Ambiente / Attualità

Continua la battaglia per la difesa delle Cime Bianche

Diverse associazioni impegnate nella tutela dell’ambiente hanno scritto al ministero della Transizione ecologica per chiedere di vigilare sul progetto di una nuova funivia che metterebbe a rischio l’ultimo vallone selvaggio dell’intera Valle d’Aosta

© Stanley Cheung, via unsplash

Diverse associazioni ambientaliste valdostane e nazionali hanno chiesto al ministero della Transizione ecologica di vigilare sul progetto di costruzione di un collegamento sciistico nel vallone delle Cime Bianche in Val d’Aosta ed eventualmente intervenire per bloccarlo nel caso dovesse essere in contrasto con le normative europee di tutela ambientale. Il vallone in oggetto si sviluppa per una decina di chilometri nel territorio del Comune di Ayas e rappresenta “l’unico esteso spazio integro del versante Sud del massiccio del Monte Rosa”, scrivono  Legambiente Val D’Aosta, Lega italiana protezione uccelli (Lipu), Wwf, Club alpino italiano (Cai) e il Comitato ripartire dalle Cime Bianche nella lettera inviata il 18 ottobre al ministero. Il vallone delle Cime Bianche, però, confina con i comprensori sciistici di Cervinia-Zermat e quello del Monte Rosa che hanno proposto la realizzazione di un impianto a fune in grado di collegare i due comprensori.

Il progetto, ideato inizialmente negli anni Settanta e rimasto a lungo in un cassetto, è stato riproposto nel 2017 dalla società Monterosa Ski (partecipata regionale al 94,47%). La nuova infrastruttura permetterebbe di collegare all’interno di un unico comprensorio alcune delle principali località sciistiche della Val d’Aosta e della Svizzera e -secondo i promotori del progetto- anche ricchezza e turismo nella valle.  Diverso il parere delle associazioni ambientaliste, secondo cui la realizzazione dell’impianto causerebbe danni alla “straordinaria varietà e stratificazione di ricchezze naturalistiche, paesaggistiche, storico-culturali e archeologiche” del Vallone.

Secondo Marcello Dondeynaz, coordinatore del Comitato ripartire dalle Cime Bianche, il progetto è in aperto contrasto con le norme comunitarie di tutela ambientale. “Il vallone è protetto dalla normativa europea Natura 2000, un progetto Ue sviluppato per difendere gli ambienti più importanti in termini di biodiversità -spiega Dondeynaz ad Altreconomia-. Si tratta di una Zona a protezione speciale (Zps) secondo le direttive europee in materia di tutela di habitat e uccelli, che prevedono un sistema di massima tutela naturalistica”.

Già il 5 dicembre 2020 le associazioni ambientaliste avevano presentato una diffida dove si sosteneva che le normative ambientali non consentirebbero la costruzione di impianti e piste in zone tutelate dalla direttiva Natura 2000. La diffida è stata ignorata dalla società Monterosa che ha commissionato nel mese di luglio 2021 uno studio di fattibilità per esaminare i costi e le modalità di realizzazione del collegamento. “Al momento il Ministero può fare poco -afferma Dondeynaz- perché non ha l’autorità per bloccare uno studio commissionato dalla Regione. Lo abbiamo contattato affinché vigili sulla situazione e possa eventualmente bloccare il progetto, come successo nella primavera del 2021 per l’ampliamento degli impianti sul monte Terminillo in Lazio”.

La costruzione del collegamento comprende la realizzazione di quattro tronconi di funivia con la posa di circa 50 piloni di cemento e la costruzione di infrastrutture indispensabili al funzionamento e alla manutenzione dell’impianto, come strade e magazzini. Questi interventi, secondo gli ambientalisti, causerebbero un grave danno alla biodiversità del vallone. Inoltre, la conformazione del pendio rende difficile la realizzazione di piste da sci se non con un pesante intervento sul paesaggio montano che comprenderebbe l’uso di escavatori per ridurre le asperità del territorio. Se i gestori degli impianti sono convinti che il collegamento porterà turismo e ricchezza alle località montane gli ambientalisti non sono della stessa opinione. “Le località di Cervnia-Zerman e del Monte Rosa sono sufficientemente grandi e attrezzate -sostiene Dondeynaz -. La creazione del collegamento serve solo per motivi di marketing, per poter dire di aver creato uno dei comprensori più grandi al mondo. Se l’impianto funzionerà solo da collegamento non porterà ricchezza alla Val d’Ayas che rischia di diventare unicamente una via di transito per i turisti diretti a  a Cervinia.”

Il progetto, secondo gli ambientalisti, è vecchio di 50 anni e inadatto al periodo attuale dove gli investimenti nello sci su pista non sarebbero più convenienti. Gli inevitabili effetti dei cambiamenti climatici, come le drastiche riduzioni dell’entità delle nevicate e la diminuzione di ghiacciai e nevi perenni, stanno danneggiando questo comparto. Secondo l’edizione 2021 del rapporto di Legambiente “Neve diversa” negli ultimi 50 anni il periodo di innevamento si è ridotto di 38 giorni ed è destinato a diminuire ulteriormente. Di conseguenza, il cosiddetto Limite di affidabilità della neve (Lan), che indica l’altitudine al di sotto della quale è impossibile mantenere sciabile il manto nevoso, è destinato aumenterà di quota. Se nel 2006 il limite era stato misurato a 1.500 metri sul livello del mare, si prevede che esso salirà di 150 metri per ogni grado di aumento della temperatura. Attualmente sul territorio italiano già si contano 180 edifici e impianti sciistici dismessi, numero che è destinato ad aumentare in futuro.

Infatti, secondo gli studi dell’Intergovernal panel on climate change (Ipcc) la temperatura media globale potrebbe aumentare di 4 gradi centigradi entro fine secolo. Con questo scenario, sostiene Legambiante, dei 251 comprensori sciistici italiani solo 30 (il 12% del totale) potranno garantire una normale stagione, anche facendo ricorso all’innevamento artificiale. Queste trasformazioni, se non si cambia il modo di vivere la montagna aprendosi ad attività alternative e modi diversi di vivere l’ambiente montano, renderanno il turismo invernale sempre più costoso e meno sostenibile. “La Val d’Ayes e il vallone delle Cime Bianche -conclude Dondeynaz- non sono preziosi solamente per la loro biodiversità, ma possiedono anche una grande ricchezza dal punto di vista culturale, storico e archeologico che andrebbe valorizzata con la promozione di un turismo equo e sostenibile”.

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