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Che cosa può insegnarci la storia di MDF, il Mostro di Firenze

Roberto Taddeo ha ricostruito nel dettaglio la vicenda del serial killer che per 17 anni ha terrorizzato la campagna fiorentina. Nelle oltre mille pagine della trilogia vengono confutate strampalate teorie alternative e si ha il merito di riportare la vicenda dentro un contesto sociale attualissimo e scomodo. E per questo rimosso da alcuni media

Pietro Pacciani al processo di Firenze nell'ottobre del 1996 © Torrini / GIACOMINOFOTO / Fotogramma

Oggi è possibile affrontare con il piglio dello storico e le competenze del giurista la vicenda del “Mostro di Firenze”: lo ha fatto Roberto Taddeo, che ha pubblicato per Mimesis una trilogia imprescindibile, “MDF – La storia del mostro di Firenze”, oltre mille pagine che tengono il lettore incollato a una “storia vera e avvincente” come spiega l’autore. Taddeo ha il grande merito di aver ricostruito per primo l’intera vicenda, tenendo insieme e collegando tutte le varie tesi e biografie criminali che nel corso di oltre cinquant’anni (il primo omicidio a lungo attribuito al “Mostro” è del settembre del 1968) hanno accompagnato la storia del serial killer che per 17 anni ha colpito coppie appartate nella campagna fiorentina. 

Un libro quanto mai opportuno perché ancora oggi, a distanza di quasi 40 anni dall’ultimo duplice omicidio e 25 dalla condanna in primo grado degli autori di quattro degli otto duplici omicidi (Mario Vanni e Giancarlo Lotti, poi confermata nei due successivi gradi di giudizio), c’è chi va alla ricerca di presunte verità alternative.

A inizio dicembre 2023, ad esempio, la trasmissione FarWest di Salvo Sottile ha mandato in onda sulla Rai un servizio dal titolo “Pietro Pacciani: è lui il mostro di Firenze?”, alimentando tesi complottiste relative all’uomo che -secondo le ricostruzioni passate in giudicato- guidava le azioni dei “compagni di merende” Vanni e Lotti. Pietro Pacciani, contadino figlio di mezzadri, nato alla metà degli anni Venti del secolo scorso nel Mugello (teatro di alcuni dei duplici omicidi attribuiti al Mostro), si era trasferito in Val di Pesa, dove si sono consumati buona parte degli altri delitti. Pacciani -come ricostruisce Taddeo nel secondo volume della trilogia- è un uomo violento che a poco più di vent’anni aveva già ucciso un uomo e che era stato riconosciuto colpevole e condannato per abusi sessuali sulle figlie minorenni. Secondo teorie complottiste strampalate, riprese anche dai media, sarebbe “morto da innocente”, quando in realtà era in attesa di un processo di appello bis, richiesto dalla Cassazione, che aveva annullato un primo appello che lo aveva assolto dopo una condanna in primo grado

Leggere i libri di Taddeo diventa così un esercizio utile per capire come i media hanno la capacità di influenzare la società, a partire dalle teorie che l’autore definisce “croccanti e succulente”. Tra queste –per spiegare la profanazione dei corpi femminili da parte del Mostro- l’idea che potesse trattarsi di un chirurgo folle. Tuttavia, i tagli non avevano la precisione chirurgica di un bisturi e probabilmente bastava aver ammazzato qualche maiale, come si faceva allora quasi in ogni casa in campagna, per realizzare le escissioni di seno e pube secondo le modalità del serial killer.

Diversi anni sono stati persi sulla pista sarda, nel tentativo di mandare a processo dei fratelli che si erano trasferiti in Toscana, che probabilmente erano responsabili solo dell’omicidio del 1968, avvenuto all’interno di una storia familiare complicata, prima che il reato di adulterio venisse giudicato incostituzionale (una vicenda ben spiegata nel primo volume della trilogia). Questa ricerca di verità altre e stravaganti è strettamente collegata alla volontà della stampa di strumentalizzare la vicenda, evitando così che una società in profonda trasformazione fosse obbligata a guardarsi dentro, affrontando ad esempio temi legati al rapporto malsano tra uomo e donna, cosa che manca di fare ancora oggi. Per questo, leggendo il testo di Taddeo, risuona l’eco delle parole di Elena Cecchettin, scritte dopo il femminicidio di cui è stata vittima la sorella Giulia, 22 anni, nel novembre del 2023: “Un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è. I ‘mostri’ non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro”.

L’autore nel ricostruire l’intera vicenda del Mostro partendo da lontano (il primo omicidio commesso da Pacciani è del 1951), gode di una libertà nel valutare le fonti che il giudice non ha mai avuto, dovendo valutare le prove. Tutto ciò permette anche di mettere in luce per il lettore -attraverso il racconto dei fatti ed evitando di presentare opinioni- collegamenti che mai si sono affacciati sui media, che “hanno avuto la responsabilità enorme di intossicare l’opinione pubblica sul Mostro di Firenze”.

“A trenta o cinquant’anni di distanza i tasselli mancanti resteranno tali -sottolinea Taddeo-, ma non ha senso invocare ancora una presunta ‘verità mai sfiorata dalla magistratura’, come fanno in molti”. Potrebbe aver senso, allora, ripartire dalla pistola del Mostro, la Beretta calibro 22 mai ritrovata. I magistrati a lungo hanno immaginato un unico autore per gli otto duplici omicidi, secondo la tesi (indimostrabile) che un’arma che ha ucciso non passa di mano. La ricostruzione dell’autore offre invece al lettore un collegamento possibile tra l’episodio del 1968 e i sette successivi, nella figura di Francesco Vinci, un sardo emigrato nella piana fiorentina, con numerosi precedenti e senz’altro collegato al primo duplice omicidio (era stato anche lui un amante della vittima, Barbara Locci). Vinci venne successivamente assassinato, nell’agosto del 1993. Conosceva gli uomini di San Casciano in Val di Pesa, i “compagni di merende” Pacciani, Vanni e Lotti, e potrebbe essere l’uomo che ha passato loro l’arma del Mostro. Questa è una possibile lettura lineare, troppo banale per chi è ancora alla ricerca di una verità che chiami dentro addirittura i servizi segreti, per scagionare tutti noi e l’intera società in cui è maturata e che ha reso possibile la vicenda del Mostro di Firenze.

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