Esteri / Attualità

Colombia color carbone. Tra i villaggi cancellati dalle miniere

La concessione di El Cerrejon -la più grande dell’America latina- ha devastato l’ambiente e costretto venti comunità a lasciare le loro terre. La lotta delle donne del popolo Wayùu, che chiamano in causa anche l’italiana Enel

Tratto da Altreconomia 218 — Settembre 2019
Uno scorcio della concessione mineraria El Cerrejon, nel dipartimento la Guajira nel Nord della Colombia - © Re:Common

Nella miniera di carbone El Cerrejon, in Colombia, i pozzi portano nomi di villaggi. C’è il pozzo Tabaco, il Manantial, il Caracolì: “Sono le comunità che si trovavano lì una volta, prima della miniera”, spiega Angelica Ortiz Clan Ipuana, giovane donna originaria di quella terra di villaggi scomparsi. È l’estremo Nord-Est della Colombia, verso il confine con il Venezuela, dipartimento della Guajira: colline semi desertiche, piccoli fiumi che scendono dalla sierra, aziende di allevamento e comunità indigene che vivevano di agricoltura fino a quando, intorno agli anni Ottanta del secolo scorso, sono arrivate le compagnie minerarie.

Il Cerrejon è una delle più grandi miniere di carbone a cielo aperto al mondo, la più grande in America Latina. E la Colombia è il quinto esportatore di carbone al mondo, con quasi 90mila tonnellate nel 2018: in buona parte estratte da quella regione incastrata tra la sierra e il mar del Caribe. A “cielo aperto” significa che il carbone viene estratto non da gallerie sotterranee ma da giganteschi buchi scavati nel terreno, larghi e lunghi parecchi chilometri, in cui lavorano esseri umani e scavatrici meccaniche. La sola concessione del Cerrejon copre 690 chilometri quadrati, pari a tre volte l’isola d’Elba, e include sei pozzi. Miniere simili si trovano poco più a Sud, nel vicino dipartimento del Cesar. Ovviamente tutto quello che c’era in superficie -campi, alberi, pascoli, villaggi- è scomparso, mangiato dalle scavatrici. Tutto salvo il nome delle località trasferito ai pozzi: unico ricordo di ciò che i vecchi abitanti hanno perso.

“In tutto venti comunità sono state costrette a sfollare dalla concessione del Cerrejon”, continua Ortiz. “Quindici sono state del tutto cancellate dalla mappa, solo una è stata risistemata per intero in un nuovo villaggio. Altre quattro comunità, tutte afro-caraibiche, sono risistemate parzialmente”. Angelica Ortiz è la segretaria generale di “Fuerza de mujeres Wayùu” (Forza delle donne Wayùu, una delle principali popolazioni indigene della zona), un movimento nato intorno al 2005 per combattere la violenza e la devastazione sociale in cui era precipitata la zona. Lo scorso maggio era in Italia per partecipare all’assemblea degli azionisti Enel, insieme ad “azionisti critici” come l’organizzazione italiana Re:Common (recommon.org), la spagnola Iidma (iidma.org), e la fondazione Finanza Etica (finanzaetica.info). Infatti Enel è un acquirente del carbone del Cerrejon. “Ho invitato i dirigenti Enel a visitare le nostre terre, perché vedano in prima persona come vivono le comunità costrette a sfollare per poter estrarre il carbone che acquistano”, spiega Ortiz. Vedrebbero gli effetti di anni di violenza e ingiustizia, popolazioni sfollate, fiumi disseccati, acqua contaminata, e paramilitari che scorrazzano nella regione.

“Non si riesce più a coltivare, né a pescare nei fiumi, l’economia locale è finita. Ora tutto va comprato. Bisogna pagare l’acqua che arriva con le autobotti: è proibitivo”

Riassumiamo. L’azienda Cerrejon Coal è un consorzio di tre delle maggiori compagnie minerarie del pianeta, la svizzera Glencore, l’anglo-australiana Bhp Billiton e Anglo American che, a dispetto del nome, è sudafricana. Nel 2000 il consorzio ha acquistato il 50% della concessione dal governo colombiano, e un paio d’anni dopo ha rilevato l’altro 50% da Intercor, sussidiaria della compagnia petrolifera Exxon. Nel frattempo aveva avviato l’attività e il 9 agosto del 2001 è scomparso El Tabaco, un piccolo bel villaggio di agricoltori: inghiottito dalla nuova miniera. La comunità di El Tabaco non si arrese facilmente; dovette arrivare la polizia antisommossa, e lo sgombero fu violento. Agli abitanti non fu offerto nulla in cambio. La storia di quel villaggio cancellato dalle ruspe attirò l’attenzione di organizzazioni per i diritti umani, e nel maggio 2002 un tribunale colombiano riconobbe che la comunità aveva diritto a essere risistemata altrove, tutti insieme: “Perché quando le comunità sono disperse perdono anche le relazioni sociali e un modo di vita”, spiega Angelica Ortiz. Infine nel 2008, dopo lunghi anni di battaglie, esposti e proteste, il “Comitato per la risistemazione di Tabaco” ha firmato un accordo con l’azienda: la Cerrejon Coal si è impegnata a comprare nuove terre in un municipio limitrofo per aiutare a ricostruire il villaggio. Le terre sono state comprate ma il villaggio avrebbe dovuto essere costruito dalla municipalità, che non ha le risorse necessarie. “A diciotto anni dallo sgombero, il nuovo villaggio non esiste ancora -spiega Ortiz-. E molti cominciano a disperare”. Anche perché El Tabaco è solo un caso tra tanti. Nel frattempo gli sfollati sono finiti ad arrangiarsi intorno ai capoluoghi rurali. A volte sono stati “risistemati” in case mal costruite con poca terra intorno, troppo poca per vivere dei suoi frutti. Altri sono finiti lungo la ferrovia che collega le miniere ai porti sulla costa del Caribe, circa 160 chilometri più a Nord, da cui il carbone viene imbarcato per l’Asia, il Nord America e l’Europa. Lunghi convogli di vagoni aperti che passano a ogni ora: vivere lungo la ferrovia significa respirare la polvere di carbone. Spesso il bestiame domestico è travolto dai treni; a volte la stessa sorte tocca agli umani. La compagnia di solito se la cava con qualche piccolo risarcimento che per la popolazione Wayùu suona offensivo.

Poi c’è la questione dell’acqua. Lo scavo delle miniere ha stravolto l’equilibrio idrico: quattordici corsi d’acqua sono stati deviati o prosciugati. Ogni giorno nelle miniere ci sono esplosioni, “sentiamo la terra tremare e vediamo le fonti d’acqua seccarsi”. La poca acqua rimasta è per lo più contaminata, ha documentato uno studio dell’Università di Coblenza (Germania). “Non si riesce più a coltivare né pescare nei fiumi, l’economia locale è finita. Ora tutto va comprato. Bisogna pagare l’acqua che arriva con le autobotti: è proibitivo. Il carbone ha fatto crescere l’economia ma crollare il tenore di vita degli abitanti”. Gli indennizzi per la terra, dove ci sono stati, sono irrisori. “Le comunità indigene abitavano quelle terre per consuetudine antica, ma le forme di proprietà collettiva non sono riconosciute. Così, altri hanno venduto a proprio nome terre abitate da noi”, spiega Angelica Ortiz. Un gigantesco esproprio. “La mia comunità, Las Mulas, non esiste più. Le persone sono state disperse, chi in un municipio chi in un altro”. Durante il trasferimento forzato ci furono tre morti, ricorda, uccisi da uomini armati: il primo fu suo zio, un leader della comunità.

Il carbone ha portato una guerra strisciante nella regione del Guajira. Tra il 1996 e il 2006 si contano 2.600 vittime di omicidi mirati, 500 persone uccise in eccidi collettivi e 240 scomparsi

Il carbone infatti ha portato anche una guerra strisciante. A metà degli anni Novanta l’organizzazione paramilitare nota come Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) si è insediata nella Guajira e nel Cesar, chiamata da allevatori e commercianti locali per proteggersi dalle Farc e dal Eln, storiche organizzazioni guerrigliere colombiane. Negli stessi anni nel Cesar erano cominciate le attività della Drummond, compagnia mineraria dell’Alabama (Usa), e anche le miniere richiedevano protezione. Nei primi anni 2000 la violenza aveva raggiunto livelli inauditi. Sbaragliate le Farc, l’articolazione locale della Auc ha attaccato in modo sistematico ogni presunto collaboratore dei guerriglieri – oltre a dedicarsi al furto di bestiame e mettere le mani sulle “regalie” che le compagnie minerarie versano alle amministrazioni locali come contributo allo “sviluppo sociale”. Nel decennio tra il 1996 e il 2006 in quella regione mineraria si contano 2.600 vittime di omicidi mirati, 500 persone uccise in eccidi collettivi, 240 persone scomparse. Contadini, comunità indigene, sindacalisti: le Auc sono state un formidabile strumento di controllo sociale e politico.

Nel 2001 uomini delle Auc hanno ucciso anche tre sindacalisti, leader dei lavoratori della Drummond: due assassinati davanti ai loro compagni di lavoro, uno rapito e torturato. Molto più tardi il comandante locale della Auc è stato condannato per quegli omicidi e altre efferatezze, e in aula ha chiamato in causa la compagnia mineraria. Disse che era stato il responsabile della sicurezza della Drummond, tale Alfredo Araujo Castro (un notabile locale), a chiedergli aiuto per garantire l’ordine nella miniera. Secondo l’indagine “The dark side of coal” pubblicata dall’organizzazione olandese Pax (paxforpeace.nl) nel giugno 2014 i principali finanziatori delle Auc nel Cesar e nella Guajira erano proprio Drummond e Prodeco, altra compagnia mineraria. La Drummond ha sempre negato. Citata in giudizio in Alabama nel 2002 da un pool di avvocati colombiani e statunitensi, la compagnia ha ottenuto da allora ben tre sentenze di non luogo a procedere. Anzi, ha avviato un’azione legale contro l’avvocato dei querelanti, Terry Collingsworth, per calunnia. Paradossale: un uomo della Drummond in Colombia è stato condannato a 38 anni per i pagamenti ai paramilitari delle Auc, ma la compagnia declina ogni responsabilità (ricostruisce questa storia il dossier “Profondo nero. Il viaggio del carbone dalla Colombia all’Italia”, pubblicato nel 2016 da Re:Common).

“Voglio fare appello alla coscienza civile degli italiani. Non basta dire ‘pago l’energia che consumo’, bisogna sapere cosa succede dove viene estratto il carbone” – Angelica Ortiz

Nel novembre scorso i dirigenti della Drummond sono stati chiamati a testimoniare in Colombia, dove è aperta un’altra istruttoria sul sostegno dato alle squadre della morte. I conti con il passato non sono chiusi. Poi c’è il presente. Dopo gli accordi di pace tra il governo e le Farc, e la lenta smobilitazione delle formazioni armate, “la violenza è molto diminuita”, dice Angelica Ortiz: “Ma la regione mineraria resta zona di conflitto”. Le Auc sono smobilitate ma sono sorte altre bande. Attivisti sociali e difensori dei diritti umani restano nel mirino; lei stessa è stata minacciata di morte. Resta la corruzione che ruota attorno alle “regalie” delle imprese minerarie. E restano gli sfollati.

Il movimento Fuerza de mujeres continua a battersi per una “riparazione collettiva”, spiega Ortiz. Organizza scuole per formare quadri delle comunità, lancia battaglie per l’acqua potabile, per i diritti delle comunità. E per sostenere le donne, “su cui ricade il peso di lavorare, curare la famiglia mentre i mariti si spendono i pochi risarcimenti, e subiscono il disprezzo perché indigene, sfollate e povere”. Quanto all’Enel, dal 2017 l’azienda italiana ha rinunciato a comprare carbone dalla Drummond, prendendo così le distanze da un’azienda controversa. Ma continua a comprarlo dalla Cerrejon Coal: ed è per questo che Angelica Ortiz ha voluto rivolgersi agli azionisti dell’azienda elettrica. “Ma voglio anche fare appello alla coscienza civile degli italiani. Non basta dire ‘pago l’energia che consumo’, bisogna sapere cosa succede là dove viene estratto il carbone per produrre quell’energia”.

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