Ambiente / Inchiesta

Se il mercato delle emissioni è un affare per la grande industria in crisi

Il meccanismo della Commissione europea pensato per contrastare il cambiamento climatico si è rivelato un sussidio indiretto, in particolare per cementifici, raffinerie, industria siderurgica. Ecco perché

Tratto da Altreconomia 190 — Febbraio 2017
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C’è chi lo ha definito “carbon welfare”, uno sorta di Stato sociale al servizio delle aziende responsabili delle emissioni climalteranti: l’Emission Trading Scheme (ETS) è il mercato europeo dei “diritti di emissione”, regolato dalla Commissione, ma per alcuni settori industriali -dai cementifici alle raffinerie, dal siderurgico al petrolchimico- si è rivelato tra il 2008 e il 2015 un sussidio indiretto di fronte alla crisi. L’ETS, infatti, dovrebbe guidare la riduzione delle emissioni complessive di circa 11mila impianti industriali in 31 Paesi europei (oltre ai 28 dell’Ue, anche Islanda, Norvegia e Liechtenstein), mettendo a disposizione ogni anno un volume complessivo di emissioni ridotto dell’1,74% rispetto a quelle concesse nell’anno precedente. Di fronte alla crisi che ha investito l’Europa, però, si è creato un paradosso: il numero complessivo di “diritti di emissione”, le EU allowances, è superiore al volume complessivo delle emissioni reali, e siccome quasi la metà viene letteralmente “regalato” alle industrie -si chiamano, per questo, free allowances-, queste si ritrovano in casa carta-moneta, ottenuta gratis, da rivendere su un mercato.
Secondo un report di CE Delft, un centro di ricerca indipendente olandese, che fa consulenze per il governo dei Paesi Bassi e per diverse direzioni generali della Commissione europea, oltre che per molte ong, nel periodo tra il 2008 e il 2015 il surplus di free allowances avrebbe garantito all’industria extra-profitti per 7,5 miliardi di euro, concentrati per il 57,16% in tre settori: il cemento (2,73 miliardi di euro), la siderurgia (784 milioni), il petrolchimico (774 milioni).

Oggi il numero di “diritti di emissione” stabilito dall’Unione europea è paradossalmente superiore al volume complessivo delle emissioni reali

Il 14 febbraio il Parlamento europeo sarà chiamato a votare in plenaria una riforma dell’Emission Trading Scheme, che detterà le linee del mercato tra il 2021 e il 2030. La questione centrale che si sta dibattendo riguarda proprio i “diritti di emissione” gratuiti, come conferma ad Altreconomia Francesco La Camera, che guida la Direzione generale del ministero dell’Ambiente per lo sviluppo sostenibile e le relazioni con l’Ue, che è poi il responsabile dell’attuazione dell’ETS, e dell’allocazione dei “diritti di emissione”, a livello nazionale: “Dal punto di vista negoziale si sta discutendo in che misura i ‘diritti’ debbano essere lasciati al meccanismo delle aste e alla libera allocazione. Stiamo discutendo sulla percentuale: ci si muove tra un minimo del 43% e un massimo del 47% di free allowances. Il mondo industriale preme ovviamente per avere una più alta quota gratuita”.

Il mondo industriale -rappresentato da sigle come CEFIC (chimico), CEMBUREAU (cemento), ESGA (vetro), ESTA (tubi in acciaio)- è in subbuglio, in particolare dopo che il 15 dicembre scorso la Commissione ambiente ha messo in discussione la distribuzione gratuita di “diritti di emissione” per alcuni settori, a partire dal cemento, quello che dal surplus ha tratto i maggiori extra-profitti.
C’è, ovviamente, una questione economica: Carbon Market Watch (carbonmarketwatch.org), network di 800 ong e ricercatori con sede a Bruxelles, il cui obiettivo è far sì che le politiche ambientali fondate sul mercato, come l’Emission Trading Scheme, siano davvero un incentivo a ridurre le emissioni, calcola come l’Europa tra il 2008 e il 2015 abbia rinunciato ad incassare 143 miliardi di euro regalando i “diritti di emissione”, invece di metterli all’asta. Agnes Brandt, di Carbon Market Watch, è convinta che il “compromesso sul cemento” raggiunto all’interno della Commissione ambiente resisterà al passaggio in plenaria. Perché se la prassi delle free allowances fosse confermata con la stessa intensità fino al 2030, il “regalo” potrebbe valere in nove anni fino a 185 miliardi di euro, secondo stime di Corporate Europe Observatory (CEO, corporateeurope.org) che trovano conferma nelle analisi della Commissione europea. Belén Balanyá, co-autrice del report “Carbon welfare” (CEO, dicembre 2016), non crede invece che la posizione della Commissione ambiente sopravviverà al voto del Parlamento e quindi al “trilogo” -la discussione a porte chiuse- con Commissione e Consiglio d’Europa. Balanyá denuncia però anche il fallimento dell’Emission Trading Scheme dal punto di vista ambientale, almeno in relazione all’industria del cemento: “Tra il 2005, inizio del programma, e il 2014, l’industria europea del cemento è diventata meno efficiente dal punto di vista delle emissioni climalteranti, pari a 678 chilogrammi di CO2 per tonnellate prodotta, invece di 654”. Balanyá  ricorda che “il settore è responsabile di un quarto di tutte le emissioni del settore industria europeo”, e che un quarto di tutte le free allowances, i diritti di emissioni regalati toccano ai cementieri di tutta Europa.

Se la prassi delle free allowances fosse confermata con la stessa intensità fino al 2030, il “regalo” potrebbe valere in nove anni fino a 185 miliardi di euro

Ecco perché il settore è al centro dell’attenzione, o -per dirla con CEMBUREAU- vittima di un “trattamento discriminatorio”. Che non è evidente, però, andando più in profondità nei numeri: dei 2,73 miliardi di euro di extra-profitti cumulati tra il 2008 e il 2015 -secondo le stime di CE Delft, basate sul volume delle free allowances in eccesso e sul prezzo medio di mercato anno per anno- 798 milioni sono toccati alle industrie spagnole, seguite dalle italiane -516 milioni di euro, cui vanno aggiunti però i 61 incassati in Danimarca da Aalborg Portland, controllata dalla Cementir holding di Francesco Gaetano Caltagirone- e da quelle francesi -205 milioni-.

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Spagna e Italia condividono un destino: nel 2007, sommando i quantitativi di cemento prodotti nei due Paesi si superavano i cento milioni di tonnellate; in Spagna se ne consumarono, quell’anno, oltre 1.200 chili a testa per abitante, e 800 in Italia. Il mercato era drogato dalla “bolla immobiliare”, favorite dal credito facile concesso al comparto dell’edilizia, quelle “sofferenze” che oggi affossano istituti di credito blasonati come il Monte dei Paschi di Siena (in Italia, l’immobiliare pesa per quasi il 44% sui crediti deteriorati, a ottobre 2016). Le free allowances sono state, cioè, un palliativo, che ha permesso di fingere che la “bolla” non fosse mai scoppiata. Il meccanismo lo descrive ad Altreconomia Sander de Bruyn, Environmental economics coordinator di CE Delft: “L’industria del cemento ha ricevuto free allowances usando come termine di paragone (benchmark) per le proprie emissioni il dato medio del periodo 2005-2007, quando si produceva molto più cemento di oggi (in Spagna, il crollo tra il 2007 e il 2015 è del 79,1%, in Italia del 58,8%, ndr), ed è per questo che quelle effettivamente allocate risultano sistematicamente in eccesso”.

 

La situazione italiana mostra un surplus di 50mila tonnellate di CO2 equivalente. Che cosa abbia comportato il regime delle free allowances lo possiamo leggere dal bilancio 2015 di Italcementi spa, che controlla il 23,5% del mercato ed è stata recentemente acquisita dal gruppo tedesco Heidelberg Cement: “Il Margine operativo lordo (MOL) corrente del settore cemento ha evidenziato un deciso miglioramento rispetto all’anno precedente, grazie all’importante contributo derivante dalla vendita di diritti di emissione di CO2 (40 milioni di euro, rispetto ai circa 6 milioni di euro nel 2014)”. Il corsivo è nostro. Poco più avanti si legge che il MOL corrente nel 2015 è stato pari a 40,8 milioni di euro: l’attività industriale di Italcementi nel nostro Paese non avrebbe quindi prodotto margine; nello stesso anno, quasi il dieci per cento dei ricavi (416,1 milioni di euro) sono arrivati dalla vendita delle free allowances.

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Qualche dato in più ce lo offre Massimo Paris, che si occupa del Bilancio di sostenibilità per Buzzi Unicem, che copre il 17,1% della produzione italiana di cemento. Paris spiega che il gruppo è attivo in sei Paesi sottoposti all’Emission Trading Scheme (Italia, Germania, Lussemburgo, Polonia, Repubblica Ceca, Olanda), che valgono circa la metà del fatturato del gruppo (2 miliardi quello complessivo nei primi nove mesi del 2016). “Nei sei Paesi -spiega Paris-, tra il 2008 e il 2015 abbiamo emesso 67.092.900 tonnellate di CO2, ricevendo free allowances per 79.102.191 tonnellate”. Il surplus, pari a circa 12 milioni di “diritti di emissione”, è legato in larga misura a una riduzione della produzione, che è scesa in media del 27,8% (con punte del 50% in Italia), mentre l’efficienza degli impianti è migliorata del 4,5%. “Nello stesso periodo -continua Paris- abbiamo venduto 7.000.070 tonnellate di CO2, ricavando 83,8 milioni di euro” (in media circa 12 euro per tonnellata, ndr); “le quote in eccesso che non abbiamo venduto sono rimaste in portafoglio: è come se fossero depositate su un conto corrente, da vendere in futuro, o da tenere come riserva in vista di una ripresa”. Anche per Buzzi, come già visto con Italcementi, la possibilità di vendere i diritti di emissione in eccesso ha rappresentato un “sostegno” alla redditività. Dal 2008 al 2015, il settore “cemento” nei 6 Paesi Ue ha generato un EBIT (Earnings Before Interests and Taxes) pari a 494 milioni di euro. Ciò significa che il 17% della redditività è derivata dalla vendita di una parte di free allowances. Del totale ricavato dalla vendita di “quote” di emissione, ben 77 milioni di euro riguardano gli stabilimenti attivi nel nostro Paese, dove Buzzi ha registrato un EBIT negativo per 285 milioni di euro. Il meccanismo è servito, dice Paris, “a limitare le perdite”.
È ciò che non dovrebbe (più) accadere, secondo Agnes Brandt di Carbon Market Watch: “Le imprese non dovrebbero poter ricavare un euro dalla vendita delle free allowances, che sembrano parte del ‘modello industriale’ e del ‘piano economico’. Questo può rappresentare un problema anche per il comparto, destinato nel medio-lungo periodo a non essere concorrenziale, perché non è incentivato ad innovare”. Anzi: poiché per continuare a ricevere i diritti di emissione gratuiti bisogna produrre almeno il 50% del dato usato come benchmark, c’è chi “nonostante la sovracapacità installata, tiene in vita impianti obsoleti, e ha iniziato ad esportare clinker (la base del cemento, ndr) e cemento; queste pratiche -sottolinea Brandt- non possono essere incentivate dall’Emission Trading Scheme. Non si possono usare i ‘diritti di emissione’ per sussidiare la produzione, o almeno questo non è il proposito dell’ETS”. L’Italia dal 2001 al 2007 è stata un importatore netto di clinker e cemento, situazione ribaltata nell’ultimo triennio: esportiamo ormai l’11,6% della produzione.

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