Ambiente / Intervista

Cambiamenti climatici: obiettivi dell’Accordo di Parigi a rischio per l’UE

La strategia europea contro il climate change dipende dal mercato delle emissioni. Parlamento e Paesi membri ne discutono la riforma, ma -secondo Carbon Market Watch- il modello proposto non produrrà una riduzione effettiva delle emissioni, come deciso in seno alle Nazioni Unite. Domani la riunione dei ministri dell’Ambiente, e l’Italia è tra i Paesi più conservatori

Multiple Coal Fossil Fuel Power Plant Smokestacks Emit Carbon Dioxide Pollution

“L’Europa non sarà probabilmente in grado di raggiungere i propri obiettivi climatici di lungo periodo, e di rispettare gli impegni assunti nell’ambito dell’Accordo di Parigi sul clima, ovvero di ridurre le emissioni dell’85-90% se paragonati a quelle del 1990 per contenere l’innalzamento medio delle temperatura globali entro 1,5° C”. La colpa, secondo Agnes Brandt, Senior EU Policy Officer al Carbon Market Watch di Bruxelles, è della riforma dell’Emission Trading Scheme, il mercato europeo delle emissioni, che rappresenta la principale strategia dell’Unione per il contenimento dei gas climalteranti.

Il 15 febbraio, infatti, il Parlamento europeo ha rinunciato a modificare per il periodo tra il 2021 e il 2030 le condizioni che hanno portato l’Agenzia europea per l’ambiente a parlare di un rischio “di stallo per quanto riguarda la riduzione delle emissioni nei prossimi 15 anni”, e adesso il Consiglio d’Europa rischia di fare lo stesso. Il 28 febbraio il tema è in agenda al “Consiglio ambiente” -cioè la riunione dei ministri dell’Ambiente dei Paesi membri-, anche se l’appuntamento non è nemmeno riportato nell’agenda di Gianluca Galletti sul sito del ministero dell’Ambiente. I temi più dibattuti sono due: da una parte quelli relativi ai “diritti di emissione” concessi gratuitamente (free allowances) a determinati settori industriali; dall’altra, un volume complessivo di “diritti di emissione” eccessivo, rispetto al livello effettivo delle stesse, a causa della crisi economica che dal 2008 ha colpito i comparti industriali responsabili della maggior parte delle emissioni climalteranti, dalle raffinerie alle cementerie.

La riunione di domani a Bruxelles è appunto la prima dopo il voto del Parlamento europeo a metà febbraio: “Se il Consiglio arrivasse a una posizione comune, allora potrebbero partire i negoziati tra le due parti, fino ad arrivare al testo definitivo” spiega ad Altreconomia Agnes Brandt. Italia e Germania, secondo l’analista, esprimono le posizioni più conservatrici, mentre la Svezia guida il fronte dei Paesi progressisti: il governo scandinavo sarebbe disponibile ad acquistare e “congelare” le emissioni in eccesso presenti sul mercato.

Quali sono, secondo Carbon Market Watch, i maggiori limiti dell’Emission Trading Scheme in vigore?
AB Il sistema è in sofferenza a causa di un elevato volume di “diritti di emissione” (EUA, European Union Allowances) presenti sul mercato, che ha comportato una riduzione del loro valore. Attualmente esistono almeno 3 miliardi di allowances in eccesso, che secondo alcune stime potrebbero arrivare a 6-7 miliardi nelle prossima fase dell’ETS, quella tra il 2021 e il 2030 oggi in discussione. A ciò bisogna aggiungere che ad alcuni settori industriali viene riconosciuta una distribuzione gratuita di “permessi d’emissione”, le cosiddette free allowances, perché altrimenti potrebbero subire una delocalizzazione della produzione verso Paesi al di fuori dell’Europa con regole ambientali meno efficaci. Questo rischio, definito carbon leakage, non si è ancora realizzato in alcun caso pratico. L’industria energivora ha così ricevuto un volume eccessivo di free allowances, che nel periodo 2008-2015 hanno garantito extra-profitti per un valore di 7,5 miliardi di euro (cifra a cui andrebbero aggiunti, secondo alcune analisi, anche 16,8 miliardi di euro generati dalla capacità dell’industria di far ricadere sui propri clienti a valle i “costi” teoricamente sostenuti per acquistare diritti di emissione ottenuti invece gratis, ndr).

Quello votato dal Parlamento europeo a metà febbraio è un testo capace di modificare questa situazione?
AB  No: il voto in plenaria all’interno del Parlamento europeo ha annacquato la posizione espressa dalla Commissione ambiente, e questo significa che l’Emission Trading Scheme non potrà raggiungere il suo obiettivo principale, quello di incentivare investimenti in tecnologie a intensità di emissioni climalteranti e di guidare il processo di decarbonizzazione del settore energetico. Il testo votato dal Parlamento europeo non produce cambiamenti sostanziali.

Nel corso degli ultimi mesi avete animato una campagna in merito alle emissione dell’idustria cementiera e all’Emission Trading Schema: perché? Che cambiamenti chiedete? Sono all’orizzonte?
AB L’industria del cemento è responsabile del 5% delle emissioni di gas climalteranti a livello globale (e del 18% di quelle europee, ndr) e deve necessariamente ridurre il proprio impatto se vogliamo raggiungere gli obiettivi globali contro il climate change. Ad oggi ciò non avviene, per come è designato il meccanismo ETS per il settore. Invece di incentivare alternative a basso impatto ambientale, queste regole finiscono per sussidiare la produzione di clinker, che è la base del cemento e un materiale ad alta intensità di emissioni. Il rapporto della Commissione ambiente del Parlamento europeo prevedeva la creazione di un nuovo meccanismo di protezione per il settore rispetto al rischio di carbon leakage, che escludesse l’elargizione di free allowances, cancellando per questo settore gli extra-profitti garantiti nel periodo 2008-2015 (ne parliamo diffusamente nell’inchiesta pubblicata sul numero di febbraio 2017 di Altreconomia, in cui raccontiamo anche i casi italiani di Italcementi e Buzzi Unicem, ndr).
Questo meccanismo alternativo avrebbe essenzialmente obbligato gli importatori di cemento a pagare alla frontiera un contributo “alla frontiera” pari al prezzo sostenuto dai produttori per gli stabilimenti all’interno dell’UE. Per questo era definita “border adjustment measure” (BAM): se entrasse in vigore, non ci sarebbero distorsioni nella competizione tra importatori e produttori domestici. Sfortunatamente, il Parlamento nel voto in plenaria non ha adottato questo nuovo modello, dopo aver subito un’azione intensiva di lobby da parte dell’industria cementiera.

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