Diritti / Attualità

Il coraggio di non voltarsi dall’altra parte: le vite in bilico di chi difende i diritti umani e l’ambiente

L’Onu li definisce “Human rights defenders”: molti di loro hanno pagato il prezzo più caro. Sono più di 3.500 le vittime censite dal 1998 a oggi; 320 i “difensori” uccisi nel corso del 2017. Otto omicidi su dieci sono avvenuti in quattro Paesi: Brasile, Colombia, Messico e Filippine. “Ma già a fine ottobre, il numero dei difensori che hanno perso la vita nel corso del 2018 era superiore rispetto al totale dell’anno precedente”, spiega la ong Front Line Defenders. Ecco le storie di chi resiste ancora

Tratto da Altreconomia 210 — Dicembre 2018
Parigi, 31 ottobre 2018: un momento del summit mondiale dei difensori dei diritti umani. © Olivier Papegnies / Collectif Huma

Goma, capitale della provincia del Nord Kivu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Nella notte tra il 9 e il 10 giugno 2018 un incendio ha distrutto la casa di Luc Nkulula, 32 anni. L’uomo non è riuscito a fuggire ed è morto tra le fiamme, mentre cercava di mettere in salvo il suo laptop e alcuni documenti. “Ci hanno detto che è stato un incidente. Noi crediamo invece che Luc sia stato assassinato. Come erano stati uccisi prima di lui altri giovani congolesi che sognavano un Paese migliore”, racconta ad Altreconomia Fred Bauma, 28 anni, uno degli esponenti di spicco di “Lucha”, acronimo che sta per “Lutte pour le changement” (“Lotta per il cambiamento”) un movimento nato a Goma nel 2012 e oggi attivo in una ventina di città. Bauma ha deciso di fare dell’impegno per i diritti umani la sua ragione di vita quando aveva poco più di vent’anni. “Ho subito la violenza quando ero più giovane: sono stato costretto a fuggire dalla mia casa -ricorda-. Ho capito che la violenza è un meccanismo capace di auto-rigenerarsi: ogni volta che un leader ribelle trova il suo posto all’interno del governo e delle istituzioni ce n’è subito un altro pronto a rimpiazzarlo e così via. Un meccanismo in cui gli unici a soffrire e a pagare il prezzo più alto sono i cittadini”.

Negli ultimi due anni, l’impegno di Bauma e dei giovani di “Lucha” si è focalizzato sulle elezioni presidenziali in programma il 23 dicembre. Prima per chiedere il rispetto della Costituzione da parte dell’ex presidente Kabila, che avrebbe voluto concorrere per un terzo mandato, in violazione alle regole della carta costituzionale. Oggi per chiedere un voto regolare e trasparente. “Noi non vogliamo sostituire Kabila con qualcuno che gli assomigli e che agisca allo stesso modo -puntualizza Bauma-. Noi vogliamo che la scelta del popolo congolese venga rispettata”. Il timore di brogli è concreto: la decisione della commissione elettorale di utilizzare macchine per il voto elettronico pone una serie di incognite sulla trasparenza e la regolarità del voto. “Queste macchine danno spesso problemi anche in Paesi tecnologicamente più avanzati del nostro, figuriamoci in Congo, dove spesso manca la corrente elettrica -conclude Bauma-. Se vinceranno gli uomini sostenuti da Kabila, il livello di violenze contro i difensori dei diritti umani in Congo raggiungerà livelli mai visti prima. Ma se le elezioni verranno truccate noi non staremo in silenzio”.

Fred Bauma, esponente del movimento “Lucha” di Goma, Repubblica Democratica del Congo – © Olivier Papegnies / Collectif Huma

“Lucha” è nato proprio con l’obiettivo di cambiare il Congo “dal basso”. A partire dalla richiesta alle istituzioni locali e nazionali di garantire ai cittadini diritti fondamentali come accesso all’acqua potabile, l’erogazione dell’energia elettrica, sicurezza per la popolazione civile e opportunità lavorative per i più giovani. Diritti elementari, eppure sono bastate queste prime, semplici richieste, a suscitare una violenta reazione del governo: già durante la prima manifestazione a Goma, 12 attivisti sono stati arrestati. Secondo le stime di Amnesty International, almeno 200 membri di “Lucha” sono finiti in carcere. Anche Bauma è stato arrestato nel marzo 2015 a Kinshasa: ha trascorso in carcere 17 mesi (di cui 50 giorni in isolamento) con l’accusa di sedizione, pena punibile con la pena di morte in Congo. “Fin dall’inizio il governo ci ha accusato di essere terroristi per alienarci le simpatie della popolazione locale -ricorda Bauma-. In un primo tempo ha avuto successo, ma poi la gente ha capito chi eravamo e quali erano gli obiettivi per cui ci battevamo”.

“Ho capito che la violenza è un meccanismo capace di auto-rigenerarsi. Un meccanismo in cui gli unici a soffrire sono i cittadini” – Fred Bauma

Fred Bauma rientra in quella categoria di persone che l’Onu definisce “difensori dei diritti umani”, il cui impegno viene costantemente minacciato. Molti di loro hanno pagato il prezzo più caro: più di 3.500 le vittime censite dal 1998 a oggi; 320 i difensori dei diritti umani uccisi nel corso del 2017 secondo le stime di “Front Line Defenders”, (frontlinedefenders.org) organizzazione irlandese impegnata dal 2001 nella protezione dei difensori dei diritti umani. Otto omicidi su dieci si sono registrati in soli quattro Paesi: Brasile, Colombia, Messico e Filippine. “Ma già a fine ottobre, il numero dei difensori che hanno perso la vita nel corso del 2018 era superiore rispetto al totale dell’anno precedente”, spiega Andrew Anderson, direttore dell’associazione.

Gli omicidi, tuttavia, rappresentano solo la vetta più alta di un’escalation fatta di minacce, campagne diffamatorie, cause legali pretestuose, arresti arbitrari e aggressioni. Il 31 agosto scorso, il nome dell’avvocato indiano Degree Prasad Chouhan, 37 anni, è comparso in una falsa lettera divulgata dalla polizia dello Stato indiano della Maharashtra. Il documento contraffatto -che porta la firma dell’avvocato Sudha Bharadwaj arrestata nell’ottobre 2018- ha come obiettivo quello di screditare l’attività di Prasad Chouhan, che da quindici anni è impegnato nella battaglia legale per la tutela delle terre e dei diritti delle comunità adivasi e dalit: “Ho presentato 90 cause penali e avviato oltre cento procedimenti civili contro varie aziende che hanno provocato lo sfollamento delle comunità locali”, spiega. La divulgazione della lettera contraffatta -il cui contenuto è già stato smentito dalla presunta autrice- e le false accuse contro Prasad Chouhan sono state duramente contestate da “Front Line Defenders” che ha chiesto alle autorità locali di garantire la protezione dell’attivista in tutto il Paese, la cessazione della campagna di delegittimazione ai suoi danni.

Ma non sono solo avvocati e attivisti ad animare le fila dei difensori dei diritti umani. Sono giornalisti, attivisti impegnati per il rispetto dei diritti civili, membri di ong e semplici volontari, popoli indigeni che combattono contro l’apertura di una miniera o l’abbattimento delle foreste pluviali. Durante l’Human rights defenders world summit che si è svolto a Parigi ai primi di novembre, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet li ha definiti “persone normali, che hanno scelto di non volgere altrove lo sguardo quando c’è una persona in catene o un diritto violato. I difensori dei diritti umani -ha aggiunto- ci insegnano che tutti noi possiamo alzarci in piedi per i nostri diritti e per i diritti degli altri. Nel nostro quartiere, nel nostro Paese e in tutto il mondo. Noi possiamo cambiare il mondo”.

“I difensori dei diritti umani uccisi nel corso del 2017 sono stati almeno 320, più di 3.500 le vittime censite dal 1998 a oggi” – Front Line Defenders

Il summit, che si è svolto a vent’anni dall’adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani, ha riunito nella capitale francese oltre 150 difensori provenienti da 105 Paesi. L’evento -organizzato da Front Line Defenders, Amnesty International (amnesty.org), Reporter senza frontiere (rsf.org) e dalla Federazione internazionale dei diritti umani (Fidh – fidh.org)- non è stata una semplice commemorazione, ma un momento di dibattito e di confronto da cui è scaturito un piano d’azione da sottoporre a governi, istituzioni e multinazionali e che a metà dicembre verrà presentato alle Nazioni Unite. Nelle Filippine, con l’elezione di Rodrigo Duterte alla presidenza della repubblica le violenze ai danni dei difensori dei diritti umani e degli attivisti ha registrato una crescita impressionante. Global witness (globalwitness.org), altra importante organizzazione impegnata nella tutela dei difensori, ha registrato nel 2017 almeno 48 omicidi ai danni di attivisti impegnati nella tutela dell’ambiente, con un aumento del 71% rispetto al 2016.

Tristemente famoso per la sua spietata “guerra alla droga” (che ha provocato la morte di almeno 12mila persone secondo le stime di Human Rigths Watch – hrw.org), Duterte sta usando tutto il potere a sua disposizione anche contro gli attivisti impegnati per la difesa dei diritti umani, delle minoranze indigene e della tutela dell’ambiente. Nel febbraio 2018, infatti, il ministero della Giustizia ha presentato una richiesta a un tribunale di Manila per chiedere che oltre 600 presunti guerriglieri legati al Partito Comunista e al New People’s Army venissero tutti bollati come “terroristi”. Tra i nomi contenuti nella lista spicca quello di Victoria Tauli-Corpuz, special rapporteur delle Nazioni Unite per i popoli indigeni che ha definito questa azione “infondata, malvagia e irresponsabile”.

Anche il nome di Joanna Cariño, una minuta signora di 67 anni, è su quella lista. “Quello che sta succedendo oggi, nelle Filippine, per me è una sorta di déja vu -racconta-. Infatti è già avvenuto tanti anni fa, sotto il regime di Marcos, ed è successo a me”. Quando aveva poco più di vent’anni ed era un’attivista all’Università di Baguio (città nel Nord del Paese, nella regione della Cordillera) Joanna Cariño è stata arrestata assieme alla sorella minore e torturata. “Mi hanno legato un pezzo di cavo elettrico attorno al pollice, l’altra estremità attorno all’alluce. Poi davano la scossa. Sembrava che la testa stesse per scoppiare”. I due anni trascorsi in prigione, però, non l’hanno piegata. Al contrario durante la detenzione ha avuto modo di conoscere gli attivisti indigeni, arrestati a causa della loro opposizione alla costruzione di un imponente sistema di dighe lungo il fiume Chico che avrebbe provocato lo spostamento forzato di decine di migliaia di persone. “La loro lotta per me è stata un’ispirazione: una volta tornata in libertà ho continuato a battermi, ma con un’attenzione maggiore alle istanze dei popoli indigeni. E nel 1984 è nata la Cordillera people’s alliance che oggi riunisce più di 300 associazioni”, spiega.

Joanna Cariño è attiva nella Cordillera people’s alliance, nelle Filippine – © Olivier Papegnies / Collectif Huma

La lotta degli attivisti indigeni ha permesso di bloccare il grande progetto per la costruzione delle dighe lungo il fiume Chico. Oggi, i veterani di quella battaglia si schierano accanto ai giovani contro il contestato “Chico River Pump Irrigation Project”, finanziato dal governo cinese, che prevede la deviazione delle acque del fiume Chico per irrigare 8.700 ettari di terra nelle zone confinanti. Per gli attivisti della Cordillera, questo progetto rappresenta “l’ultima mossa del regime di Duterte nella svendita delle nostre risorse naturali e delle nostre terre ancestrali a investitori stranieri, senza il consenso delle comunità interessate dal progetto”, denuncia l’associazione in un comunicato diffuso lo scorso aprile.

Sotto il regime di Marcos così come sotto la presidenza di Duterte, ricorda Joanna Cariño, i popoli indigeni vengono considerati cittadini di seconda classe: “Oggi come allora sentiamo dire che le minoranze devono sacrificarsi per il bene della maggioranza. E la situazione per i difensori dei diritti umani è molto grave: indicandomi come ‘terrorista’, Duterte mette in pericolo la mia vita. Il presidente, infatti, ha dichiarato che proteggerà chiunque uccida un terrorista”. Joanna Cariño sorride e resta qualche secondo in silenzio prima di proseguire: “Duterte vuole intimidirci e ridurci al silenzio. Quando i tuoi colleghi, coloro che lottano con te, vengono uccisi, la paura c’è e si fa sentire. Ma dobbiamo superarla e andare avanti. I difensori dei diritti umani non vivono per sé stessi, ma per costruire un mondo migliore”, dice.

“I difensori dei diritti sono persone normali, che hanno scelto di non volgere altrove lo sguardo quando c’è una persona in catene o un diritto violato” – Michelle Bachelet

Con una media di 42 omicidi all’anno dal 2012 a oggi, il Brasile è “il Paese più pericoloso per i difensori della terra e dell’ambiente” denuncia Global Witness nell’ultimo rapporto, che censisce 57 vittime nel corso del 2017. I risultati dell’ultima tornata elettorale, con l’elezione dell’ex capitano dell’esercito Jair Bolsonaro (vedi pagina 37), prefigurano un futuro fosco per i diritti umani e la tutela ambientale nel Paese. “Bolsonaro ha già dichiarato guerra all’attivismo in Brasile: io e il mio popolo saremo trattati come terroristi. Non abbiamo altra scelta se non resistere”. Geovani Krenak, 34 anni, parla con voce autorevole, lo sguardo fermo. Il volto diviso a metà da un tatuaggio blu che copre interamente la mascella inferiore e scende lungo il collo fino alle spalle. È il rappresentante della tribù Krenak (circa 600 persone che vivono nello Stato del Minas Gerais) che da tre anni sta combattendo contro il governo e contro la compagnia mineraria “Samarco” (un consorzio formato dalla multinazionale brasiliana “Vale” e dalla compagnia anglo-australiana BHP Billiton) per ottenere giustizia per quello che viene considerato il più grave disastro ambientale della storia del Brasile.

Geovani Krenak, della tribù Krenak dello Stato di Minas Gerais, in Brasile – © Olivier Papegnies / Collectif Huma

Il 5 novembre 2015 il cedimento della diga di un bacino di contenimento ha infatti provocato lo sversamento di 62 milioni di metri cubi di fanghi tossici e di acque acide di origine mineraria. L’onda ha travolto il villaggio di Bento Rodrigues per poi riversarsi nel Rio Doce. “Abbiamo visto milioni di pesci morti galleggiare sulla superficie dell’acqua, non possiamo più bere e non possiamo più irrigare i campi -spiega Geovani-. Ma non è solo questo: da tre anni il mio popolo non può più praticare i suoi riti sacri sulle rive del fiume. L’onda che ha ucciso il Rio Doce non è stata provocata da un incidente: è stato un crimine. E per questo crimine non ha pagato nessuno”.

“Bolsonaro ha già dichiarato guerra all’attivismo in Brasile: io e il mio popolo saremo trattati come terroristi. Non abbiamo altra scelta se non resistere” – Geovani Krenak

In diversi Paesi del mondo, abusi e discriminazioni colpiscono anche uomini e donne a causa del loro orientamento sessuale. In Nigeria, il “Same-sex Marriage (Prohibition) Act” -approvato nel gennaio 2014- vieta non solo il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma proibisce anche la convivenza tra partner dello stesso sesso e vieta agli omosessuali di mostrare pubblicamente “le relazioni amorose”. Le pene sono altissime: da 10 a 14 anni di reclusione per chiunque “registri, operi o partecipi a gay club, società e organizzazioni”. O chiunque supporti le attività di queste organizzazioni. “Le relazioni tra persone dello stesso sesso sono considerate un abominio. Anche in passato la situazione era difficile, ma con questo provvedimento la situazione è nettamente peggiorata”, spiega Judith Ndukwu, 31 anni.

“Quando i tuoi colleghi, coloro che lottano con te, vengono uccisi, la paura c’è e si fa sentire. Ma dobbiamo superarla e andare avanti” – Joanna Cariño

Per diversi anni la donna ha collaborato con un’associazione locale, organizzando seminari, training e momenti di formazione rivolti ai gruppi LGBT in Nigeria: “Uno dei problemi che abbiamo dovuto affrontare è legato al fatto che persone omosessuali vittime di abusi o di violenze non possono rivolgersi alle autorità se la vicenda in questione riguarda in qualche modo il loro orientamento sessuale -spiega-. Questo non solo li espone al rischio di essere denunciati, ma anche di essere ricattati dalla polizia”. Per questo motivo l’associazione di cui Judith ha fatto parte mette a disposizione un servizio di consulenza legale attivo 24 ore su 24, in diverse città della Nigeria, con l’obiettivo di trovare una soluzione e una mediazione legale evitando di ricorrere ai tribunali e alla polizia. Dal 2016, però, Judith vive in Europa. È fuggita dal Paese per il timore di subire un’aggressione e dopo essere stata investita da un’auto. Grazie al programma “Shelter City” (che riunisce 14 città olandesi sotto l’egida di “Justice and peace Netherlands”) ha ottenuto un visto per il vecchio continente e successivamente ha chiesto asilo: “È stata la decisione più difficile della mia vita”.

Yared Hailermariam, dell’Association for human rights in Ethiopia di Ginevra – © Olivier Papegnies / Collectif Huma

Chi invece guarda al futuro con speranza è Yared Hailemariam, 44 anni, direttore dell’Association for human rights in Ethiopia, una piccola ong con sede a Ginevra. “Il nuovo governo guidato dal primo ministro Abiy Ahmed Ali ha fatto alcuni importanti passi avanti, ad esempio annunciando il rilascio di 20mila prigionieri politici, comprese alcuni importanti leader dell’opposizione e una serie di riforme per rivedere le norme più restrittive”, elenca Hailemariam. Era fuggito dal suo Paese nel 2005, dopo aver lavorato per sette anni per l’Ethiopian Human Rights Council e oggi inizia a pensare a un ritorno a casa: “L’arrivo di questo nuovo governo, con le sue promesse di apertura alla società civile non è certo nato dal nulla -riflette-. Ma è il risultato della lotta combattuta negli ultimi tre anni dai tanti cittadini e attivisti etiopi che hanno sacrificato la propria libertà e la propria vita”.

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