Ambiente / Attualità

Due terzi dei ghiacciai alpini a rischio anche rispettando gli Accordi di Parigi

La Carovana dei ghiacciai di Legambiente lancia l’allarme sullo stato di salute delle nevi perenni: la velocità del loro “ritirarsi” non ha precedenti da almeno alcuni millenni. E il fenomeno sta accelerando. Preoccupa anche lo stato del permafrost, che mette a rischio la stabilità delle montagne

Il ghiacciaio dell'Adamello al passo della Lobbia, a 3.040 metri sul livello del mare © Enrico Strocchi via Flickr

“Se riusciremo a limitare il riscaldamento globale sotto la soglia di 1,5 °C, obiettivo indicato dagli Accordi di Parigi, a fine secolo sopravvivrà solo un terzo dei ghiacciai alpini, in caso contrario scompariranno del tutto. La dimensione globale e la velocità di questo ritrarsi dei ghiacciai non ha precedenti da almeno alcuni millenni”. A lanciare l’allarme sullo stato di salute dei ghiacciai italiani è Vanda Bonardo, responsabile nazionale Legambiente Alpi e coordinatrice della Carovana dei ghiacciai, iniziativa realizzata dall’associazione ambientalista in collaborazione con il Comitato glaciologico italiano (Cgi), che tra agosto e settembre ha monitorato lo stato di salute di 13 ghiacciai alpini, più il glacionevaio del Calderone, in Abruzzo.

Su tutto l’arco alpino, evidenzia Legambiente, è in atto una pesante tendenza di riduzione delle masse glaciali, con importanti segnali di progressiva accelerazione negli ultimi trent’anni: a causa delle temperature sempre più elevate i ghiacciai non solo perdono superficie e spessore, ma si frammentano in corpi glaciali più piccoli, che si sciolgono più velocemente. Da metà Ottocento a oggi, i ghiacciai presenti sul Massiccio dell’Adamello (il più esteso d’Italia, al confine tra Lombardia e Trentino-Alto Adige) hanno perso oltre il 50% della superficie totale e anche lo spessore si è ridotto di 10-12 metri dal 2016 a oggi.

“Il 2021 è stato un po’ meno caldo: qua e là sul ghiacciaio è rimasta un po’ di copertura nevosa. Ma quel poco di neve in più non può cambiare un trend che non solo va avanti in modo costante, ma che sta accelerando: si stima infatti che il 70% della riduzione dei ghiacciai delle Alpi sia avvenuta negli ultimi 20-30 anni -spiega Bonardo a poche settimane dal sopralluogo sull’Adamello, realizzato a fine agosto-. Ogni anno da questo massiccio spariscono 14 milioni di metri cubi d’acqua, pari a 5.600 piscine olimpioniche”.

La fotografia è ugualmente drammatica lungo tutto l’arco alpino. In Friuli-Venezia Giulia il ghiacciaio del Canin oggi ha uno spessore medio di 11,7 metri: circa 150 anni fa superava i 90 metri. Mentre quelli del Gran Paradiso in meno di due secoli (dalla fine della Piccola era glaciale di metà Ottocento a oggi) hanno perso circa il 65% della loro superficie, passando da circa 88 chilometri quadrati a meno di 30. Oltre alla regressione e alla riduzione dello spessore, altro segnale preoccupante del cattivo stato di salute dei ghiacciai sono i fenomeni di disgregazione e frammentazione che hanno portato i 168 ghiacciai dell’Alto Adige a frammentarsi in 540 unità distinte, più piccole e che si sciolgono più velocemente. Nel 2005, evidenzia Legambiente, erano solo 330 a dimostrazione di come il fenomeno di frammentazione dei ghiacciai stia accelerando. A fronte a questa drammatica situazione, Legambiente ha lanciato un messaggio chiaro e diretto al Governo Draghi: è urgente mettere in campo misure e politiche ambiziose sul clima per arrivare a emissioni di gas ad effetto serra nette pari a zero al 2040, in coerenza con l’Accordo di Parigi.

“Con lo scioglimento dei ghiacciai non solo perdiamo bellezza e risorsa idrica, ma anche memoria storica -aggiunge Vanda Bonardo-. Un ghiacciaio come quello della Marmolada, ad esempio, ci può raccontare mille anni di storia: il ghiaccio conserva traccia dei principali eventi della storia dell’uomo, belli e brutti. È possibile leggere lo strato di cesio che si è depositato dopo l’esplosione della centrale di Černobyl’, ma anche capire come era composta l’atmosfera all’inizio del Novecento”. Per questo motivo il Comitato glaciologico italiano ha effettuato sul ghiacciaio dell’Adamello una serie di perforazioni che hanno permesso di “estrarre” informazioni preziosissime sulla sua storia antica e recente.

L’aumento delle temperature globali determina anche un altro fenomeno difficile da osservare a occhio nudo: lo scioglimento del permafrost, ovvero il terreno perennemente ghiacciato (che per almeno due anni consecutivi mantiene una temperatura uguale o inferiore a 0°), così importante per la stabilità delle nostre montagne. “L’acqua che si trova all’interno del terreno e tra le rocce, per effetto delle basse temperature resta allo stato solido durante tutto l’anno fa da ‘collante’ -spiega Vanda Bonardo-. La perdita del permafrost causa grande instabilità nelle montagne: dove scompare il ghiaccio scopare anche il permafrost, e questo genera instabilità. Stiamo osservando un grande aumento delle frane, dovuto anche a eventi estremi”.

Il permafrost è pressoché scomparso sugli Appennini, fatta eccezione per il glacionevaio del Calderone, in Abruzzo. E l’edizione 2021 del rapporto “Neve diversa” di Legambiente fotografa una situazione preoccupante del suo stato di salute anche sulle Alpi: negli ultimi vent’anni è quasi scomparso nei versanti meridionali delle Alpi, fino a quote inferiori ai 3.300 metri. Nel caso del massiccio del Monte Bianco entro il 2100 non dovrebbe più essere presente nelle pareti meridionali sotto i 4.300 metri o addirittura, secondo gli scenari più critici, scomparire completamente dalle pareti sud del Monte Bianco.

Lo scioglimento del permafrost avrà gravi conseguenze anche sulla sicurezza degli ambienti montani: nel momento in cui si degrada per la fusione dell’acqua tutto diventa più instabile: “Le nostre montagne sono costellate da edifici, oramai anche negli angoli più remoti, infrastrutture che con l’attuale andamento climatico sono ‘minate’ alle fondamenta da un possibile e improvviso cedimento causato dalla liquefazione del terreno”, si legge nel report di Legambiente.

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