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Covid-19: una Chernobyl sanitaria che si doveva evitare

La risposta della comunità internazionale e dei singoli Paesi alla pandemia è stata fallimentare. Da dove occorre ripartire. L’analisi di Nicoletta Dentico

Tratto da Altreconomia 238 — Giugno 2021
Photo by Vladyslav Cherkasenko on Unsplash

Una Chernobyl sanitaria del XXI secolo. Un disastro che si poteva evitare e che, come Chernobyl, si doveva evitare. Il mondo aveva tutti i mezzi e le conoscenze per contenere localmente lo scoppio virale, già era stato avvisato più volte che sarebbe arrivato. Invece si è fatto trovare del tutto impreparato, e inetto, di fronte al virus, e ha permesso che diventasse la prima vera pandemia della storia. Lo sostiene senza fronzoli il rapporto del Panel indipendente sulla risposta pandemica dal titolo “Make it the last pandemic”.

Lo studio è stato elaborato da un gruppo internazionale di 11 esperti guidati dalla ex presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, e dalla ex premier della Nuova Zelanda, Helen Clark. Era stata la 73sima Assemblea mondiale della sanità a chiedere nel maggio 2020 al direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) l’avvio di una ricerca indipendente per una revisione autorevole, imparziale e completa sulla risposta sanitaria mondiale alla pandemia da Covid-19. Un anno dopo, l’Assemblea dell’Oms è chiamata a riflettere sulla diagnosi piuttosto schietta del fallimento della comunità internazionale e dei singoli governi di fronte al nuovo Coronavirus, e a vagliare le raccomandazioni che scaturiscono da otto mesi di lavoro degli esperti.

L’Oms era priva degli strumenti necessari, tanto per cominciare. L’iniziale notifica del virus da Wuhan è stata raccolta prontamente dall’Oms, ma poi il sistema si è inceppato, a partire dal Regolamento sanitario internazionale, la convenzione dedicata alle emergenze sanitarie approvata nel 2005, che è stata più di ostacolo che d’aiuto. Se il suo comitato d’emergenza avesse accettato di dichiarare la crisi sanitaria internazionale il 22 gennaio 2020 invece del 30 gennaio, si sarebbero potute salvare 3,4 milioni di vite.

Questo fattore tempo è stato decisivo per l’espansione geografica del contagio. E poi c’è stato “lo spreco del mese di febbraio”, settimane trascorse nell’attendismo dei Paesi, inspiegabilmente convinti che l’evoluzione virale non li avrebbe lambiti. Quando i governi hanno preso il virus seriamente era troppo tardi, perché è generalmente mancata una pianificazione, e il deficit di protezione sociale si è abbattuto su molte società con effetti devastanti, tra 115 e 125 milioni di persone si trovano oggi in povertà estrema a causa di Covid-19. Le donne hanno pagato il prezzo più alto -la violenza di genere è quintuplicata nel 2020- e le iniquità di genere segnano la ferita più dolorosa della pandemia. Da cui esce a pezzi anche il multilateralismo.

L’evento pandemico ha sconfitto del resto luoghi comuni consolidati. Uno per tutti: la competenza conta più della ricchezza. Annaspavano nella loro insipienza diversi Paesi ad alto reddito, mentre molti esempi convincenti di leadership nella gestione della pandemia arrivavano da governi e comunità di Paesi con scarse risorse, che facevano tesoro di vicende passate di contagi, è il caso dei Paesi asiatici e dell’Africa colpita da Ebola.

Almeno 17mila operatori sanitari sono morti di Covid-19 nel primo anno della pandemia. Fonte: Rapporto dell’Independent Panel sulla risposta pandemica, maggio 2021.

Ora servono misure di un qualche calibro. Il Panel indipendente chiede che il Segretario generale dell’Onu, all’Assemblea generale di settembre, predisponga la creazione di un Consiglio di salute globale guidato da capi di Stato, e l’avvio di un negoziato per una convenzione quadro sulle pandemie. Infine, l’Oms deve godere di indipendenza finanziaria e politica per operare con autorità. Il dolore mondiale del 2020 è il presupposto più cogente di una riforma della agenzia che deve arrivare con rapidità.

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici Senza Frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development

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