Diritti / Reportage

In coro oltre le mura: l’armonia dei progetti musicali in carcere

A Milano, Bologna e Cagliari la musica è diventata uno strumento che permette ai detenuti di esibirsi pubblicamente in città. Così si creano relazioni con l’esterno e ci si riscopre parte di un insieme

Tratto da Altreconomia 223 — Febbraio 2020
cori in carcere
Esibizione nella rotonda del carcere di San Vittore del coro della Nave, reparto della Casa circondariale di Milano San Vittore

“Il primo pezzo che abbiamo provato è stato ‘Signore delle cime’ di Bepi de Marzi. Siamo stati due ore sulla prima battuta ‘Dio del cielo’. Sono due note: do, si. Non siamo riusciti a farla ma nessuno è andato via”. È stato allora che Paolo Foschini, giornalista del Corriere della Sera, ha capito che il progetto del coro nel carcere San Vittore di Milano, da lui diretto, poteva davvero partire. Era il 2015 e il coro rinasceva, dopo una prima esperienza avviata otto anni prima, nel reparto della Casa circondariale di Milano San Vittore chiamato “Nave”, aperto nel 2001 e dedicato al trattamento avanzato delle dipendenze, gestito dalla Azienda socio-sanitaria territoriale (ASST) Santi Paolo e Carlo e diretto dalla dottoressa Graziella Bertelli. “È una sezione fondata su un contratto stipulato con i detenuti. Un patto: sono loro a chiedere di entrare nella ‘Nave’ impegnandosi a partecipare alle attività che gli vengono proposte ogni giorno”, spiega Foschini.

Dei 60 detenuti della Nave (il carcere di San Vittore, diretto attualmente da Giacinto Siciliano, conta in tutto 990 detenuti, di cui 90 donne su una capienza complessiva di circa 700 posti), sono circa 40 quelli che partecipano al coro. Se ci sono due persone più brave delle altre che cantano più forte, l’effetto sul coro non è positivo. Bisogna sapersi ascoltare a vicenda e trovare un equilibrio comune”, dice Foschini. Non solo con i compagni della Nave ma anche con chi vive fuori dal carcere: “Il nostro non vuole essere un progetto chiuso in queste mura”, continua. Alle prove che si tengono ogni martedì pomeriggio partecipano anche volontari esterni e operatrici dell’Asst Santi Paolo e Carlo. E, oltre a esibirsi all’interno del carcere, il coro ha già fatto alcune esibizioni in città accompagnato da musicisti professionisti.

“Il primo concerto esterno l’abbiamo fatto tre anni fa a Casa Manzoni: uno spazio che per noi aveva un significato simbolico, essendo Manzoni il nipote di Cesare Beccaria, autore nel 1764 del saggio ‘Dei delitti e delle pene’”, spiega Foschini. Ma portare i detenuti fuori dal carcere è sempre una sfida, soprattutto se sono in attesa di giudizio come nel caso di chi sta a San Vittore. Il coro della Nave si appella all’articolo 30 della legge sull’ordinamento penitenziario (la 354 del 1975), l’unico che gli consente di uscire con “permessi di necessità nel caso di gravi motivi familiari”, come si legge. “Noi abbiamo provato a chiedere un’interpretazione ampia di questo articolo fondandola sul valore terapeutico dell’attività corale e quindi anche del concerto -dice Foschini-. Di solito, almeno finora, su 40 richieste quelle che ottengono risposta positiva sono circa la metà. Ma noi continuiamo a chiedere. La cosa bella è che anche i detenuti cui viene comunicato che la loro richiesta di uscita è stata respinta continuano regolarmente a frequentare le prove”. Le attività fuori dal carcere sono promosse dall’associazione “Amici della Nave”, fondata nel novembre 2018, e coinvolgono anche ex detenuti che hanno scelto di continuare questo percorso. E dal settembre 2019 tutti i giovedì sera in uno spazio messo a disposizione dal Comune di Milano, 35 persone tra ex detenuti e volontari si trovano per le prove del coro degli Amici della Nave.

La volontà di creare un ponte con la città è fondamentale anche per il Coro Papageno della Casa circondariale di Bologna “Rocco d’Amato” (noto anche con il nome “Dozza”). I coristi detenuti ogni mese si uniscono a cantare all’interno del carcere ai coristi volontari di importanti cori cittadini: il multietnico Mikrokosmos e i cori giovanili “Ad maiora” e “Bassi & Co”. Durante le prove e le esibizioni pubbliche, coristi detenuti e non si mescolano senza distinzione e lavorando a stretto contatto, nel tempo, nascono rapporti che continuano anche quando i detenuti escono dal carcere. “Il canto corale è un’occasione per creare un ponte tra interno ed esterno e offre l’opportunità di costruire contatti con la città, per il domani. Chi vorrà, ad esempio, potrà continuare a cantare unendosi a un coro cittadino”, racconta Francesca Casadei di Mozart14 , associazione che sostiene le attività del Coro Papageno.

cori in carcere
“SHALOM! La musica viene da dentro. Viaggio nel Coro Papageno” è il nome del cofanetto che contiene il docufilm di Enza Negroni, prodotto da Proposta Video insieme a Mozart14, e il libro di testimonianze di chi ha visto nascere e crescere il coro nel carcere bolognese. Si può acquistare con una donazione minima di 15 euro destinati alle attività del coro

Fondato nel 2011 per volontà del direttore d’orchestra Claudio Abbado, convinto che la musica possa cambiare la vita delle persone e sia un diritto per tutti, il Coro Papageno è l’unico in Italia a voci miste (alla Dozza sono 851 i detenuti su 500 posti, di cui una settantina donne). “Le attività tra donne e uomini sono molto difficili da realizzare nelle carceri ma alla Dozza c’è stata un’immediata disponibilità della direzione”, spiega Casadei. “Claudio Abbado diceva che il coro è espressione di una società perfetta. Uno spazio nel quale armonizzarti e ascoltare l’altro, una parte in accordo con tutti come in una società ideale”. Abbado aprì le sue prove ai detenuti che potevano uscire e poi sono stati proprio loro a chiedere di poter cantare in carcere.

Claudio Abbado diceva che il coro è una società perfetta. Uno spazio nel quale armonizzarti e ascoltare l’altro, una parte in accordo con tutti come in una società ideale

Oggi il Coro Papageno riunisce una settantina di persone tra uomini e donne, detenuti e volontari. Ci sono attività congiunte, uomini e donne, con il maestro Michele Napolitano, direttore del coro, e lezioni separate di alfabetizzazione musicale e tecnica con insegnanti di canto professionisti: Claudio Napolitano per la sezione maschile e Stefania Martin per quella femminile. Ogni anno il coro si esibisce in un primo concerto per un pubblico di detenuti e poi in un secondo concerto aperto alla cittadinanza, a familiari e amici che entrano eccezionalmente nella Chiesa Nuova della “Dozza”. Si è anche esibito all’esterno: nel 2016 in Senato per la Festa europea della musica e in Vaticano in occasione del Giubileo dei carcerati. Nel maggio 2019 -per la prima volta a Bologna e in formazione completa- il Papageno si è esibito a Casa Manzoni con il trio del pianista jazz Uri Caine davanti a più di mille spettatori.

Un mese più tardi, nella Casa circondariale di Uta “Ettore Scalas” -dove si trovano 574 detenuti, quasi quanti i posti disponibili-, sono state le donne della sezione femminile a iniziare a cantare. Il nuovo progetto corale -il primo in un carcere della Sardegna- è partito grazie alla disponibilità di due musiciste internazionali, Elena Ledda e Simonetta Soro, e al sostegno dell’associazione di volontariato “Socialismo diritti riforme” che opera all’interno del carcere. Come a Milano e Bologna, anche a Cagliari uno dei problemi per consolidare il progetto del coro è il breve tempo di permanenza delle donne nella Casa circondariale. “Per questo abbiamo iniziato con brani brevi, affinché l’acquisizione possa essere meno complessa -spiega Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione-. Ma il nostro repertorio è molto vario: dalle canzoni in lingua sarda, come l’inno ‘Non potho reposare’, alle vivaci musicalità internazionali e alle proposte delle detenute stesse”.

Oggi sono una quindicina le coriste, di diverse nazionalità: un punto di forza secondo Caligaris, che consente “l’espressione di tonalità e impostazioni vocali differenti, che arricchiscono il coro”. Ma l’aspetto più importante, per Caligaris, è la funzione socio-culturale ed educativa del coro che aiuta ad “abbattere le diffidenze e favorire un clima di maggiore collaborazione tra le donne che partecipano”. Il coro, infatti, valorizza la specificità di ciascuna in una coralità comune fondata sul rispetto reciproco. Voci che nel 2020 saranno al centro di un film-documentario a cura del regista indipendente Paolo Carboni, tra gli ideatori del “Babel film festival” di Cagliari/Casteddu, il concorso internazionale per il cinema delle lingue minoritarie.

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