile, Cesca e Klaus, ha infatti superato i 4 milioni di visualizzazioni (tra pubblicazione e condivisioni). Le reazioni tra i fan dei creators coinvolti sono state tante e molto significative: “Nei commenti letti -afferma Casadei- c’erano ragazzi che dicevano di essersi resi conto solo oggi di essere stati dei bulli, oppure vittime che ringraziavano i nostri autori per avergli fatto capire finalmente di non avere colpa di ciò che avevano subito”. La campagna è stata poi seguita da una seconda fase, che ha coinvolto il gruppo dei Mates (quattro creators seguiti da 12 milioni di fan), i quali hanno postato sul social Instagram delle foto con i loro volti riempiti da scritte che riportavano tutti gli insulti di solito ricevuti dalle vittime. Anche questa iniziativa ha raggiunto milioni di utenti, ricevendo così una risposta positiva rispetto all’invito di un outing collettivo che desse alle vittime il coraggio di reagire e non sentire quella solitudine che strozza chi vede la propria persona offesa o bersaglio di video umilianti diffusi illegalmente sui social o su WhatsApp.

La campagna va avanti, soprattutto adesso che, con il nuovo anno scolastico iniziato, i rischi di atti di bullismo e cyberbullismo aumentano. “Questo progetto con gli youtuber -afferma Marraffino- dovrebbe trovare il sostegno delle scuole. Il ministero dell’Istruzione stesso dovrebbe trovare nuovi linguaggi e risorse per arrivare ai destinatari della nuova legge. Oggi più che mai occorre chiedersi cosa attiri l’attenzione degli studenti e cercare di adeguarsi ai nuovi strumenti”. Perché uno dei problemi è proprio questo. Una legge, anche se culturalmente valida, rischia di rimanere inefficace se non adeguatamente compresa. C’è dunque la necessità di una sinergia fra dirigenti scolastici, docenti e forze dell’ordine, ma soprattutto di parlare ai ragazzi. “Girando per le scuole in questi anni -riflette ancora l’avvocato- e facendo inoltre il difensore di ufficio minorile, osservo molto i giovani, i loro codici, le loro abitudini. Magari non leggono i giornali, ma tutti vivono sui social e seguono gli influencer. Credo che, invece di denigrarli, dovremmo capire il loro linguaggio”. “Con questa campagna -continua il legale- spero che la vittima riesca ad alzare la testa e a capire di avere molti strumenti per tutelarsi e che, proprio per questo, non bisogna scoraggiarsi davanti ad episodi di cyberbullismo”. Questa legge, pertanto, costituisce un passo in avanti, pur non essendo del tutto sufficiente, perché ad esempio la rimozione che il Garante può disporre nel caso di inerzia del gestore non assicura che il contenuto non giri ancora, magari con url (Uniform Resource Locator, ndr) differenti. Il fatto è che bisognerebbe ridurre il potere decisionale dei social network, come avviene con la normativa tedesca: “I provider -conclude la Marraffino- sono diventati dei soggetti monopolisti ai quali oggi diventa difficile dettare delle regole. Sono sempre loro a decidere in prima istanza se un contenuto debba essere rimosso oppure no, giudicando di fatto se stessi. Sono questi ultimi che stanno decidendo cosa sia giusto e cosa sia sbagliato in rete. In questo la nuova legge doveva avere forse più coraggio”.

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