Economia

Contro i gas a effetto serra solo parole – Ae 12

Numero 12, dicembre 2000Emergenza clima Indispensabile, si diceva un tempo, come l’aria per vivere. Ma forse anche i modi di dire cambiano, perché adesso che ormai è chiaro che quest’aria ce la stanno rubando (meglio sarebbe dire che ce la stiamo…

Tratto da Altreconomia 12 — Ottobre 2000

Numero 12, dicembre 2000

Emergenza clima 

Indispensabile, si diceva un tempo, come l’aria per vivere. Ma forse anche i modi di dire cambiano, perché adesso che ormai è chiaro che quest’aria ce la stanno rubando (meglio sarebbe dire che ce la stiamo tutti sprecando) pure non s’intravvede nessuna rivolta popolare. Come se stessimo buttando via un optional, niente di importante.

Ecco, questa era la posta in gioco alla Conferenza sul clima che si è tenuta in novembre all’Aja e, per il momento, l’abbiamo persa perché non è stato fatto nessun passo avanti per l’applicazione del protocollo di Kyoto sulle riduzioni delle emissioni di “gas a effetto serra” (che poi significa soprattutto anidride carbonica).
Ricordate Kyoto? Era il 1997 e i Paesi industrializzati si sono impegnati a ridurre almeno del 5% (rispetto ai valori del 1990) le proprie emissioni di gas serra entro il periodo 2008-2012. Per l’Unione Europea l’obiettivo complessivo è dell’8%, per l’Italia del 6,5%.

Peccato che il protocollo di Kyoto non sia ancora stato ratificato da nessun Paese industrializzato (per entrare in vigore dovrebbe essere ratificato almeno da 55 Stati). E peccato che, nonostante le preoccupazioni di tutti per i cambiamenti climatici in atto e per il riscaldamento della superficie terrestre, le emissioni di gas a effetto serra, anziché diminuire stanno aumentando in tutto il mondo: più 11 per cento negli Stati Uniti (dati del 1998 rispetto al 1990), più 7 per cento in Giappone, più 6,3 per cento in Italia.
Gli effetti sul clima sono sotto gli occhi di tutti. E la concatenazione di eventi tra emissioni di anidride carbonica, effetto serra, riscaldamento del pianeta, cambiamenti climatici appare sempre più certa. Alluvioni e straripamenti di fiumi (si pensi alle recenti inondazioni nel Nord Italia e in Europa), così come periodi di siccità estrema in estate, si stanno moltiplicando.
Ciononostante nessun accordo è stato trovato all’Aja lo scorso mese di novembre su come ridurre i gas responsabili dell’effetto serra. Non che non si sappia come farlo: solo che i 180 Paesi che partecipavano alla conferenza sul clima si sono divisi praticamente su tutto, in base agli interessi di ciascuno. Così gli Stati Uniti (e gli altri Paesi del cosiddetto “gruppo ombrello”, e cioé Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda) si sono battuti per consentire l’acquisto “quote di emissione” dai Paesi in via di sviluppo (ma anche dalla Russia e dall’Ucraina che, rispetto al 1990, hanno visto smantellare gran parte del loro apparato produttivo e che quindi risultano, rispetto a quella data in “credito” di emissioni) piuttosto che ridurre consumi energetici e conseguenti emissioni a casa propria. I Paesi dell’Opec produttori di petrolio hanno invece cercato di frenare su tutto e di introdurre compensazioni per la potenziale riduzione dei consumi petroliferi.

I punti su cui si è cercato invano un accordo sono i seguenti:
• i “pozzi di assorbimento” di anidride carbonica e il ruolo delle foreste nel raggiungimento degli obiettivi di Kyoto;
• il funzionamento dei “meccanismi flessibili” che consentono di commerciare le quote di riduzione o, comunque, di realizzarle al di fuori dei confini nazionali: Clean Development Mechanism o (CDM), Joint Implementation (JI) Emission Trading (ET);
• il peso dei “meccanismi flessibili” sul totale dei meccanismi di riduzione;
• il controllo dell’applicazione del protocollo;
• le questioni relative ai Paesi in via di sviluppo (trasferimento di tecnologie, formazione, rafforzamento delle capacità operative…).

I calcoli non sono facili: non c’è per esempio accordo nella valutazione della forestazione come “pozzo di assorbimento” dell’anidride carbonica. Ma non c’è tempo da perdere anche perché le previsioni rischiano di dover essere riviste presto: che cosa succederà per esempio nei grandi Paesi densamente popolati, come la Cina, l’India o il Brasile?
Oggi le emissioni procapite di gas serra in Cina risultano molto basse (2,3 tonnellate all’anno di anidride carbonica contro le 20 tonnellate di un cittadino statunitense o le 8,5 di un europeo). La Cina però, come emettitore globale ha un peso significativo: 2,9 miliardi di tonnellate nel 1998 (contro i 3,3 miliardi dell’Unione Europea e i 5,4 degli Usa) destinati a crescere velocemente anche di fronte a piccolissimi “aumenti procapite”.
Altro punto dolente la questione delle sanzioni. Che cosa succede se gli obiettivi di Kyoto non sono raggiunti?
Anche all’Aja, Giappone e Russia si sono opposti all’introduzione di ogni sanzione; gli Usa e gli altri Paesi del “gruppo ombrello” tendono invece a introdurre un sistema di “dilazioni e crediti”, l’Ue propone sanzioni in denaro da reinvestire nei progetti di riduzione delle emissioni.
Risultato: per il momento il cielo può attendere.
L’obiettivo per il nostro paese È la riduzione del 6,5% delle emissioni

Che cosa ha fatto l’Italia? Nulla
Che cosa fa l’Italia per ridurre le sue emissioni di gas serra? Niente, nonostante le “Linee guida per le politiche e misure nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra” emanate dal Cipe giusto due anni fa, nel novembre del 1998: l’obiettivo è la riduzione del 6,5% del le emissioni rispetto a quelle del 1990. Invece in Italia, dal 1990 ad oggi, le emissioni di gas serra sono aumentate di circa il 6%.
La delibera Cipe fissava in 45-55 milioni di tonnellate la riduzione di produzione di gas serra al 2006 e in 95-112 tonnellate nel periodo 2008-2012. I percorsi per concorrere al raggiungimento di tali obiettivi erano (e restano):
· il rilancio del settore delle fonti energetiche rinnovabili, di importanza strategica in una politica di riduzione delle emissioni di gas climalteranti;
· l'aumento dell'efficienza del parco elettrico;
· la riduzione dei consumi energetici nel settore dei trasporti;
· la riduzione dei consumi energetici nei settori civile ed industriale;
· la riduzione delle emissioni nei settori non energetici, da attuare anche mediante l'introduzione di uno strumento di ecofiscalità energetica.
Nulla però in questa direzione è stato fatto.

Dati inquietanti nel nuovo rapporto Onu:
il riscaldamento è più rapido di quanto previsto

Lo studio dovrebbe essere pubblicato nella prossima primavera, ma le conclusioni della Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici (Ipcc) voluta dalla Nazioni Unite sono già state rese note (“anche per evitare -come spiega Gianfranco Bologna, portavoce del Wwf- che interessi politici troppo forti conducano a minimizzare le valutazioni scientifiche”). E gli addetti ai lavori hanno sobbalzato sulle loro sedie: le previsioni sono infatti molto più gravi di quelle contenute nel precedente rapporto del 1995.
Secondo questo studio (che si può considerare uno dei più autorevoli in campo climatico) oggi ci sono prove ancora più chiare dell'influenza umana sul clima ed è probabile che i gas a effetto serra prodotti dalle attività umane abbiano già sostanzialmente contribuito al riscaldamento osservato negli ultimi 50 anni.
Se non vi sarà una drastica riduzione di queste emissioni, la temperatura media della superficie della terra potrebbe aumentare addirittura di 5 o 6 gradi prima della fine del nuovo secolo. La situazione si sta velocemente deteriorando: il rapporto del 1995 prevedeva infatti un riscaldamento tra 1 e 3,5 gradi. Oggi, a distanza di 5 anni, le previsioni hanno dovuto essere drasticamente corrette.

I principali punti di disaccordo
Protocollo di Kyoto: la compravendita dei gas serra

La conferenza sul clima che per 15 giorni ha tenuto banco all’Aja aveva tra gli obiettivi principali la regolamentazione dei cosiddetti “meccanismi flessibili” introdotti nel protocollo di Kyoto.
In pratica: nella conferenza di Kyoto (1997) i Paesi industrializzati si sono impegnati a ridurre di almeno il 5% (rispetto ai livelli del 1990) le proprie emissioni di gas serra entro il periodo 2008-2012. Ma non c’è ancora accordo su come realizzare e valutare le riduzioni. Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda insistono per lasciare ai singoli Paesi la massima flessibilità e puntano tra l’altro sul “commercio di emissioni”. Di che cosa si tratta? La possibilità per i Paesi industrializzati di acquisire crediti di emissioni finanziando progetti nei Paesi in via di sviluppo.
L’Unione Europea si oppone a questa “flessibilità senza limiti” e insiste perché gli obiettivi di riduzione si conseguano almeno per il 50% sul territorio nazionale (la Cina, l’India e i Paesi africani insistono per una quota del 70%).

Calcoli sugli alberi
i pozzi di assorbimento di Co2

Altro punto controverso sono i “pozzi di assorbimento di anidride carbonica” (utilizzo delle foreste e del territorio, sulla cui efficacia però non c’è unanimità scientifica; per l’Ue si tratta soltanto di scappatoie). Il protocollo di Kyoto dice che, nel calcolo delle emissioni, ogni Paese deve contabilizzare le emissioni legate alla forestazione o alla deforestazione. Paradossalmente questo punto potrebbe trasformarsi in un incentivo ad abbattere foreste già esistenti sostituendole con nuove piante (magari ad accrescimento rapido, come l’eucalipto: le piante giovani in crescita assorbono più anidride carbonica).  Evidentemente si tratta di un calcolo perverso, eppure è stato già applicato in Australia. Il Giappone e il Canada da parte loro chiedono di non tener conto delle attività di deforestazione, mentre gli Stati Uniti insistono per calcolare gli effetti positivi anche delle attività di verde urbano o agricole (di difficile controllo e valutazione).

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